Redazione- Dal prossimo anno, 2026, in occasione delle celebrazioni per l’800° anniversario dalla morte di San Francesco, il 4 ottobre sarà nuovamente Festa Nazionale con il Sì definitivo della Commissione Affari Costituzionali del Senato.
Nella prima metà del XIII sec. d.C., laddove in Italia vi era un aspro conflitto fra i Comuni che rivendicavano e difendevano le loro autonomie e libertà contro il potere assoluto dell’imperatore di Casa Sveva, si assisteva alla rivoluzione spirituale di Francesco d’Assisi in seno alla Chiesa temporale e corrotta di Roma. In Terra Santa vi era la contesa fra il Gran Saladino e Riccardo Cuor di Leone. Gengis Kan conquistava l’Asia, mentre sullo sfondo si assisteva all’agonia dell’Impero Bizantino, caduto definitivamente il 29 maggio 1453, sotto i colpi dei Turchi Ottomani, guidati da Maometto II.
Sebbene il XIII secolo in Italia fosse contraddistinto dall’età comunale, si era ancora nel Medioevo e la struttura sociale era caratterizzata dalla gerarchia, dalla staticità e dall’economia chiusa, le quali trovarono un evidente corrispettivo in una visione prettamente stabile della realtà intera. Tale visione fu permeata profondamente dalla religiosità cristiana che dominò la civiltà medievale. L’ordine del creato, in quanto provvidenziale e voluto da Dio, era ritenuto perfetto e immutabile.
L’elemento che accomunò tutti gli uomini del Medio Evo fu la religiosità, tanto che Marc Bloch, storico francese, li definì un “popolo di credenti“. In tutta l’epoca perdurò una visione metafisica del mondo: “Tutto è permeato dalla religione”, scrisse lo storico Hauser. L’intera natura appariva come un libro scritto da Dio, che si manifesta/va attraverso i fenomeni e le creature sensibili, segni della sua volontà.
Francesco nacque forse il 24 giugno 1182 da Pietro di Bernardone, mercante di tessuti, e, secondo alcune testimonianze, da Madonna Giovanna de Bourlemont, nobile provenzale, detta Pica. La sua famiglia fece parte della borghesia emergente nella città di Assisi. Raggiunse ricchezza e benessere grazie al commercio di tessuti. Si racconta che Donna Pica, durante un’assenza del marito, in Francia per dei commerci, fece battezzare il figlio con il nome matronimico di Giovanni nella chiesa cattedrale di san Rufino, vescovo e martire. Al suo ritorno ad Assisi il padre però decise di cambiare il nome in Francesco, probabilmente in onore della Francia che aveva fatto la sua fortuna.
In “Vitae” di Tommaso da Celano, si intuisce che Pica nutrì per Francesco uno speciale amore, che si manifestò fin dalla scelta di imporre al figlio il proprio nome di battesimo. L’altro figlio si chiamava Angelo.
Pica adoperò sempre una grande tenerezza verso Francesco per rendere meno aspre le punizioni inflittegli dal padre prima che il giovane abbandonasse la casa paterna. Tommaso da Celano la presenta come una donna ispirata da Dio, tanto da profetizzare la santità del figlio.
Sebbene Francesco nei suoi scritti non parli mai direttamente dei propri genitori, numerose sono le attestazioni della centralità della figura materna nella sua esperienza: egli stesso in diversi passi si pone come ‘madre’ nei confronti dei confratelli e indica loro l’amore materno come via ideale da seguire ed emulare. Nella “Regola di vita per gli eremi” Francesco scrisse: “Coloro che vogliono stare a condurre vita religiosa negli eremi, siano tre frati o al più quattro. Due di essi siano le madri e abbiano due figli o almeno uno. (…) I figli però talvolta assumano l’ufficio di madri”. La maternità è intesa da Francesco come servizio. La maternità fu il suo vero ministero nei confronti dei fratelli e di tutti gli uomini.
