Redazione- La parola “fede” deriva dal latino fides, che nell’antica Roma voleva dire “fiducia”, infatti il foedus era il “patto” mediante il quale più soggetti si garantivano prestazioni all’insegna della fiducia reciproca. Fides ha la stessa radice indoeuropea e lo stesso significato del greco pistis.
Nel mondo ebraico biblico “fede” è indicata dalla parola emet, che vuol dire sia “verità” sia “fedeltà” sia “fede”, dal verbo ebraico emin, letteralmente “fondarsi su”, “appoggiarsi”.
Nell’Islam la “fede” è detta in arabo shahādah, dal verbo šahida, dalla radice š-h-d che significa “osservare, testimoniare”, si traduce come “testimonianza” sia nel senso quotidiano che in quello giuridico.
Nel mondo babilonese Kittum, nota anche come Niĝgina, era una dea mesopotamica considerata l’incarnazione della verità. Apparteneva alla cerchia del dio del sole Utu/Shamash ed era associata alla legge e alla giustizia. Il nome di Kittum significa “verità” in accadico ed era considerata un’ipostasi divina di questo concetto. Da questa relazione tra il mondo divino e la verità possiamo inferire che la fede negli dei era intesa alla stregua di una certezza. Nell’antico Egitto Maat era la dea dell’ordine cosmico e della giustizia, consorte del dio della sapienza Toth: in egiziano antico il termine “maat” vuol dire “verità”, “giustizia”, “ordine”.
Nell’induismo qualcosa di analogo alla fede religiosa è espresso dal termine sanscrito śraddhã, che deriva dalla stessa radice indoeuropea che si ritrova nel greco kardia, “cuore” + la radice indoeuropea dheH1, “mettere, stabilire”, che si ritrova nel latino facĕre e nell’inglese do: quindi la “fede” è mettere il cuore in, cioè affidarsi, poggiare su. Ma può anche voler dire che la fede è la parte più intima di una persona, il suo “cuore”. Infatti il “non credente” è detto in sanscrito nastika, da na + asti, letteralmente “non è”. Interessante che il verbo latino credĕre condivida le radici del sanscrito śraddhã.
Per l’importanza della fede (in tutte le religioni) citiamo nell’originale sanscrito questo passo della Bhagavadgita (4. 39), la quale ha valore di testo sacro, ed è divenuta nella storia tra i libri più prestigiosi, diffusi e amati tra i fedeli dell’Induismo:
śhraddhāvānllabhate jñānaṁ tat-paraḥ sanyatendriyaḥ
jñānaṁ labdhvā parāṁ śhāntim achireṇādhigachchhati
“Coloro che hanno una fede profonda e che hanno praticato il controllo della mente e dei sensi ottengono la conoscenza divina. Attraverso tale conoscenza trascendentale, raggiungono rapidamente la pace suprema eterna”.
Plutarco osservava che non possiamo mai trovare città della terra senza che queste credano negli dei.
Nel mondo ci sono state e ci sono tuttora molte religioni, tra di loro assai diverse. Ciò che fa una religione, insomma il denominatore comune, è duplice:
- credenza in una dicotomia di mondi (quello terreno e quello spirituale)
- credenza nella salvezza o liberazione operata dal mondo spirituale.
In questo senso anche il buddhismo è una religione, sebbene non creda nella realtà effettiva delle divinità, che sono viste quali forze mentali dell’uomo delle quali questi non si accorgerebbe di essere il creatore. Ma anche il buddhismo contempla una sorta di doppia realtà e di liberazione (detta nirvāṇa).
Gesù è un ottimo esempio di persona che viene tentata, quindi la quale viene provata nella fede. Nel greco biblico “tentazione” è detta peirasmòn, da una radice indoeuropea che si ritrova nel latino por-ta (tra le due parole cambia però il grado apofonico). Quindi la tentazione, operata dal demonio, altro non è che un modo di approfondire la propria fede per venire introdotti da Dio nel vero incontro con Lui medesimo. Infatti Dio ricava il bene anche dal male e dalle opere del demonio.
