Redazione- Leggiamo nel capitolo 2 del Vangelo di Luca: 41 I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42 Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; 43 ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44 Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45 non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46 Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. 47 E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48 Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». 49 Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50 Ma essi non compresero le sue parole.
Siamo nella festa di Pasqua e come è usanza la Santa Famiglia parte in pellegrinaggio verso Gerusalemme. Nella fede ebraica il pellegrinaggio al tempio di Gerusalemme era un elemento fondamentale in occasione di tre feste, come prescritto dalla Torah: queste tre feste erano Sukkot, Pasqua e Pentecoste. Anche se spesso le famiglie palestinesi compivano un solo pellegrinaggio all’anno.
In Deuteronomio 16, 16 si legge:
Tre volte all’anno ogni tuo maschio si presenterà davanti al Signore tuo Dio, nel luogo che Egli avrà scelto: nella festa degli azzimi, nella festa delle settimane e nella festa delle capanne; nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote.
Le “tre feste” o “tre pellegrinaggi” (Shalosh Regalim) nell’ebraismo sono Pesach (Pasqua), Shavuot (Pentecoste) e Sukkot (Festa delle Capanne). Queste feste sono chiamate così, cioè regalim, “dei piedi”, perché, in passato, gli ebrei che vivevano lontano da Gerusalemme erano tenuti a recarvisi in pellegrinaggio al tempio, portando offerte e primizie dei loro raccolti.
Il verbo dell’originale greco poreuein significa anche “camminare” e non solo “si recavano” (versetto 41 del passo citato di Luca).
L’obbligo dei ragazzi a questi pellegrinaggi iniziava dai 13 anni (oppure prima, secondo certe fonti), mentre è discusso se vi fosse l’obbligo anche per le donne.
Tuttora nella liturgia ebraica è fondamentale la Kavanah, cioè l’Orientamento fisico verso Gerusalemme nella preghiera, che indicava anche la ricerca del Volto di Dio nel tempio di Gerusalemme. Infatti secondo la Bibbia gli ebrei andavano al tempio per vedere il volto di Dio. Kavanah si riferisce anche all’intenzione, alla concentrazione, alla devozione e alla consapevolezza con cui si compiono atti religiosi, specialmente preghiere e rituali. È l’aspetto interiore, l’atteggiamento del cuore che accompagna le azioni, e si considera essenziale per l’efficacia e il significato di tali atti.
Nel passo di Luca è interessante anche il verbo “salire” verso Gerusalemme. In ebraico si dice ‘alah. A Gerusalemme si sale sempre in quanto la città è posta in alto e altresì in quanto è il centro del mondo, quindi l’ascesa pure è spirituale.
Vi erano due vie che gli ebrei percorrevano dalla Galilea fino a Gerusalemme (in ogni modo era un percorso che durava circa 3 o 4 giorni): una attraverso la Samaria e una attraverso la Valle del Giordano. Durante il percorso venivano recitati i salmi dell’ascensione (dal 120 al 134), cioè salmi di pellegrinaggio che gli ebrei sapevano a memoria.
“Secondo l’usanza” (versetto 42): la Santa Famiglia seguiva in dettaglio la tradizione. Sempre secondo la tradizione, i figli dovevano essere istruiti dai genitori al significato dei riti. Gesù quindi è pienamente inserito in una famiglia ebraica, che lo porta a Gerusalemme per imparare il simbolismo e i precetti.
Oggi quando il figlio compie 13 anni diventa bar mitzvah (“figlio del precetto”) e inizia a leggere la Torah. Si tratta di una cerimonia religiosa in cui il fanciullo sale sull’ambone e legge solennemente una passo della Torah e spesso la discute e la interpreta, come fa Cristo con i dottori del tempio. Da allora prende su di sé “il giogo” della Torah, cioè inizia a seguire gli oltre 600 precetti. Negli ebrei del Marocco la bar mitzvah si compie a 12 anni.
