” IL PECCATO E IL PERDONO ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

Redazione-  Lo Yom Kippur è una festività ebraica che significa Giorno della Espiazione.Il capodanno ebraico è una ricorrenza di conversione: un termine fondamentale per l’ebraismo è teshuvà, che etimologicamente vuol dire “ritorno” e indica la “conversione” come un ritorno a Dio. Pentirsi o convertirsi è un riapprodare a Dio e un ritorno di Dio all’uomo, che per primo viene a cercarci nelle nostre miserie. Poco dopo il capodanno vi è lo Yom Kippur, un’altra festa di conversione.

Non possiamo capire a fondo il Nuovo Testamento senza conoscere bene l’ebraismo. Tra cui le festività ebraiche. Questo Giorno era considerato il Sabato dei Sabati. Nel Talmud il trattato dedicato allo Yom Kippur è detto Yom-a, “Il Giorno” (per eccellenza) in quanto si può ottenere il perdono da parte di Dio. Le porte del perdono si aprono. Al tempo di Cristo le porte del Santo dei Santi (il luogo più sacro del Tempio di Gerusalemme) erano aperte in quella festa.

Nella tradizione ebraica ci sono alcune cose create prima di tutte le altre, per esempio il nome del Messia, la Torah, l’ariete del sacrificio di Isacco, e anche la conversione. Quindi prima del peccato dell’uomo, Dio aveva stabilito la possibilità di ritornare a Dio convertendosi. Nella Bibbia non vi è misericordia di Dio senza conversione. La Bibbia non testimonia di un Dio “buonista” bensì giusto, che è cosa assai diversa.

Quando nei vangeli si dice che Gesù “provò compassione”, in greco si usa un verbo che deriva dal neutro plurale ta spanchna, le “viscere”, che si collega al termine ebraico rachamim, “misericordia” di Dio, che etimologicamente vuol dire “viscere materne”. Questo significa che nella Bibbia la misericordia di Dio permette di vivere e di rinascere alla vita della grazia. Per la Bibbia, infatti, la fede è quella dei viventi. Tutti gli altri sono nell’ombra di morte.

Nessuno poteva entrare nel Santo dei Santi ma solo nello Yom Kippur (cioè una volta all’anno) e solo il sommo sacerdote. Egli faceva due cose fondamentali. Introdottosi nel Santo dei Santi, versava il sangue dei sacrifici sul propiziatorio e questo gesto otteneva l’espiazione per Israele. Poi entrando pronunciava il nome impronunciabile di Dio, che al tempo di Cristo ancora si conosceva.

Per celebrare degnamente quel giorno occorreva fare penitenza. Tutt’oggi gli ebrei digiunano e si preparano ancora molto bene, quaranta giorni prima, anche se non c’è più il Tempio di Gerusalemme, distrutto dai romani nel 70 d.C.

Lo Yom Kippur è legato alla seconda discesa di Mosè dal monte Sinai. Mosè salì la prima volta e quando discese portò al popolo le Tavole della Legge, ma vide che la gente si era costruito un vitello d’oro, quindi Mosè si adirò e ruppe le Tavole, allora ritornò sul monte per intercedere per il popolo e lì stette quaranta giorni e quaranta notti in digiuno per chiedere perdono, dopo tale lasso di tempo tornò giù con le tavole della Legge, simbolo del fatto che Dio diede una seconda possibilità agli israeliti.

Ai tempi di Cristo la figura fondamentale dello Yom Kippur era il sommo sacerdote, che la Santa Famiglia di Nazaret vedeva. Nella persona del sommo sacerdote gli ebrei di allora portavano davanti a Dio tutte le genti. Ciò si realizza in Cristo, che intercede per ogni persona.