Ogni creatura che obbedisce al Creatore, anche il ‘piccolo’ frate Francesco, è madre, genera il Verbo e così lo rende nuovamente vivo e presente agli uomini del suo tempo.
La maggior parte delle fonti relative ai primi anni di vita di Francesco è costituita dalle diverse biografie agiografiche e dalle compilazioni redatte nel corso del secolo XIII. Si tratta di testi che racchiudono frammenti di informazioni all’interno di una narrazione rivolta principalmente a finalità liturgiche e devozionali. Inoltre con il trascorrere dei decenni si affermò la tendenza a retrodatare agli anni dell’esistenza di Francesco determinate problematiche e a filtrare la memoria degli avvenimenti alla luce delle esigenze religiose e del contesto della politica ecclesiastica delle epoche successive.
Francesco abitò nel centro della città di Assisi nei pressi di un un fondaco, utilizzato come negozio e magazzino per lo stoccaggio e per l’esposizione delle stoffe acquistate dal padre durante i frequenti viaggi in Provenza. Il padre Pietro vendeva tessuti ricercati e preziosi in tutto il territorio del Ducato di Spoleto, cui apparteneva in quel tempo la città di Assisi.
Le agiografie sul Santo sono scarne di notizie sulla sua infanzia e sulla giovinezza. Forse fu indirizzato dal padre a sostituirlo negli affari di famiglia. Si sa che frequentò la scuola presso i canonici della cattedrale, nella chiesa di San Giorgio, dove fu costruita l’attuale basilica di Santa Chiara. Già a quattordici anni Francesco si dedicò a pieno titolo all’attività del commercio. Trascorse la giovinezza tra le liete brigate degli aristocratici assisani e la cura degli affari commerciali paterni.
Fra le città di Assisi e Perugia vi fu per secoli una rivalità irriducibile tanto che nel 1202 scoppiò una guerra. L’odio aumentò a causa dell’alleanza di Perugia con i guelfi, mentre Assisi parteggiò per la fazione dei ghibellini. Non fu una scelta felice quella degli assisani, in quanto in quella guerra subirono una grave sconfitta e una cospicua perdita di uomini a Collestrada, vicino a Perugia. Tra i giovani che parteciparono al conflitto vi era Francesco, il quale fu catturato e rinchiuso in carcere, dove si ammalò gravemente.
Dopo un anno di prigionia ottenne la libertà in seguito al pagamento di un riscatto da parte del padre. Tornato a casa, recuperò la salute trascorrendo molto tempo nei possedimenti di famiglia.
Secondo Tommaso da Celano, francescano, poeta e scrittore, quei luoghi appartati, in cui Francesco si ritirò, contribuirono a risvegliare in lui un assoluto e totale amore per la natura, che vedeva come opera mirabile di Dio.
Da un punto di vista storico le circostanze della conversione di Francesco non sono state chiarite. A noi sono pervenute notizie solo attraverso le agiografie e il testamento del Santo. Sembra che la sua volontà frustrata di farsi cavaliere e di partire per la crociata abbia avuto un ruolo importante, come fu determinante il crescente senso di compassione che gli ispirarono i deboli, gli ammalati e gli emarginati. La compassione si sarebbe trasformata poi in una vera e propria “febbre d’amore” verso Dio e il prossimo e da quel momento Francesco intraprese un cammino di conversione, che col tempo lo portò “a vivere nella gioia di poter custodire Gesù Cristo nell’intimità del cuore”.
Si narra che verso il 1203-1204 l’Assisiate pianificò di partecipare alla quarta crociata e cercò di raggiungere la corte di Gualtieri III di Brienne a Lecce, per poi muovere con gli altri cavalieri alla volta di Gerusalemme. In quel tempo partecipare come cavaliere ad una crociata era considerato uno dei massimi onori per i cristiani d’Occidente. Giunto però a Spoleto, Francesco si ammalò nuovamente, trascorrendo la notte nella chiesa di San Sabino dove fu colto da un profondo ravvedimento. In seguito il Santo raccontò di essere stato persuaso da due rivelazioni notturne: nella prima egli scorse un castello pieno d’armi e udì una voce promettergli che tutto quello sarebbe stato suo;
nella seconda rivelazione sentì nuovamente la stessa voce chiedergli se gli fosse stato “più utile seguire il servo o il padrone?” alla risposta: “Il padrone”, la voce aggiunse: ”Allora perché hai abbandonato il padrone, per seguire il servo?”