Non sappiamo se ai tempi di Cristo vi fosse già la bar mitzvah, in ogni modo pare che vi fosse una forma di iniziazione. Lo sappiamo dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, contemporaneo di Cristo, che nella sua autobiografia scrive: “Quando ero bambino e avevo circa 14 anni ero lodato da tutti per l’amore che avevo nell’imparare e i sommi sacerdoti venivano da me per conoscere la mia interpretazione”. Si tratta di una reminiscenza e di una testimonianza un po’ esagerata del rito iniziatico ebraico. Nel Salmo 119 è scritto: “Ho più senno degli anziani, perché osservo i tuoi precetti”: c’è quindi la figura di un giovane che conosce e se conosce la Legge significa che qualcuno gli ha insegnato.
In un passo della Mishnà (la Legge orale), nel trattato Avot, è scritto che a 5 anni si inizia la lettura della Bibbia, a 10 si studia la Mishnà, a 13 si accettano i comandamenti.
Sempre secondo la tradizione ebraica, è a 13 anni che il cuore di un ragazzo decide se stare con Dio o contro Dio.
È questa la decisione più importante che l’uomo deve prendere durante la sua esistenza terrena. Da che parte stai?
In Deuteronomio 30 è scritto:
15 Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; 16 poiché io ti comando oggi d’amare l’Eterno, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, d’osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e i suoi precetti affinché tu viva e ti moltiplichi, e l’Eterno, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso. 17 Ma se il tuo cuore si volge indietro, e se tu non ubbidisci, e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servir loro, 18 io vi dichiaro oggi che certamente perirete, che non prolungherete i vostri giorni nel paese, per entrare in possesso del quale voi siete in procinto di passare il Giordano. 19 Io prendo oggi a testimoni contro a voi il cielo e la terra, che io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, onde tu viva, tu e la tua progenie, 20 amando l’Eterno, il tuo Dio, ubbidendo alla sua voce e tenendoti stretto a lui (poiché egli è la tua vita e colui che prolunga i tuoi giorni), affinché tu possa abitare sul suolo che l’Eterno giurò di dare ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe.
In ebraico “cuore” è scritto con tre consonanti: LBB. La consonante B è Bet, simile a una porta. Dato che il “cuore” ha due “porte”, i maestri ebrei insegnano che l’uomo è influenzato da due voci, da un angelo e da un demonio. Il primo gli indica la via giusta, il secondo la via sbagliata. Sta all’uomo decidere tra le due!
Dio ci dà anche degli strumenti per scegliere la via giusta, quella del bene. Questi strumenti sono la sua Parola e la chiesa, che da duemila anni annuncia la conversione e il Regno di Dio.
Lo scopo ultimo della Chiesa è di cercare gli uomini affinché questi cerchino Dio. In tutta la Bibbia Dio si è rivelato al mondo affinché tutti gli uomini lo possano amare con tutto il cuore e con tutte le forze. Il pellegrinaggio della vita è pericoloso perché l’uomo di tutti i tempi viene attaccato da mille insidie. Per questo Dio dona agli uomini la sua Torah, i primi cinque libri della Bibbia ebraica, i più importanti per gli ebrei. Il sostantivo ebraico Torah non significa etimologicamente “legge”: essa contiene anche precetti legali, quindi gli autori neotestamentari hanno tradotto Torah con nomos, che in greco vuol dire “legge”. Ma di per sé Torah deriva dal verbo ebraico yarah, che veicola l’idea del lanciare una freccia, quindi del colpire il bersaglio. In un’altra forma (Hifil) il verbo ebraico significa anche “insegnare”. Pertanto la Torah è quell’insegnamento fondamentale dato da Dio agli uomini per raggiungere la meta della propria vita, per non sbagliare. È significativo che in ebraico il “peccato” è detto khattà, che indica il fallire il bersaglio, un po’ come il sostantivo greco neotestamentario amartia. Un altro termine ebraico del “peccato” è ‘awon, da una radice che vuol dire “curvare”, quindi deviare, sbagliare strada, bersaglio, scopi.
Ma tutta la Bibbia ci permette di non sbagliare nella vita, soprattutto i vangeli, che ci parlano esplicitamente di Gesù.