Al capitolo 50 del Siracide c’è una descrizione bellissima del sommo sacerdote. Egli dopo aver sacrificato per la sua casa doveva portare il peccato di tutto il popolo. Era una personalità corporativa, che in sé sintetizza tutte le persone e tutto il cosmo. Mediatore, intercessore direttamente del popolo ebraico, ma che era scelto tra le genti per essere la figura di tutti i popoli salvati dalla misericordia di Dio. Questo richiama profondamente la figura di Cristo, che è il Salvatore di tutti per via del suo sacrificio di sangue offerto a Dio Padre. La Lettera agli Ebrei afferma esplicitamente che Cristo è il vero sommo sacerdote che non sparge sangue di arieti ma il suo nel vero sacrificio gradito a Dio, che dà compimento ai sacrifici antichi.

Entriamo ancora un poco nella liturgia ebraica del Tempio. Il sommo sacerdote tirava a sorte su due capri già pronti per l’offerta. Un capro era sacrificato a Dio dal sommo sacerdote per sé stesso, la sua casa e tutto Israele. Entrava poi nel Santo dei Santi e pronunciava il nome di Dio e il popolo si prostrava. Poi veniva preso il secondo capro, detto espiatorio, su di lui il sommo sacerdote imponeva le mani trasferendo i peccati di tutto il popolo, quindi l’animale veniva inviato nel deserto fuori dalla città. Questo secondo capro veniva ucciso gettandolo da una rupe. Oggi gli ebrei vivono questo giorno tutto il tempo in sinagoga chiedendo perdono.

Anche Cristo morirà fuori dalla città per i peccati di tutti. Egli è allo stesso tempo sommo sacerdote e vittima.

Il sacrificio di Cristo è avvenuto in maniera cruenta una sola volta, ma continua a rinnovarsi in ogni Santa Messa in maniera incruenta. Nella Eucaristia vi è la presenza vera e reale del corpo e del sangue di Cristo, nonché della sua anima e della sua divinità. Per questo la chiesa fa obbligo grave ai fedeli di parteciparvi almeno la domenica e le feste comandate. Nella Santa Messa, infatti, partecipiamo al sacrificio di Cristo mediante il quale vengono perdonati i nostri peccati e ci vengono aperte le porte della salvezza, cioè del paradiso. La salvezza si completerà però alla fine dei tempi con la risurrezione gloriosa del nostro corpo, così da poter partecipare anche materialmente alla redenzione. I dannati invece avranno una risurrezione di condanna all’inferno.

Anche i cristiani sono invitati alla penitenza e a chiedere continuamente a Dio il perdono dei peccati nella confessione. Bisognerebbe confessarsi almeno una volta al mese. Non dimentichiamo che la salvezza non è un diritto che deriva dalle nostre opere buone ma una grazia gratuita di Dio, che deriva dal suo sacrificio sulla croce. Infatti leggiamo le parole di san Paolo (Colossesi 2, 12-14):

“Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.

Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce”.

Il perdono di Dio è un dono gratuito, che nessun uomo potrà mai meritare anche se si sforzasse una vita intera. Non dipende dai meriti, ma i meriti sono allo stesso modo necessari perché Dio vuole il nostro impegno, pur non potendo mai bastare. La salvezza è elargita da Dio a chi Egli vuole, ed Egli vuole salvare chi si affida a Lui e lo riconosce come Padre. Leggiamo in Esodo 33, 19: “Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia”. Sapienza 3, 9: “Quanti confidano in lui comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore, perché grazia e misericordia sono riservate ai suoi eletti”.

Il perdono e la misericordia divini ai quali il fedele partecipa, corrispondendo con la penitenza e la preghiera, devono essere poi riversati dal fedele sul prossimo. Siracide 16, 14: “Egli riconoscerà ogni atto di misericordia, ciascuno riceverà secondo le sue opere”. Siracide 18, 11-13: “Per questo con essi fa giungere al colmo la sua misericordia, e mostra loro la via dell’equità. La pietà dell’uomo è verso il suo prossimo, ma la misericordia di Dio si estende ad ogni vivente. Essendo Egli misericordioso, ammaestra e corregge (gli uomini) come un pastore il proprio gregge”. Zaccaria 7, 9: “Ecco ciò che dice il Signore degli eserciti: Praticate la giustizia e la fedeltà; esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo prossimo”.