A quel punto Francesco rinunciò alla crociata e tornò ad Assisi. Da allora non fu più lo stesso uomo. Si ritirò molto spesso a pregare in luoghi solitari.
Un giorno a Roma, dove fu mandato dal padre per una partita di merce, distribuì il denaro ricavato dalle vendite ai poveri e scambiò le sue vesti con un mendicante mettendosi a chiedere l’elemosina davanti alla porta di San Pietro.
Cambiò radicalmente anche il suo atteggiamento nei confronti delle altre persone. Si narra che un giorno incontrò un lebbroso che abbracciò e baciò, dopo avergli fatto l’elemosina. Come raccontò lui stesso, prima di quel giorno non poteva sopportare nemmeno la vista di un lebbroso. Allora scrisse: “ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza d’anima e di corpo”
L’episodio più significativo della sua conversione avvenne nel 1205 mentre pregava nella chiesa di San Damiano. Raccontò di aver sentito parlare il Crocifisso, che per tre volte gli disse: “Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”.
Dopo quell’episodio compì una serie di azioni. Fece incetta di stoffe nel negozio del padre e le vendette a Foligno assieme al suo cavallo. Tornò a casa a piedi e offrì il denaro ricavato al sacerdote di San Damiano affinché riparasse quella piccola chiesa in rovina. Il sacerdote, conoscendo il padre e temendone l’ira, rifiutò la generosa offerta.
A quel punto Pietro di Bernardone, forte della solidarietà della comunità d’Assisi, ritenne tradite non solo le sue aspettative di padre ma ipotizzò che il figlio, animato da così eccessiva generosità, fosse in preda a uno squilibrio mentale. Sicché provò ad allontanare Francesco da Assisi per sottrarlo ai pettegolezzi della gente. Poi, di fronte alla sua “testardaggine”, decise di denunciarlo ai consoli della città per farlo arrestare, non per il danno patrimoniale subìto ma nella segreta speranza che, sotto la pressione della punizione e della condanna da parte di tutta la città, il figlio potesse “rinsavire” e cambiare atteggiamenti. A quel punto il giovane si appellò a un’altra autorità: fece ricorso al vescovo.
Il processo si svolse nel mese di gennaio (o febbraio) del 1206, nel Palazzo Vescovile: “tutta Assisi” fu presente al giudizio.
Si narra che quando il padre ebbe finito di parlare, Francesco: – non sopportò indugi o esitazioni, non aspettò né fece parole; ma immediatamente, depose tutti i vestiti e li restituì al padre […] e si denudò totalmente davanti a tutti dicendo al padre: “Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro che sei nei cieli, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza“ -.
Francesco diede così inizio ad una nuova vita mentre il vescovo Guido manifestò simbolicamente la protezione e l’accoglienza del giovane nella Chiesa, coprendolo pudicamente agli sguardi della folla.
A fine anno 1206 Francesco partì per Gubbio, dove aveva da sempre diversi amici, come Federico Spadalonga, con cui aveva condiviso anche la prigionia nelle carceri di Perugia. Federico lo accolse benevolmente nella sua casa, dove oggi sorge una chiesa dedicata a San Francesco. Lo sfamò e, a quanto pare, fu qui che Francesco si vestì del saio, rifiutando abiti ben più lussuosi offerti dall’amico.
Ospite degli Spadalonga, Francesco, che amava ogni forma di umiltà, si trasferì dopo pochi mesi presso i lebbrosi ”restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura”. Si trattava del lebbrosario di Gubbio, intitolato a San Lazzaro di Betania.
In ”Testamento” Francesco scrisse che la vera svolta della piena conversione iniziò a Gubbio, quando si accostò alle persone più bisognose: i lebbrosi.
