Redazione- Nelle prime settimane del 2026 l’Iran è progressivamente scomparso dallo spazio pubblico globale. Dall’8 gennaio l’accesso a Internet è stato fortemente limitato, con interruzioni prolungate che osservatori indipendenti hanno descritto come tra le più estese mai registrate nel Paese. Le immagini delle proteste hanno smesso di circolare, i video si sono interrotti, i messaggi hanno iniziato a fermarsi ai margini delle reti digitali. Ma l’assenza di notizie non ha significato assenza di eventi. Al contrario, ha indicato che ciò che stava accadendo non poteva più essere mostrato.
Le informazioni sulle vittime sono rimaste frammentarie e contraddittorie. Le autorità iraniane hanno diffuso a inizio febbraio un bilancio ufficiale di alcune migliaia di morti. Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno parlato di cifre più elevate, mentre alcune stime rilanciate dai media occidentali sono risultate difficili da verificare in modo indipendente, proprio a causa del blackout informativo. In questo contesto, i numeri non hanno fornito certezze: hanno piuttosto restituito la misura dell’opacità e dell’impossibilità di un controllo esterno affidabile.
Le proteste erano iniziate a fine dicembre con rivendicazioni di carattere economico. Il rial aveva continuato a perdere valore, il costo della vita era aumentato, i salari erano rimasti fermi. Ma ben presto la dimensione economica si era intrecciata a una frustrazione più ampia. A emergere era stata la percezione di un sistema politico chiuso, impermeabile, incapace di ascolto e di rappresentanza. Le manifestazioni si erano estese oltre Teheran, coinvolgendo città come Mashhad, Isfahan, Rasht, Zahedan, Ahvaz. Centri spesso marginali nel racconto internazionale, privi di una leadership riconoscibile e di un coordinamento centrale. La risposta delle autorità era stata rapida e severa. Arresti su larga scala, procedimenti giudiziari accelerati, accuse formulate in modo generico. Alcuni casi individuali avevano attirato l’attenzione internazionale, portando a rilasci o attenuazioni delle misure cautelari. Molti altri, meno visibili, non avevano avuto la stessa risonanza. Anche figure tradizionalmente estranee alla protesta – medici, infermieri, avvocati – erano finite nel mirino per aver prestato assistenza ai manifestanti. Il messaggio che ne emergeva era chiaro: ogni forma di intermediazione poteva essere interpretata come una presa di posizione. Il blackout informativo aveva reso più complessa qualsiasi forma di verifica e di coordinamento. Per comunicare servivano reti criptate, VPN, contatti personali fidati. Le autorità avevano lasciato intendere che le restrizioni potessero protrarsi fino al Nowruz, il Capodanno iraniano. In questo vuoto comunicativo avevano iniziato a circolare modalità di resistenza meno visibili: racconti orali, testimonianze scritte a mano, narrazioni che passavano nei mercati, nelle università, negli spazi privati. La protesta aveva cambiato forma. Non cercava più esposizione, ma continuità.
Sul piano internazionale, la crisi interna si era intrecciata a un contesto geopolitico già instabile. La guida suprema, Ali Khamenei, aveva descritto le proteste come un tentativo di destabilizzazione orchestrato dall’esterno. Gli Stati Uniti avevano rafforzato la loro presenza militare nella regione, mentre il presidente Donald Trump aveva alternato dichiarazioni di fermezza ad aperture negoziali. Ogni indiscrezione, reale o presunta, aveva contribuito ad alimentare un clima di allerta costante, fatto di segnali contraddittori e smentite rapide.
Anche il fronte diplomatico appariva irrigidito. Alcuni attori regionali avevano tentato una mediazione, mentre l’Unione Europea aveva assunto una posizione sempre più netta nei confronti delle strutture di potere iraniane. Le risposte di Teheran erano state immediate e simboliche, segnando un ulteriore deterioramento del dialogo. In questo intreccio tra crisi interna e pressione esterna, lo spazio per una soluzione negoziata appariva ridotto. La questione che emergeva non riguardava solo l’Iran, ma il modo stesso in cui viene pensato il dissenso politico. Come si sostiene una protesta che ha scelto l’invisibilità per sopravvivere? Le democrazie occidentali sono abituate a movimenti che producono immagini, leader, parole d’ordine riconoscibili. In Iran, oggi, il dissenso sembra muoversi in direzione opposta. Non punta allo scontro immediato, ma all’erosione lenta. Non cerca l’evento simbolico, ma la durata nel tempo.
L’Iran del 2026 non è più quello di un anno prima. La frattura tra società e potere appare più profonda, segnata da sfiducia reciproca e da una comunicazione sempre più rarefatta. Il blackout, la frammentazione delle informazioni, l’assenza di canali di mediazione indicano una crisi che va oltre l’emergenza contingente. La domanda non è se questa fase si concluderà, ma in quale forma si trasformerà. E soprattutto, che cosa resterà quando il silenzio verrà meno.