Ricordiamo altresì che nel fare penitenza bisogna anche ricordarci del prossimo. Sant’Antonio da Padova, uno dei santi più amati, commentando il brano evangelico della pesca miracolosa, notava con molto acume che la misericordia è la barca che ci permette di non affondare. Praticando opere di misericordia ci predisponiamo ad acquisire meriti e allo stesso tempo facilitiamo il prossimo lungo il cammino.

Sant’Antonio nei suoi Sermoni è attento a descrivere e a giudicare nel loro giusto valore le contese feudali del tempo, le lotte cittadine e le oppressioni dei potenti verso il popolino. Il Santo di Padova tratteggiava la figura di un tiranno, che alcuni hanno voluto riconoscere in Ezzelino da Romano.

I santi sono spesso attenti testimoni del loro tempo e sono anche profeti. La vera profezia biblica non è un vaticinio del futuro ma una interpretazione del presente alla luce del messaggio divino. Così la profezia dei santi cristiani. Sant’Antonio interpretava il suo tempo alla luce della Parola di Dio.

Non possiamo chiamarci cristiani se odiamo gli altri, anche per un motivo all’apparenza giusto. È infatti l’amore dei nemici il requisito che Cristo chiede per ottenere il perdono dei peccati: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”, Gesù insegna a pregare nel Padre nostro.

Certamente è difficile amare gli altri, ma bisogna farlo sull’esempio di Cristo. Paolo VI diceva che il cristianesimo non è “facile” ma è “felice”. Leone XIV ricorda che “Cristo è presente” e “ci accompagna sempre nel nostro cammino”. Cristo sta fisicamente nella Eucaristia, per questo santa Teresa di Calcutta imponeva alle sue suore, prima di dedicarsi al servizio dei più bisognosi, di fare adorazione davanti al Santissimo. È Cristo la nostra forza e senza di Lui nulla possiamo! Anche le situazioni più complesse: non siamo noi a risolvere ma è Dio che mediante la sua Provvidenza “provvede” alle nostre necessità e a quelle dei nostri fratelli.

In Luca 10, 25 ss un dottore della legge chiede a Cristo cosa occorre FARE per avere la vita eterna. Cristo gli risponde che occorre amare Dio e il prossimo. Egli deve FARE questo e avrà la vita. Quindi l’ebreo ancora gli chiede: “Chi è il mio prossimo?”. Al che Cristo espone la nota parabola del buon samaritano. Un tizio cade preda dei briganti che lo derubano e lo malmenano lasciandolo mezzo morto. Passa un sacerdote e non fa nulla, passa un levita e non fa nulla, alla fine passa un samaritano che si prende cura di lui e lo affida a un albergatore pagando le spese.

I sacerdoti ebrei appartenevano alla tribù di Levi e precisamente alla famiglia di Aronne: il loro compito era sacrificare al Tempio e compiere altre funzioni rituali. I leviti erano della tribù di Levi ma non della famiglia di Aronne e avevano compiti religiosi ausiliari. Tutti i sacerdoti erano leviti ma non tutti i leviti erano sacerdoti. Invece i samaritani erano considerati impuri dagli ebrei: questo perché nel VIII secolo a.C. gli assiri deportarono gli ebrei della città di Samaria e della regione (al centro della Palestina, mentre al nord ci è la Galilea e al sud la Giudea) e al loro posto inviarono stranieri, pertanto gli stranieri e gli ebrei rimasti lì diedero origine alla stirpe dei samaritani, considerati quindi dai puri ebrei come “bastardi”, pertanto sono odiati e commiserati fino ad oggi.