Non ebbe mai una fissa dimora, ma era solito predicare nelle campagne tra il comune umbro e Assisi. Quando lo scandalo sollevato dalla rinuncia ai beni paterni, si placò, Francesco tornò nella città natale. Per un certo periodo rimase in solitudine, impegnato a riparare alcune chiese in rovina, come quella di San Pietro (fuori dalle mura), la Porziuncola a Santa Maria degli Angeli e San Damiano.
I primi anni della conversione furono caratterizzati dalla preghiera, dal servizio ai lebbrosi, dal lavoro manuale e dall’elemosina. Francesco scegliendo di vivere nella povertà volontaria e ispirandosi alla vita di Cristo, lanciò un messaggio contrapposto a quello della società duecentesca, dalle facili ricchezze. Rinunciò alle attrattive mondane, vivendo gioiosamente come un “ignorante“, un “pazzo”, dimostrando come la sua contrapposizione ai valori egemoni della società secolare del tempo potesse generare una perfetta letizia. La sua predicazione e il suo esempio furono sovversivi.
Il 24 febbraio 1208, giorno di San Mattia, dopo aver ascoltato un passo del Vangelo secondo Matteo nella Porziuncola, Francesco avvertì l’esigenza di dover portare la Parola di Dio per le strade del mondo. Ebbe dunque inizio la sua predicazione nei dintorni di Assisi.
Ben presto altre persone si aggregarono a lui e, con le prime adesioni, si formò il primo nucleo della comunità di frati. Il primo di essi fu Bernardo di Quintavalle, suo amico d’infanzia. Poi Rufino, cugino di Chiara. Fra gli altri: Senso III di Giotto Sensi, Pietro Cattani, Filippo Longo di Atri, frate Egidio, frate Leone, frate Masseo, frate Elia da Cortona e frate Ginepro.
Assieme ai confratelli, Francesco iniziò a portare le sue predicazioni fuori dall’Umbria ma aveva bisogno del placet pontificio per continuare la sua missione evangelica. Intorno al 1209, dopo avere raccolto intorno a sé dodici compagni, si recò a Roma per ottenere l’autorizzazione della Regola di vita, per sé e per i suoi frati, da parte di papa Innocenzo III, Lotario dei Conti di Segni.
Dopo alcune esitazioni iniziali, il Pontefice concesse a Francesco la propria approvazione orale per l’ ”Ordo fratrum minorum”. Diversamente da altri ordini pauperistici, quello di Francesco non contestava la Chiesa, il suo primato e l’autorità, ma la considerava come “madre” e le offriva sincera obbedienza.
L’Assisiate fu in quel momento storico la personalità provvidenziale che poté incanalare le inquietudini e il bisogno di partecipazione dei ceti più umili all’interno della Chiesa, senza opposizioni, senza il pericolo di causare eresie.
A noi non è pervenuta alcuna traccia del testo della Regula presentato al Papa. Gli studiosi ritengono che fosse costituito in buona parte da brani tratti dal Vangelo che, successivamente, con alcune aggiunte, confluirono nella “Regola non bollata”, che Francesco scrisse nel 1221 alla Porziuncola.
Tornati in Umbria, i frati si stabilirono in un “tugurio” presso Rivotorto, sulla strada verso Foligno, scelto per la vicinanza ad un ospedale di lebbrosi. Il luogo però era umido e malsano e i frati lo abbandonarono l’anno successivo.
Si fermarono quindi presso la piccola badia di Santa Maria degli Angeli, sulla pianura del Tescio, in località Porziuncola. Abbandonata in mezzo a un bosco di cerri, la badia fu concessa a Francesco e ai suoi frati dall’Abate della chiesa di San Benedetto del Subasio.
La nuova “forma di vita” di Francesco e seguaci affascinò anche le donne.
Prima fra tutte fu Chiara Scifi, figlia del nobile assisiate Favarone di Offreduccio degli Scifi. Sembra non siano attendibili le parentele di Chiara con i conti di Sassorosso e con la casata degli Scifi tuttavia il padre Favarone apparteneva ad una dinastia di cavalieri appartenenti al ceto dei maiores.