Perché? Perché Dio è il Sommo Bene: solo aderendo a Dio intimamente, riceviamo la gioia eterna.
Tommaso d’Aquino (Summa contra Gentiles I.XLI) scriveva che il bene nella sua universalità è superiore a qualsiasi bene particolare, ora la bontà di Dio sta alle altre come il bene universale sta ai beni particolari.
Dio infatti è il Bene di ogni bene (I.XL): la bontà di ogni cosa è la sua perfezione, quindi Dio, essendo perfetto in modo assoluto, con la sua perfezione abbraccia ogni perfezione di ogni altra singola cosa, allora la sua bontà abbraccia ogni singola bontà, pertanto Dio è il Bene di ogni bene.
Se Dio è il Bene di ogni bene, ne consegue secondo Tommaso che Dio è il Sommo Bene.
Allora per aderire a Dio e ottenere il paradiso, bisogna morire al proprio Io egoistico e attaccato al piacere vano e senza via di uscita.
Lo dice chiaramente Francesco di Sales (Filotea XXIII):
Mi sembra che dobbiamo avere una grande considerazione per la frase che Nostro Signore, Salvatore e Redentore disse ai suoi discepoli: Mangiate ciò che vi sarà presentato Io sono del parere che sia maggiore virtù mangiare senza scelta ciò che ti viene presentato, e nell’ordine in cui ti viene presentato, senza far caso se sia di tuo gusto o meno, che scegliere sempre quanto c’è di peggiore. Perché se anche questo ultimo modo di agire sembra più austero, l’altro denota maggiore mortificazione, perché non ti porta soltanto alla rinuncia al tuo gusto, ma anche alla scelta personale; e mi sembra che non sia una mortificazione da poco piegare il proprio gusto alle circostanze del caso e tenerlo sottomesso alle situazioni fortuite; in Più questo genere di mortificazione passa inosservato, non dà noia ad alcuno ed è di un valore ineguagliabile quanto a buona educazione!
Ogni cosa che Dio impone è analoga al cibo mangiato di poca voglia in quanto imposto ma necessario perché salutare. L’Io ribelle si oppone sempre ai dettami di Dio, ma bisogna domarlo come si doma il corpo ribella, che Francesco d’Assisi chiamava “frate asino”.
Gli istinti carnali e l’Io egoistico sono di loro propensione opposti a Dio, quindi bisogna avere la volontà ferrea di domarli, come si doma un asino recalcitrante.
Bisogna abbandonarsi alla divina provvidenza! Ecco le parole illuminanti di Jean Pierre de Caussade (L’abbandono alla Divina Provvidenza, II):
C’è un tempo in cui l’anima vive in Dio e ce n’è uno nel quale Dio vive nell’ anima. Quello che è proprio a uno di questi tempi, è contrario all’ altro. Quando Dio vive nell’ anima, questa deve abbandonarsi totalmente alla sua provvidenza; quando l’ anima vive in Dio, essa si munisce con cura e con regolarità di tutti i mezzi che ritiene in grado di condurla a questa unione. Tutti i suoi pensieri, le sue letture, i suoi programmi, le sue revisioni, sono fissati; è come se avesse una guida al fianco da cui tutto è regola to, perfino il tempo di parlare. Quando Dio vive nell’ anima, essa non ha più niente che le venga da se stessa. Non ha che quello che le dà, in ogni momento, il principio che la sorregge: nessuna provvista, non più vie tracciate; è come un bambino che viene con dotto dove si vuole e che ha solo il sentimento per distinguere le cose che gli si presentano. Non ci sono più libri indicati per quest’ anima; molto spesso essa è priva di un direttore fisso e Dio la lascia senz’ altro appoggio che lui solo. La sua dimora è nelle tenebre, nell’oblio, nell’abbandono, nella morte e nel nulla. Sente i suoi bisogni e le sue miserie senza sapere da dove ne quando le verrà il soccorso. Attende in pace e senza inquietudine che venga chi l’assisterà, i suoi occhi guardano soltanto il cielo. E Dio, che non potrebbe trovare nella sua sposa disposizioni più pure di questa totale rinuncia a tutto quello che essa è per non essere che per grazia e per operazione divina le fornisce al momento opportuno i libri, i pensieri, la conoscenza di se stessa, gli avvertimenti, i consigli, gli esempi dei giusti. Tutto quello che le altre anime trovano con la loro iniziativa, quest’ anima lo riceve nel suo abbandono, e ciò che le altre conservano con precauzione per ritrovarlo al momento opportuno, quest’anima lo riceve al momento del bisogno e poi lo abbandona, non volendo possedere se non quello che Dio vuol concederle, per non vivere che per mezzo di lui. Le altre intraprendono per la gloria di Dio un’infinità di cose; questa spesso è in un angolo della terra come un coccio di vaso rotto da cui non si può più trarre alcuna utilità. Lì quest’ anima abbandonata dalle creature, ma nel godimento di Dio attraverso un amore autentico, intenso e molto attivo benché infuso nel riposo, non si rivolge a nessuna cosa per impulso proprio.
