Redazione- C’è un paradosso che attraversa silenziosamente la Legge di Bilancio 2026. Mai come quest’anno l’educazione viene chiamata in causa come risposta ai grandi nodi del nostro tempo: disagio giovanile, violenza, fragilità relazionali, solitudine educativa dei territori. Eppure, proprio mentre l’educazione viene caricata di aspettative altissime, le professioni educative restano ai margini del discorso pubblico e della programmazione finanziaria.
È una contraddizione che vale la pena interrogare, perché riguarda non solo addetti ai lavori, ma il modo in cui il nostro Paese immagina il proprio futuro sociale.
Scorrendo il testo della manovra, si incontrano numerosi interventi che dichiarano finalità educative. Uno dei più citati è il progetto “Educare al rispetto – Sport e Salute”, finanziato per prevenire bullismo, cyberbullismo e violenza di genere nelle scuole secondarie di primo grado (art. 1, commi 813-817). Obiettivi condivisibili, urgenti, difficilmente contestabili. Ma accanto agli obiettivi, la legge indica con precisione il soggetto attuatore – Sport e Salute S.p.A. – e i meccanismi di monitoraggio, senza però chiarire chi, dal punto di vista professionale, è chiamato a svolgere il lavoro educativo vero e proprio.
La stessa impostazione ritorna quando la Legge di Bilancio rifinanzia i percorsi educativi su rispetto e relazioni affidandoli a INDIRE (art. 1, comma 883). Anche qui l’educazione è evocata come contenuto e come missione, ma non come campo professionale dotato di saperi, competenze e responsabilità specifiche.
Il caso forse più emblematico riguarda il Fondo per le attività socio-educative a favore dei minori, che a partire dal 2026 dispone di 60 milioni di euro annui destinati a Comuni e territori per centri estivi, servizi educativi e spazi ricreativi (art. 1, commi 222-223). È una misura importante, soprattutto in un Paese dove le disuguaglianze educative si ampliano e colpiscono con forza i contesti più fragili. Tuttavia, anche in questo caso, la norma non prevede alcun vincolo sull’impiego di educatori o pedagogisti qualificati. Le risorse arrivano, ma la qualità educativa resta affidata alla buona volontà dei singoli enti.
Non si tratta di un dettaglio tecnico. È una scelta culturale.
L’educazione viene trattata come una funzione trasversale, attivabile attraverso progetti, bandi, collaborazioni, più che come un ambito professionale strutturato. In questo schema, chi educa conta meno di cosa si dichiara di voler fare.
Il paradosso diventa ancora più evidente se si considera che, solo nel 2024, il Parlamento ha approvato la Legge n. 55, riconoscendo formalmente le professioni educative e pedagogiche e avviando il percorso per l’istituzione dell’Ordine professionale. Un passaggio che avrebbe potuto segnare una svolta, anche sul piano delle politiche pubbliche. E invece, nella Legge di Bilancio 2026, di quel riconoscimento non c’è traccia. Nessun richiamo, nessun coordinamento, nessuna misura che utilizzi la leva finanziaria per rendere effettivo quanto sancito sul piano normativo.
Si crea così una frattura che non è solo giuridica, ma politica e culturale. Da un lato lo Stato afferma che educatori e pedagogisti sono figure necessarie per il welfare educativo. Dall’altro continua a finanziare l’educazione come se queste professionalità non fossero indispensabili.
Dal punto di vista di chi lavora nei servizi, nelle scuole, nei territori, le conseguenze sono tutt’altro che astratte. L’educazione fatta per progetti a termine produce discontinuità, precarietà lavorativa, frammentazione degli interventi. Soprattutto, indebolisce quella continuità relazionale che la pedagogia indica da sempre come condizione essenziale dei processi educativi.
La sensazione è che la Legge di Bilancio 2026 oscilli tra due narrazioni. La prima, esplicita, riconosce all’educazione un ruolo centrale nella prevenzione del disagio e nella costruzione del benessere collettivo. La seconda, più silenziosa, continua a considerare superfluo il riconoscimento pieno di chi dell’educazione fa una professione.
E allora la domanda, più che tecnica, diventa politica e culturale: l’educazione è un bene pubblico che richiede professionalità riconosciute, oppure un servizio accessorio da attivare quando serve?
Finché questa domanda resterà senza risposta, continueremo ad avere leggi che parlano molto di educazione, ma poco – troppo poco – di educatori e pedagogisti. E continueremo a chiedere all’educazione di fare miracoli, senza metterla davvero nelle condizioni di funzionare.