Chiara fuggì dalla casa paterna la notte della Domenica delle Palme del 28 marzo 1211 (o del 18 marzo 1212). Visse la propria esistenza fra le mura di San Damiano. Seppe conquistarsi una gloria, oltre che terrena, eterna, destinata a vincere il silenzio di mille secoli. Di lei, fondatrice dell’Ordine delle Clarisse assieme a Francesco di Bernardone, si hanno poche notizie. Quelle più certe riguardano la sua famiglia e derivano dal processo di canonizzazione successivo alla sua morte. Altre notizie sono state reperite in una biografia attribuita a Tommaso da Celano, confermate dal monaco Salimbene de Adam.
Sappiamo che nacque ad Assisi nel 1194 da una nobile famiglia, i Favarone di Offreduccio di Bernardino. Il 1194 diede i natali anche a Federico Ruggero di Hohenstaufen, Re di Sicilia, duca di Svevia, Re dei Romani, Imperatore del Sacro Romano Impero, Re di Gerusalemme, meglio conosciuto come lo “Stupor Mundi”, ovvero Federico II di Svevia, nipote di Federico Barbarossa.
Più che il padre, per Chiara fu importante la presenza della madre, Ortolana Fiumi, donna devota ed energica, nota per i suoi pellegrinaggi in Terra Santa, a Roma e a San Michele sul Gargano. I viaggi in terre così lontane fanno ipotizzare che Ortolana, madre di Chiara, disponesse di abbondante denaro e che dovesse essere persona molto coraggiosa, capace per fede di affrontare le notevoli difficoltà e le fatiche che così lunghi viaggi comportarono, in particolare modo quello dall’Umbria sino a Gerusalemme.
Il soggiorno in Terra Santa ebbe tuttavia un esito felice, dato che Ortolana, giovane sposa, al ritorno in Umbria rimase incinta di Chiara, la quale, crescendo, divenne determinata e impavida come la madre.
E’ Tommaso da Celano, autore di una biografia su Chiara, a fornire una ricostruzione “di maniera” dei primi anni di vita della Santa. In “La Vita” Chiara è descritta come brava e buona, generosa, sempre disposta ad aiutare i tanti poveri che in quel tempo affollavano le strade cittadine, come uno dei fiori più belli, più freschi e gentili che “adornassero le strade e le case della città di Assisi”.
Chiara abbandonò giovanissima la sua casa natale per donarsi a Dio, incontrando la resistenza ostinata dei genitori che la volevano dare in moglie a qualche nobile giovane di quelle contrade umbre. La giovane invece seguì le orme di Francesco, più grande di dodici anni. Si conoscevano da sempre, abitando vicino ed essendo Francesco molto amico di Rufino, frate della primissima “fraternitas” formatasi all’ombra del Subasio, di nobile famiglia, cugino carnale della giovanissima Chiara di Favarone.
Il monaco Salimbene de Adam, celebre cronista francese del 1200, narratore dello “Stupor mundi”, in “Chronica”, ci ha tramandato su Chiara le stesse informazioni dateci da Tommaso da Celano.
Contrariamente a quanto ipotizzato da qualche studioso, che ha male interpretato qualche passaggio del loro epistolario, fra Francesco e Chiara non vi fu alcun “affetto terreno”. Di certo fu il cugino Rufino a presentare Chiara a Francesco nel momento in cui la giovane palesò il desiderio di entrare nella loro “fraternitas” per seguirne la spiritualità.
Non si sa quante volte e quando i due Santi si incontrarono. Si sa invece che Chiara usciva di casa per incontrare Francesco in grande segreto, facendosi
accompagnare ora dalla fidata Bona di Guelfuccio, ora dalla sorella Agnese.
Anche l’Assisiate era “scortato” da un confratello durante quegli incontri. Si trattò sempre di Filippo Longo, nativo di Atri. I due giovani non si videro mai
da soli al fine di non scatenare “leggende” pericolose ed infamanti sul loro conto.