Il racconto delle tentazioni di Cristo nel deserto è presentato con sfumature diverse dai tre Sinottici (Matteo, Marco, Luca). Ricordiamo che i vangeli non sono resoconti puntuali della vicenda di Cristo, bensì delle versioni, delle prospettive, infatti ogni vangelo non è detto “di Marco” con un genitivo bensì “secondo Marco”, che in greco è katà, per sottolineare il taglio personale che adotta ogni singolo evangelista riguardo la vita del Messia.
Leggiamo la versione di Marco, il più breve dei quattro vangeli, spesso icastico, il cui dettato greco è un intervallarsi di kai, “e”, e nun, “ora” (1, 12-13):
“Subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano”.
Anzitutto sottolineiamo l’avverbio “subito” usato molto nel primo capitolo del vangelo di Marco. In questo vangelo Gesù ha fretta di compiere la sua missione. Lo Spirito non solo spinge Gesù nel deserto ma è come se lo “costringe”, lo “caccia”, in greco ek-ballein, letteralmente “lo getta (via) da”. Lo Spirito Santo è una forza dinamica che spinge il Messia nel deserto, quindi è nel piano di Dio che l’uomo subisca le prove. Dio non mette alla prova per far cadere l’uomo ma per donargli la possibilità di capire meglio la sua vocazione.
Secondo una tradizione che risale al IV secolo Gesù è stato tentato attorno a Gerico, precisamente nel Monastero della Quarantena, fondato da San Caritone. Gerico è il luogo più basso della terra, sotto il livello del mare.
Nella Bibbia il deserto, in ebraico midbar, è il luogo della parola, detta dabar, quindi è quel luogo ostico, pieno di tentazioni, dove risuona la Parola di Dio. Propriamente è nella prova che l’anima riconosce la vera fede in Dio in quanto Egli le parla.
Il deserto di Giuda, ove si trova Gerico, è un luogo pieno di affossamenti e di alture. Per questo il profeta Isaia 40 così canta:
“1 «Consolate, consolate il mio popolo,
dice il vostro Dio.
2 Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele
che è finita la sua schiavitù,
è stata scontata la sua iniquità,
perché ha ricevuto dalla mano del Signore
doppio castigo per tutti i suoi peccati».
3La voce di uno grida:
«Preparate nel deserto la via del SIGNORE,
appianate nei luoghi aridi
una strada per il nostro Dio!
4 Ogni valle sia colmata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
i luoghi scoscesi siano livellati,
i luoghi accidentati diventino pianeggianti.
5 Allora la gloria del SIGNORE sarà rivelata,
e tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché la bocca del SIGNORE l’ha detto»”.
La Gloria del Signore si rivela nel deserto, dove Dio aprirà di nuovo una via come aveva già fatto nell’esodo. È stato proprio nel deserto che Dio ha fatto questo fidanzamento con il suo popolo, per poi portarlo al matrimonio, precisamente sul Sinai, come dice la tradizione ebraica. E questo nonostante le infedeltà del popolo, o forse paradossalmente “grazie” a queste imperfezioni.
Il popolo eletto trascorre 38 anni nel deserto prima di approdare alla Terra Promessa, e questo numero si arrotonda nella Scrittura in 40, il numero della prova di Gesù, 40 giorni. In questa prova Dio nutre di manna il popolo, lo sostiene e lo aiuta, così come gli angeli si prendono cura di Gesù.
Gesù Cristo sta con le fiere. Stare con le fiere apre un mondo di tutti i passaggi della Bibbia che parlano del nuovo esodo, del nuovo deserto in cui ci sarà una alleanza rinnovata con Dio e anche una armonia con le fiere. Leggiamo solo Osea 2:
“16Perciò, ecco, la attirerò a me,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
17 Le renderò le sue vigne
e trasformerò la valle di Acòr
in porta di speranza.
Là canterà
come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d’Egitto.