Per abbandonarsi in tutto alla volontà di Dio, bisogna farsi piccoli come Cristo di fronte a Giuseppe e Maria. Gesù si fida di loro e viene istruito. Così noi: dobbiamo fidarci degli insegnamenti di Dio e della sua vera chiesa e dei molti segni che Egli pone sul nostro cammino.
Nella Bibbia Dio si è fatto conoscere come Trinità. “Battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Matteo 28, 19).
La riflessione teologica in merito inizia nel II secolo e la parola Trinitas compare per la prima volta in Tertulliano (155 circa – 230 circa).
La dottrina della Trinità non implica la esistenza di tre dei bensì di un unico Dio che allo stesso tempo è in Tre Persone, uguali e distinte. Si tratta di un mistero che non possiamo capire razionalmente.
I teologi parlano di una Trinità economica e di una Trinità immanente. La prima espressione si riferisce a come Dio si è fatto conoscere nella storia: il Padre è il Creatore, il Figlio è il Redentore e lo Spirito inaugura il tempo della chiesa. Invece la Trinità immanente vuol indicare Dio nella sua essenza, che è una relazione di amore. Infatti il Padre crea eternamente, il Figlio è creato eternamente (senza un prima e un dopo): l’uno è in relazione con l’altro, nessuno può esistere senza l’altro. E lo Spirito è il rapporto di amore che li lega.
L’uomo è fatto a immagine di Dio, quindi anche l’essere umano ha in sé impressa la struttura della Trinità. In Agostino, l’uomo è visto come “immagine della Trinità” (imago Trinitatis). Questa immagine si manifesta nella struttura interiore dell’uomo, composta da memoria, intelligenza e volontà, che riflettono rispettivamente l’esistenza, la conoscenza e l’amore, attributi di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. L’uomo, pur essendo una creatura, porta in sé, seppur in modo imperfetto, un riflesso della Trinità divina.
L’uomo più si avvicina a Dio più scopre il segreto intimo della propria natura. Conformandosi a Dio, si scopre cittadino del Cielo.
Giovanni Bosco aveva Tre Amori Bianchi: l’Eucaristia, la Madonna e il Papa. Sono queste le tre direttrici fondamentali cui orientare la nostra vita.
Il peccato di tutti noi uomini è grande, ma dove ha abbondato il peccato, sovrabbonda la grazia. Il male è potente, ma Dio è onnipotente. Per questo il Salmo 51 così recita:
1Abbi pietà di me, o Dio, per la tua bontà;
nella tua grande misericordia cancella i miei misfatti.
2 Lavami da tutte le mie iniquità
e purificami dal mio peccato;
3 poiché riconosco le mie colpe,
il mio peccato è sempre davanti a me.
4 Ho peccato contro te, contro te solo,
ho fatto ciò ch’è male agli occhi tuoi.
Perciò sei giusto quando parli,
e irreprensibile quando giudichi.
5 Ecco, io sono stato generato nell’iniquità,
mia madre mi ha concepito nel peccato.