Chiara abbandonò la casa paterna nella domenica delle Palme del 1212, presumibilmente nella notte fra il 18 e il 19 marzo. Alcuni studiosi hanno anticipato tale data al 28 marzo del 1211. Accompagnata da tre donne, si recò nella chiesa di San Rufino, dove il vescovo stava celebrando la funzione notturna del rito pre-pasquale. In quell’occasione Chiara prese la decisione definitiva alla presenza della sorella Pacifica, che in quel momento sostituiva Agnese.
Dopo la funzione religiosa, Chiara si recò alla “Portiuncola”, situata fuori dalla cerchia delle mura cittadine, distante dall’altra chiesa più di due chilometri e dove viveva Francesco con la sua fratenitas. Non si può escludere che qualche guardia di ronda sia stata la volontaria o involontaria complice della “passeggiata notturna” di Chiara e delle sue sorelle. Giunta alla “Portiuncola” la giovane fu accolta dai confratelli in una “chiesa che le parve piena di luce”, forse anche perché vi entrava dopo un percorso fatto nella più fitta oscurità.
La “Vita” di Tommaso da Celano racconta che Chiara gettò subito lontano da sé “la sporcizia di Babilonia” e rivolse al mondo la sua lettera di addio. Poi con un atto grave e deciso si separò dai suoi capelli, tagliati da Francesco; le furono tolte le belle vesti e gli ornamenti che le impreziosivano, per indossare il medesimo rozzo saio dei Frati Francescani; quindi le fu messa una corda ai fianchi, come segno di penitenza. Così la giovane dichiarò di volere diventare umile serva di Cristo.
Le fonti storiche riportano che Francesco non aveva alcuna intenzione di fondare un ordine religioso femminile fino a quella domenica delle Palme in cui Chiara decise di consacrarsi a Cristo. Sempre stando alle testimonianze presentate al processo di canonizzazione del 1255, esauriti i momenti salienti dell’austera celebrazione, Francesco condusse Chiara al monastero benedettino di San Paolo delle Badesse, in Bastia, non lontano da Assisi, dove la futura Santa entrò come conversa. A quel momento si fa risalire la predisposizione di una “Forma vivendi”, prescritta da Francesco per Chiara. Non si trattò di una vera e propria Regula ma costituì una prima raccolta di condizioni disciplinari a cui la nuova adepta dovette attenersi.
Se Chiara era felice della propria scelta di vita, non altrettanto soddisfatti furono il padre e la madre, i quali, informati della decisione della figlia, si recarono a San Paolo di Bastia, dove la incontrarono e rimproverarono, cercando nel contempo di convincerla a tornare a casa ora con blandizie ora con minacce. La giovane parlò poco. Mostrò ai genitori i capelli tagliati sotto il velo, gesto simbolico ma a cui faceva seguito un impegno irrevocabile.
La ferrea volontà di Chiara non distolse gli intendimenti della famiglia anche se i Favarone non ebbero le aspre reazioni di Pietro Bernardone nei riguardi del figlio Francesco. I genitori di Chiara, quantunque addolorati, non si opposero alla Chiesa e lasciarono la futura Santa a San Paolo di Bastia, dove fu presto raggiunta dalla sorella Agnese, la prima delle altre donne della famiglia Favarone a seguire l’esempio di Chiara. Più tardi sarà la stessa madre Ortolana a emulare le figlie.
In quel periodo di eresie, come quella dei Catari, Francesco avrebbe potuto essere frainteso data l’”originalità” dei suoi comportamenti: la voluta povertà e la predicazione ai ceti subalterni. Francesco e i suoi seguaci però si distinsero dagli eretici poiché non misero mai in dubbio la gerarchia della Chiesa e il rispetto verso i sacerdoti.
I Catari avversarono il “mondo della Materia”, ossia il Creato, mentre lo stesso ”Cantico delle creature” è un vero trattato di teologia anti-catara, sebbene sia difficile dimostrare che Francesco, sospettoso com’era della sapienza dei libri, conoscesse la dottrina catara.