18 E avverrà in quel giorno
– oracolo del Signore –
mi chiamerai: Marito mio,
e non mi chiamerai più: Mio padrone.
19 Le toglierò dalla bocca
i nomi dei Baal,
che non saranno più ricordati.
20 In quel tempo farò per loro un’alleanza
con le bestie della terra
e gli uccelli del cielo
e con i rettili del suolo;
arco e spada e guerra
eliminerò dal paese;
e li farò riposare tranquilli”.
Tutto questo si adempie in Cristo quando entra nel deserto per essere tentato.
Il passaggio del popolo ebraico nel deserto è ricordato nella festa di Sukkot, durante la quale ogni ebreo deve costruire una tenda sul terrazzo di casa e dormirvi la notte guardando le stelle. L’essenza di ogni ebreo è essere pellegrino, ricordando ciò che hanno fatto i padri nel passato. Ma ogni persona è homo viator, uomo in viaggio: siamo qui solo di passaggio e ci aspetta la nuova Gerusalemme, in Cielo.
Gesù si è incarnato nella nostra storia e come ogni uomo è stato tentato dal diavolo. Ma il suo sacrificio, fino alla morte in croce, è stato necessario per procurare la salvezza al mondo intero. Lettera agli Ebrei 4 ricorda:
“15Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. 16Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno”.
Nella tradizione ebraica il deserto è legato anche allo Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione, durante il quale si sceglieva a sorte tra due capri quello che sarebbe dovuto essere abbandonato nel deserto: il sommo sacerdote imponeva su di esso le mani per trasmettere tutti i peccati del popolo. Nel deserto il capro doveva essere precipitato da una rupe precisa, nel deserto di Giuda. Quindi Gesù è anche il Servo di YHWH di Isaia 53, che deve assumere il peccato del popolo per espiarlo a favore di tutta l’umanità.
Gesù è l’Uomo Dio che ha scelto di incarnarsi nel nostro mondo di peccato e di materia per redimerci tutti quanti. È il Messia atteso dagli ebrei, questo vuol dire la parola greca “Cristo”, letteralmente “unto”.
Ogni uomo incontra dubbi e ostacoli che sembrano allontanarlo dalla vera fede. Anche Gesù li ha subiti ma è riuscito vittorioso. Ogni cristiano è alter Christus, come diceva Tertulliano, è un “altro Cristo”.
Cristo è il modello di ogni martirio e l’uomo di tutti i tempi deve fare come Egli ha fatto, ma non solo nella passione e nella morte bensì altresì nella risurrezione. Giovanni 13, 15:
“Vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come io ho fatto a voi”.
Gesù ha subito tutto questo per amore incondizionato verso l’umanità. Dio non ha abbandonato il suo popolo alle proprie colpe in quanto Egli dice: “Ti ho amato di amore eterno” (Geremia 31, 3). Quindi Dio ha inviato il proprio Figlio, il Messia, Gesù Cristo, per salvare l’umanità dal gorgo infernale dei peccati.
È questa l’essenza di ogni fede. Gesù è il Salvatore del mondo, cioè di tutti gli uomini. Egli ha aperto il passaggio di tutti gli uomini nel paradiso, dando compimento ai sacrifici antichi.
Ci sono molte religioni ed è possibile che anche una persona di un altro credo possa salvarsi, a patto che segua la legge naturale che Dio scrive nel cuore di ogni uomo, ma sempre grazie ai meriti di Gesù Cristo.
Se l’uomo sapesse a quale grande realtà è chiamato, cioè quella della salvezza eterna, farebbe di tutto per meritarsi il paradiso assieme a Gesù e alla Madonna, per l’eternità.
L’alchimia è quella disciplina antichissima e comune a tutta l’umanità che voleva trasformare il metallo vile, come il piombo, in metallo nobile, come l’oro. Gli alchimisti del Medioevo hanno interpretato questo procedimento in senso cristiano. Il metallo vile sarebbe il nostro mondo corrotto e pieno di tenebra, che i cabalisti immaginavano velato dal Velo della Esistenza Negativa, che è il male. Con la incarnazione di Cristo, Dio è sceso nella tenebra e la ha trasformata in luce, ottenendo l’oro alchemico.