Gesù quindi vuole andare contro la legge del tempo e vuole innovare. Un samaritano è migliore di un sacerdote e di un levita se ha amore verso il prossimo. È l’amore, infatti, la chiave di tutta le Legge. È significativo che Gesù conclude così: “Quale di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che aveva incontrato i briganti? Il dottore della legge rispose: Quello che ebbe compassione di lui. Gesù allora gli disse: Va’ e anche tu FA’ lo stesso”. Tutta la parabola è scandita dal verbo “fare”, che compare 4 volte: tre le abbiamo evidenziate in lettere maiuscole, la quarta è presente solo nel testo greco: o poiēsas to eleos met’autou, “colui che HA FATTO (o poiēsas) la compassione con lui”, che la CEI traduce “quello che ebbe compassione di lui”.

Quindi per salvarsi bisogna “fare” misericordia. Sono necessarie le opere buone, anche se la salvezza non deriva direttamente da queste, come se fosse un diritto acquisito per via di esse.

Se non è possibile amare sinceramente il prossimo, almeno bisogna prendersi cura di lui per amore di Cristo mediante azioni concrete, nonché preghiere e parole. Solo un Dio onnipotente può amare tutti, anche i peggiori peccatori, e così pure fanno i santi che vivono radicalmente sull’esempio di Cristo. Noi poveri peccatori possiamo solo prestare aiuto a coloro che sono nel bisogno, senza avere sentimenti eroici. È questo che Dio vuole da tutti: che perdoniamo le colpe degli altri verso di noi e che ci comportiamo positivamente anche verso coloro che secondo noi non si meritano la nostra cura.

La malvagità degli uomini è terribile e la Bibbia supplica spesso Dio di fare giustizia contro i malfattori. La cattiveria umana non conosce limiti, le persone si comportano spesso nel quotidiano in modo peggiore delle bestie nelle piccole cose, mentre le grandi cose vanno a finire di solito sui giornali, a cui tutti affiggiamo la marca dell’ignominia. “Il giusto pecca sette volte al giorno” (Proverbi 24, 16): questo versetto, in realtà, sottolinea la natura imperfetta dell’essere umano e la sua costante necessità del perdono divino, non un numero specifico di peccati al giorno, infatti il numero sette è nella Bibbia simbolo di totalità. Anche i genitori, se vogliono, possono compiere vere atrocità. Blanche Monnier, conosciuta come la Sequestrata di Poitiers (Poitiers, 1° marzo 1849 – Blois, 13 ottobre 1913), è stata una cittadina francese nota per essere stata segregata in casa per 25 anni dalla madre, con l’unica colpa di essersi innamorata della persona sbagliata. Ma anche i figli sono spesso colpevoli di crimini verso i genitori, i casi più eclatanti sono le stragi familiari.

Nel Salmo 123, 4 si legge: “Pietà di noi, Signore, pietà di noi, siamo troppo sazi di disprezzo, troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti, del disprezzo dei superbi”. Neemia 3, 36: “Ascolta, Dio nostro, come siamo disprezzati! Fa’ ricadere sul loro capo il loro dileggio e abbandonali al saccheggio in un paese di schiavitù!”. Isaia 53, 3: “Disprezzato e abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna”.

Il messaggio cristiano però ribalta la logica della vendetta e proclama: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle” (Matteo 5, 38-42). Quel “ma io vi dico”, che nell’originale greco suona egō de legō umin, lascia trasparire la autorità divina di Cristo che innova addirittura la Parola di Dio quale era accettata dagli antichi.

È del 25 luglio 2025 questo messaggio della Madonna di Medjugorje:

“Cari figli! In questo tempo di grazia, in cui l’Altissimo mi ha permesso di amarvi e guidarvi sulla via della santità, satana vuole aggrovigliarvi con la corda dell’inquietudine e dell’odio. Non permettergli di prevalere ma lottate, figlioli, per la santità di ogni vita umana. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!”.

La Prima Lettera di Giovanni 4, 8 rivela che “Dio è amore”. Ciò che viene da Dio è amore e misericordia per le persone che accettano l’invito della Madonna alla conversione.