Tommaso da Celano, in “Vita prima”, 77, in FF 455, scrisse: “La sua carità si estendeva, con cuore di fratello, non solo agli uomini provati dal bisogno, ma anche agli animali senza favella, ai rettili, agli uccelli, a tutte le creature sensibili e insensibili. Aveva però una tenerezza particolare per gli agnelli, perché nella Scrittura Gesù Cristo è paragonato, spesso e a ragione, per la sua umiltà al mansueto agnello. Per lo stesso motivo, il suo amore e la sua simpatia si volgevano in modo particolare a tutte quelle cose che potevano meglio raffigurare o riflettere l’immagine di Dio.”
E a proposito di agnelli non possiamo non ricordare un’altra donna molto importante per Francesco, oltre Chiara: Jacopa Frangipane dei Normanni, detta dei Sette Soli, una nobildonna romana che prese a ben volere Francesco durante il soggiorno a Roma, divenendone amica.
Jacopa è legata al ricordo dell’agnello, tramandatoci nel racconto di San Bonaventura da Bagnoregio, grande filosofo, generale dell’Ordine dei Minori, autore di un’importante vita su Francesco d’Assisi, racconto riferito anche dalla Legenda Antiqua Perusina. San Bonaventura tramanda che nel momento in cui Francesco e i confratelli partirono da Roma per tornare in terra umbra, il Santo volle lasciare un caro dono all’aristocratica che lo aveva più volte ospitato e di cui aveva apprezzato la cucina: un agnello, che non pensò di abbandonare, scegliendo come suis socis Jacopa dei Sette Soli, nobildonna premurosa e di cuore, che prese l’agnus con sé in ricordo del caro amico Francesco e della sua permanenza nell’urbe.
Si narra che negli ultimi giorni di vita fu proprio Francesco, solito a ripetuti lunghi digiuni, a richiedere i dolci di Jacopa. I dolci, preparati con impasto di mandorle, farina e miele, erano chiamati “mortaroli” o “mortarioli”, gli attuali “mostaccioli”. Il frate che avrebbe dovuto informare la nobildonna non fece in tempo a prepararsi e partire, quando Jacopa si presentò da Francesco portandogli i prelibati dolci assieme ad una tunica, preparata con il vello di lana di quell’agnellino che Francesco le aveva affidato e che lei aveva così amorevolmente accudito fino alla morte. Gli portò inoltre un cuscino perché il Santo, moribondo, vi appoggiasse il capo, dell’incenso, tanta cera per fare candele e un sudario per velare il capo del Santo morto.
Col tempo, la fama del Santo crebbe moltissimo così come aumentò di numero la schiera dei frati francescani. Nel 1217, l’Assisiate presiedette il primo dei Capitoli Generali dell’Ordine, che si tenne alla Porziuncola: questi sorsero con l’esigenza di impostare la vita comunitaria, di organizzare l’attività di preghiera, di rinsaldare l’unità interna ed esterna, di decidere nuove missioni, e si tenevano ogni due anni.
Con il primo Capitolo fu organizzata la grande espansione dell‘Ordine in Italia e furono inviate missioni in Germania, Francia e Spagna.
Nel 1219 Francesco si recò ad Ancona per imbarcarsi per l’Egitto e la Palestina, dove era in corso la quinta crociata. Durante il viaggio, in occasione dell’assedio crociato alla città egiziana di Damietta, assieme a frate Illuminato ottenne dal legato pontificio, il benedettino portoghese Pelagio Galvani, cardinale vescovo di Albano, il permesso di passare nel campo saraceno e di incontrare, disarmati, a loro rischio e pericolo, il sultano al-Malik al-Kāmil, nipote del Gran Saladino.
Ricevuto con estrema cortesia dal Sultano, ebbe con lui un lungo colloquio, dopo di che Francesco dovette tornare nel campo crociato.