La chiesa non ha mai condannato l’alchimia e le sue interpretazioni, se non quando gli uomini ricorrevano al demonio per le varie operazioni. Tommaso d’Aquino scrisse di alchimia e fu discepolo del grande alchimista Alberto Magno.
Con la venuta di Dio nella carne mortale c’è stata una ondata di energia talmente potente che ha vivificato l’intero mondo, di per sé condannato alla morte eterna o peggio all’inferno.
È significativo che per la mitologia indiana la materia è sì vivente, come voleva anche Talete, ma sta allo stato dormiente, quindi necessita di operazioni magiche per essere risvegliata. Per questo gli induisti prevedono riti per la fecondazione. Tali procedimenti sono alla base di una nota iconografia induista, quella delle driadi o dee degli alberi, figure femminili ritratte vicino ad un arbusto con il piede intento a calciare la radice per conferire alla vegetazione vita e fertilità.
Gesù non ha fatto altro che questo. Scoto Eriugena diceva che se Dio si è incarnato nel nostro mondo allora tutto è Luce.
Il mistero più profondo della fede cristiana è quello della nostra partecipazione alla natura divina per essere non solo risorti con Cristo ma anche divinizzati. Sono soprattutto le chiese cristiane a insistere sul tema della divinizzazione dell’uomo. Cristo non solo ci ha salvati ma ci rende anche come Lui medesimo.
In questa prospettiva la prova può assumere anche un altro aspetto, quello della condivisione alle sofferenze di Cristo in vista dell’unione totale. Paolo scriveva ai Romani 6:
“8Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, 9sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più; la morte non ha più potere su di lui”.
Ritorniamo un attimo al passo di Isaia 40 che abbiamo testé citato. Al v. 2 la voce annuncia che “è compiuto il suo servizio”, cioè “è finita la sua schiavitù”. Il termine ebraico per “servizio”/”schiavitù” è ṣaba’, che indica ancora oggi il servizio militare. Questo passo si può intendere nel senso che Israele ha compiuto il servizio militare, cioè è finita la guerra, il nomadismo, la peregrinazione, e può ritornare a casa, nella Terra Promessa. Oppure che Israele ha computo un “servizio liturgico” (in questo senso la parola ebraica compare in Numeri 4, 3), precisamente quello di espiazione dei propri peccati. La sofferenza che ha accompagnato il popolo eletto per 40 anni lo ha purificato e reso degno di ricevere il perdono da parte di Dio. Corrobora questa seconda lettura il fatto che il termine ebraico per “iniquità” è ‘awon, che può indicare sia il peccato sia la punizione: quindi la frase potrebbe tradursi anche “è stata gradita (da Dio) la sua punizione”.
Il riferimento alla “via” che bisogna preparare, e questo proprio nel deserto, significa che Dio ottiene dal male della condizione umana una via di salvezza. Sia perdonando i peccati dopo il castigo, sia strappandoci dalla nostra creaturalità, iniquità, imperfezione ontologica, strutturale.
È Dio che ci strappa dalla nostra natura caduca e destinata alla fossa donandoci la vita eterna e la partecipazione alla divinità, come scrive 1Giovanni 3:
“1Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui. 2Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”.
Il testo di Isaia è strutturato sulla falsariga degli inni babilonesi dove la via processionaria della grande città prevedeva il passaggio al tempio del dio, quindi era lodata in tutte le maniere.
Anche a Babilonia le vie dovevano essere preparate per il dio di turno. Ma nel tempio babilonese vi era la statua di Dio, ora Isaia parla della Gloria di Dio, in ebraico kabod, termine che indica di per sé qualcosa di “pesante”, quindi il “valore”, cioè la realtà oggettiva di Dio che ne costituisce il motivo di adorazione.