Così il Salmo 6 implora la misericordia di Dio:

Signore, non punirmi nel tuo sdegno,

non castigarmi nel tuo furore.

Pietà di me, Signore: vengo meno;

risanami, Signore: tremano le mie ossa.

L’anima mia è tutta sconvolta,

ma tu, Signore, fino a quando…?

Volgiti, Signore, a liberarmi,

salvami per la tua misericordia.

Nessuno tra i morti ti ricorda.

Chi negli inferi canta le tue lodi?

Sono stremato dai lungi lamenti,

ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio,

irroro di lacrime il mio letto.

I miei occhi si consumano nel dolore,

invecchio fra tanti miei oppressori.

Via da me voi tutti che fate il male,

il Signore ascolta la voce del mio pianto.

Il Signore ascolta la mia supplica,

il Signore accoglie la mia preghiera.

Arrossiscano e tremino i miei nemici,

confusi, indietreggino all’istante.

Si fa strada in questa stupenda e breve lirica la teoria veterotestamentaria della retribuzione (superata nel Nuovo Testamento), per la quale se si è castigati da Dio è perché in passato si è commessa una colpa. L’anima del salmista è sconvolta e quindi chiede a Dio: “Fino a quando?”, una espressione semitica classica, che ha anche un parallelo in accadico, adi mati.

“Volgiti, Signore, a liberarmi” è nell’originale ebraico: shubah YHWH hallsah. Ritorna la radice della teshuvà, cioè il verbo shub, che significa “ritornare”. In questo caso è Dio che “ritorna” a liberare l’orante oppresso dal male mediante la sua misericordia senza limiti. Il verbo ebraico indica letteralmente lo “strappar via” da una oppressione, la “riscossa”. In 2Samuele 22, 19-20 è scritto: “Mi assalirono nel giorno della mia sventura, ma il Signore fu il mio sostegno; mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene”. Letteralmente il verbo ebraico tradotto con “mi portò al largo” vuol dire: “Mi ha tratto fuori, mi ha fatto uscire allo scoperto”. In ciò sta la salvezza, la liberazione offerta da Dio.

Lungo i sentieri della vita dobbiamo augurarci di incontrare il Signore che ci salva. Egli ci aspetta nella Eucaristia per donarci la grazia. L’Eucaristia è la fonte e il culmine della vita cristiana. È un oceano di grazia a disposizione del peccatore per essere sanato.

Citiamo il Bhaṭṭikāvyam, scritto in perfetto sanscrito. Il Bhaṭṭikāvyam è il poema di Bhaṭṭi, probabilmente un colto uomo di corte indiano del VI secolo d.C. il quale adotta un doppio registro: da una parte il poema narra la vicenda di Rāma, quale era nota già da diverse fonti, ma dall’altra la storia offre il destro per continue esemplificazioni grammaticali. La fortuna in India di questo poema, redatto nel colto stile kāvya, intessuto di virtuosismi linguistici e retorici, è stata enorme, ma da noi è poco conosciuto, sicuramente per il fatto che, onde apprezzarlo adeguatamente, bisogna aver bene appreso il sanscrito classico. Ebbene, in 4, 27 i diavoli vengono detti yajñadruh, “che nuoce ai sacrifici”, “nemici dei sacrifici”.

In ogni tempo e in ogni latitudine i diavoli si oppongono al sacrificio imbastito da Dio per risanare la povera umanità.

Una delle tattiche del demonio è quella di dire male della chiesa e dei preti affinché le persone non si nutrano del corpo e del sangue di Cristo. Chi prega, infatti, è meglio protetto dalle influenze del maligno e questo essere immondo lo sa molto bene, per questo cerca di distogliere i fedeli dal culto divino.