Intorno all’evento storico sono fiorite diverse leggende riguardanti il Santo e la sua straordinaria capacità di convincere e convertire, sebbene al-Malik al-Kāmil rimase musulmano, pur apprezzando Francesco ed elargendogli doni in segno di stima.
La narrazione dell’incontro ci è pervenuta, sia tramite le opere di biografi francescani, sia attraverso testimonianze non tardive, cristiane e arabe.
La versione fornitaci da San Bonaventura riporta maltrattamenti subiti ad opera dei soldati saraceni e la difesa, da parte di Francesco, dell’operato dei crociati e la giustificazione della guerra contro gli islamici infedeli.
Nel racconto di Tommaso da Celano si legge che Francesco suscitò profonda ammirazione nel sultano, il quale lo trattò con rispetto e gli offrì numerose ricchezze.
Secondo la narrazione agiografica, Francesco subì anche la prova del fuoco, raffigurata in numerosi cicli dipinti.
Il nuovo Ordine attuò una rivoluzione palese a tutti ma iniziarono anche i primi problemi: Francesco temeva che, ingrandendosi senza controllo, la fraternità dei Minori deviasse dai propositi iniziali. Sia per le cattive condizioni di salute, sia per dare l’esempio e per potersi dedicare completamente alla sua missione, nel 1220 Francesco rinunciò al governo dell’Ordine in favore dell’amico e seguace Pietro Cattani, che morì l’anno seguente.
Al successivo Capitolo Generale, detto «delle Stuoie», giugno 1221, venne scelto come vicario frate Elia. Nel 1223, con la bolla ”Solet annuere”, papa Onorio III approvò definitivamente la “Regola seconda”, che rispetto alla prima è più corta e contiene meno citazioni evangeliche. Fu redatta con l’aiuto del cardinale Ugolino d’Ostia, il futuro papa Gregorio IX.
Nel Natale del 1223, tornando da Roma verso Assisi, Francesco si fermò a Greccio e decise di allestire la rappresentazione vivente della nascita di Gesù. Secondo le agiografie, durante la Messa, il putto raffigurante il Bambinello avrebbe più volte preso vita tra le braccia di Francesco. Ebbe così origine la tradizione del presepe.
Ormai indebolito nel fisico, Francesco avvertì continuamente l’esigenza di ritirarsi in posti solitari per ritemprarsi e pregare: vedi l’Eremo delle Carceri di Assisi, alle pendici del monte Subasio; l’Isola Maggiore sul lago Trasimeno; l’Eremo delle Celle a Cortona. Tali posti offrivano al frate il silenzio e la pace che gli consentivano una più intima preghiera.
Tra il 1224 e il 1226, malato gravemente agli occhi, forse di tracoma, compose il ”Cantico delle creature”. Stando alle agiografie, il 17 settembre 1224, mentre pregava sul monte della Verna, luogo su cui poi sorse l’omonimo santuario, a tre giorni dalla festa dell’Esaltazione della Croce e dopo 40 giorni di digiuno in preparazione della festa di San Michele Arcangelo al 29 settembre, Francesco avrebbe visto un Serafino crocifisso. Al termine della visione gli sarebbero comparse le stigmate: “sulle mani e sui piedi presenta delle ferite e delle escrescenze carnose, che ricordano dei chiodi e dai quali sanguina spesso”.
Tali agiografie raccontano inoltre che sul fianco destro aveva una ferita, come quella di un colpo di lancia. Fino alla sua morte, comunque, Francesco cercò sempre di tenere nascoste le piaghe.
Nella Divina Commedia, Paradiso, Canto XI, vv. 106-108, Dante Alighieri così ricorda Francesco di Bernardone: “… nel crudo sasso intra Tevere e Arno da Cristo prese l’ultimo sigillo che le sue membra due anni portarno …”
Nel 1226 era presso le sorgenti del Topino, vicino a Nocera Umbra, quando
chiese e ottenne di tornare a morire nel suo “luogo santo”: la Porziuncola, in cui spirò la sera del 3 ottobre.
F.to Gabriella Toritto