La Gloria del Dio di Israele si manifesta nella storia e precisamente nell’uomo. YHWH è il Signore del tempo e della storia e ciò che per i popoli antichi era una statua che non parla nella Bibbia diviene una persona, cioè il Messia.
È in tale Gloria che noi siamo chiamati a trasformarci. Non riconoscere la grande dignità dell’uomo è il vero peccato dell’umanità! Basilio Magno diceva che il peccato sta nel non ricordarsi ogni giorno di Dio. Ma se ci scordiamo di Dio, ci scordiamo anche del valore di ogni singolo uomo!
Il verbo latino peccāre è un denominativo da *peccus, che indicava l’animale zoppicante: abbiamo la radice di “piede”, pes, pedis, assieme al suffisso peggiorativo –co, così come in cascus, formato da cadĕre + co, quindi indica colui che cade fortemente, pertanto è passato a indicare il vecchio. Allora originariamente “peccare” significava zoppicare, quindi sbagliare e nel latino cristiano indica l’azione di chi sbaglia verso Dio. Analogamente al greco amartia: peccato in quanto si sbaglia il bersaglio, un po’ come “peccato” in ebraico, che è ‘awon, dalla radice che vuol dire “curvare”.
La vera meta della nostra vita è la salvezza, dalla quale non bisogna mai deragliare. L’uomo altro non è che un morto in potenza, ma per il cristianesimo la morte non è la fine di tutto ma l’inizio della vita gloriosa in paradiso, per coloro che hanno la grazia di salvarsi.
L’uomo non deve mai dimenticarsi del grande valore della fede cristiana perché, aderendovi con tutto il cuore, ottiene la salvezza finale.
Il “pensare” a Dio mediante la fede deve spingere l’uomo ad essere “puro”. E questa connessione semantica vi è effettivamente nel verbo latino putāre, che significa sia “rendere puro” sia “pensare”. Il verbo in questione è denominativo dall’aggettivo putus, che è forma arcaica per purus, “puro”: quindi putare significava puram facĕre arborem, “rendere puro un albero”, cioè potarlo. Ma il villico o il padrone anche putat rationem, cioè fa quadrare il conto, depurandolo dagli errori. Da questa espressione è derivato il senso di “calcolare, stimare, valutare” e infine “pensare”.
Pascal scriveva che l’essere umano è una canna ma è pensante. La sua natura più materiale lo avvicina alla bestia, ma la natura spirituale (anima) lo avvicina a Dio. Ma prima della trasformazione totale in Dio, il Creatore deve concedere all’uomo il lumen gloriae, come lo chiamava Tommaso d’Aquino, cioè la capacità di trascendere totalmente i limiti pur presenti nella condizione umana.
Un simbolo antichissimo che proviene da Sumer è l’effige con due serpenti intrecciati, spesso emblema di sovrani mesopotamici ma anche del dio della guarigione Ningishizida. Dalla Mesopotamia giunge da Est fino in India dove si tramuta nei nāgakal, effigi di pietra che sono doni votivi per donne che desiderano figli (gli antichi mesopotamici avevano postazioni nel Golfo Persico, da lì raggiungevano velocemente il subcontinente indiano). Ma anche arriva da Ovest fino in Grecia dove diviene il simbolo del dio della guarigione Asclepio. Oggi i due serpenti intrecciati sono l’emblema della professione medica (Caduceo ermetico).
Secondo una interpretazione, un serpente indica la natura materiale, animale (corporea) dell’uomo, l’altro la sua natura spirituale, rappresentata dall’anima immortale, presente per natura nelle persone come dimostrava già Platone nel Fedone.
La ragione umana da una parte dipende dalla mente materiale, ma dall’altra dall’anima spirituale. Quindi, se la ragione viene ben indirizzata, l’uomo può approdare fino alle porte della conoscenza divina, la quale però è comunicata completamente (anche ai semplici) soltanto dalla fede cristiana.
Se l’uomo usa rettamente il suo pensiero, può innalzarsi fino ai Cieli perché Dio mette nell’anima di ogni uomo i germi della sua Presenza.
Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 55 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.