6 Ma tu desideri che la verità risieda nell’intimo:
insegnami dunque la sapienza nel segreto del cuore.
7 Purificami con issopo, e sarò puro;
lavami, e sarò più bianco della neve.
8 Fammi di nuovo udire canti di gioia e letizia,
ed esulteranno quelle ossa che hai spezzate.
9 Distogli lo sguardo dai miei peccati,
e cancella tutte le mie colpe.
10 O Dio, crea in me un cuore puro
e rinnova dentro di me uno spirito ben saldo.
11 Non respingermi dalla tua presenza
e non togliermi il tuo santo Spirito.
12 Rendimi la gioia della tua salvezza
e uno spirito volenteroso mi sostenga.
13 Insegnerò le tue vie ai colpevoli,
e i peccatori si convertiranno a te.
14 Liberami dal sangue versato, o Dio, Dio della mia salvezza,
e la mia lingua celebrerà la tua giustizia.
15 Signore, apri tu le mie labbra,
e la mia bocca proclamerà la tua lode.
16 Tu infatti non desideri sacrifici,
altrimenti li offrirei,
né gradisci olocausto.
17 Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto;
tu, Dio, non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato.
18 Fa’ del bene a Sion, nella tua grazia;
edifica le mura di Gerusalemme.
19 Allora gradirai sacrifici di giustizia,
olocausti e vittime arse per intero;
allora si offriranno tori sul tuo altare.
Non bisogna mai disperare dell’amore di Dio, anche se il nostro peccato fosse come lo scarlatto. Dio ama i suoi figli pentiti, che ritornano a lui con tutto il cuore.
Osea 6, 6 rivela che Dio preferisce l’amore al sacrificio, pur senza annullare quest’ultimo. “Amore voglio e non sacrificio”. Il più grande sacrificio che possiamo offrire a Dio è ritornare a Lui pentiti.
È significativo che in egiziano antico “cuore” si dice ib oppure ḥ3.tj, entrambi con l’ideogramma del cuore animale, noto già molto anticamente come offerta sacrificale particolarmente gradita agli dei.
Il Dio unico e vero, la Santa Trinità, non vuole sacrifici di animali, il vero sacrificio è il nostro cuore che ama Dio.
Il Santo Curato d’Ars così scriveva il suo atto di amore a Dio:
Ti amo, mio Dio, e il mio desiderio
è di amarti fino all’ultimo respiro della mia vita.
Ti amo, o Dio infinitamente amabile,
e preferisco morire amandoti,
piuttosto che vivere un solo istante senza amarti.
Ti amo, Signore, e l’unica grazia che ti chiedo
è di amarti eternamente.
Ti amo, mio Dio, e desidero il cielo,
soltanto per avere la felicità di amarti perfettamente.
Mio Dio, se la mia lingua non può dire ad ogni istante: ti amo,
voglio che il mio cuore te lo ripeta ogni volta che respiro.
Ti amo, mio divino Salvatore, perché sei stato crocifisso per me,
e mi tieni quaggiù crocifisso con te.
Mio Dio, fammi la grazia di morire amandoti
e sapendo che ti amo.
Il cuore è talmente importante che nella Bibbia è soprattutto la sede dei pensieri e delle decisioni, e non solo quella dei sentimenti. In Omero appare come il cuore, in greco kardia, risponda alle funzioni sia razionali sia emotive (Iliade 21, 441-442: “ … che smemorato cuore dev’essere il tuo! Non ricordi quanti malanni ad Ilio d’intorno dovemmo soffrire, memnēai osa dē pathomen kakà Ilion amfì …”).
In sanscrito “cuore” si dice hṛdaya, ove la radice “hṛd” significa cuore, e “ayam” può essere interpretato come estensione o espansione, quindi hṛdaya può essere tradotto come “il cuore nella sua estensione” o “il cuore che si espande”. In termini più ampi, hṛdaya si riferisce non solo al cuore fisico, ma anche al cuore spirituale, alla sede delle emozioni, dei sentimenti e della saggezza interiore. È considerato il centro del nostro essere, il luogo dove risiede la nostra vera natura e dove possiamo connetterci con l’Assoluto, come se il corpo fisico si espandesse sino a Dio.