Quando il sacerdote sull’altare consacra il pane e il vino invocando lo Spirito Santo (epiclesi) scende il Cielo a guardare l’incanto del miracolo. San Giovanni Crisostomo vive che in quell’occasione si affollano attorno al celebrante miriadi di angeli. La seconda invocazione dello Spirito Santo durante la Messa è sui fedeli affinché vengano trasformati nel corpo di Cristo. È questa divinizzazione dell’umano che viene osteggiata da Satana e dai suoi seguaci. Tanto che i satanisti prelevano ostie per dissacrarle nei loro riti blasfemi.

Dio ci aspetta a braccia aperte. Egli viene per primo a trovarci con lo scopo di risanarci. Sant’Agostino diceva che temeva il Signore che passa ma che non ritorna. Dio ci aspetta, ma guai a noi se non cogliamo il suo invito! Egli è la nostra salvezza e dobbiamo fare di tutto per accoglierlo nella nostra vita.

Sempre sant’Agostino diceva che il mondo è “massa damnationis”, un’accozzaglia di dannazione. Il mondo non può dare la felicità. Nel Vangelo di Giovanni l’evangelista parla di kosmos, in greco “mondo”, come una entità malvagia metastorica, cioè che in ogni tempo si oppone a Cristo e ai cristiani. I santi dicono che l’amore per il mondo è l’amore per il peccato.

Il mondo non può darci la felicità, ma solo illusioni. La vera gioia sta nel perdono dei peccati e nel sentirci amati da Dio. tutto il resto lascia il tempo che trova.

Tutta la Bibbia parla di conversione, anche quando non compare quella parola. L’intera esistenza dell’uomo è un lento processo di riavvicinamento a Dio. Noi usciamo da Dio e a lui giocoforza dovremo ritornare: la vita ha l’unico scopo di renderci consapevoli di avere un Padre che ci ama, ci ha creati e ci aspetta per donarci la vita eterna.

Sant’Agostino diceva che all’inizio della nostra storia personale abbiamo dei ricordi, prima di essi c’è la nebbia dell’oblio: è lì sta Dio!

L’uomo di oggi, che ha relegato Dio in soffitta, anela strenuamente alla libertà. Ma come sostiene la riflessione esistenzialista la libertà altro non è che una condanna e oltretutto essa si pone sempre condizionata. La libertà è “l’insieme dei limiti a priori che delineano la situazione fondamentale dell’uomo nell’universo” (Sartre, L’esistenzialismo è un umanesimo).

La libertà senza Dio ci pone in una condanna duratura, la quale è connotata anche dal limite: l’uomo, anche se elimina Dio, non può fare mai tutto ciò che vuole. Ma quel poco che fa è sempre uno scacco, poiché senza valori l’essere umano deperisce lentamente, come una pianta senza acqua.

Invece la vera libertà sta nello scoprirsi figli di Dio. Precisamente è questo che dà significato alla vita terrena e ci apre a quella eterna. Solo scoprendoci peccatori per via delle nostre scelte autonome e quindi bisognosi del perdono di Dio, scopriamo alla fine la vera dignità del nostro esistere.

I santi dicono che la libertà autentica è fare la volontà di Dio. Spesso pensiamo che questo equivale ad accettare le croci personali: ed è vero!. Croci che tutti hanno e che poi sono inevitabili nella vita cristiana. Il mondo, infatti, non potrà mai accettare la logica dell’amore incarnata nel vero cristiano, quindi gli muoverà sempre guerra, ma ciò è una purificazione e un addestramento al Bene.

Ma dimentichiamo che la vera volontà di Dio è che noi siamo felici, sulla terra e poi in paradiso. E le croci quotidiane non sono castighi di Dio, bensì modi attraverso i quali Egli ci educa e ci predispone all’avvento del Regno, prima di tutto nei nostri cuori. Se noi volessimo da Dio tutto ciò che ci gira nella testa, non avremmo altro che cose che ci fanno male. Dio conosce il nostro vero bene e ci guida con la sua Provvidenza ad ogni respiro della nostra vita. “Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” (Romani 8, 28).

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 59 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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