Nella Bibbia il cuore indica persino la totalità della persona. Infatti leggiamo in Genesi 18, 5: “Io andrò a prendere un pezzo di pane, e vi fortificherete il cuore”. In cinese “cuore” è xīn, rappresentato da un ideogramma che stilizza l’organo umano enfatizzandone la centralità nella persona: esso è sede del pensiero, delle emozioni e dello spirito vitale.
Il termine greco kardia deriva da una radice indoeuropea di significato originario incerto. Quello semitico lb (oppure lbb) pare che significasse all’inizio “pulsare” (secondo Koehler). La radice ebraica della “salvezza” (che troviamo anche nel nome Gesù) significa di per sé “allargare”, detto del cuore, come se Dio nel salvare l’umanità espandesse il proprio cuore.
Anche Dio ha un cuore, che è rivelato da Cristo. Geremia 3, 15: “Vi darò pastori secondo il mio cuore, i quali vi guideranno con sapienza e intelligenza”.
Dio dona al suo popolo un cuore di carne anziché di pietra. Ezechiele 36, 26-27: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi”.
Siamo tutti peccatori, quindi dal cuore malvagio: tendiamo a non ascoltare il Signore e a dar retta in compenso al nostro cuore ostinato (Geremia 7, 24). Per natura siamo meritevoli di condanna, come rivela Paolo (Efesini 2, 3).
Dio però ci ama così come siamo. Ma dobbiamo convertirci di vero cuore. Un testo di Qumran biasima chi prega Dio ma “con cuore diviso” (blb wlb: 1QH 12, 15).
Se torniamo a Dio con tutto il cuore, la sua grazia ci trasforma in nuove creature e ci porta nel suo Regno, che è nei Cieli.
Il miracolo della nostra elezione è permesso dalla Vergine Maria, che oltre a essere Madre di Dio è Madre della Chiesa, cioè di tutti noi, secondo la nostra vita spirituale.
Dopo la Santa Messa, la preghiera del Rosario è la più importante per il cristiano.
Secondo i Papi, sono questi i benefici del Santo Rosario:
- I peccatori ottengono il perdono.
- Le anime assetate sono saziate.
- Coloro che sono legati vedono infrante le loro catene.
- Coloro che piangono trovano gioia.
- Coloro che sono tentati trovano pace.
- I bisognosi ricevono aiuto.
- I religiosi sono riformati.
- Gli ignoranti sono istruiti.
- I vivi vincono il declino spirituale.
- I morti hanno le loro pene alleviate per via dei suffragi.
A detta di Grignion de Montfort, il Rosario ottiene questo:
- Ci eleva insensibilmente alla perfetta conoscenza di Gesù Cristo.
- Purifica le anime nostre dal peccato.
- Ci rende vittoriosi su tutti i nostri nemici.
- Ci facilita la pratica delle virtù.
- Ci infiamma d’amore per Gesù.
- Ci arricchisce di grazie e di meriti.
- Ci fornisce i mezzi per pagare a Dio e agli uomini tutti i nostri debiti e infine ci ottiene ogni sorta di grazie.
Francesco d’Assisi così prega la Madonna:
Ti saluto, Signora santa,
Regina santissima,
Madre di Dio, Maria, che sempre sei Vergine,
eletta dal santissimo Padre celeste e da Lui, col santissimo Figlio diletto e con lo Spirito Santo Paraclito, consacrata.
Tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene.
Ti saluto, suo palazzo.
Ti saluto, sua tenda.
Ti saluto, sua casa.
Ti saluto, suo vestimento.
Ti saluto, sua ancella.
Ti saluto, sua Madre.
E saluto voi tutte, sante virtù, che per grazia e lume dello Spirito Santo siete infuse nei cuori dei fedeli, perché li rendiate da infedeli fedeli a Dio.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 58 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.