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POLITICA E ANTIPOLITICA, IL TAGLIO DEI PARLAMENTARI E IL REFERENDUM CONFERMATIVO: STORIA E PROSPETTIVE DI UNA RIFORMA

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Redazione- Ci avviamo, probabilmente nel mese di settembre, al referendum confermativo della legge costituzionale che riduce il numero di senatori e deputati di Senato e Camera , i due rami che costituiscono il Parlamento italiano a cui è demandato il potere legislativo .

Nell’Unione Europea, l’Italia è al secondo posto per numero assoluto di rappresentanti parlamentari (951, compresi i senatori a vita), peraltro dietro la Gran Bretagna (in uscita dall’Europa, con 1442 eletti). Con la riduzione a 600 parlamentari l’Italia scivola ora alle spalle di Francia (925),Germania (778) e Spagna (616). Considerando invece il rapporto eletti/elettori l’Italia diventa il Paese dell’Ue con il minor numero di deputati in rapporto alla popolazione,con 0,7 parlamentari ogni 100.000 abitanti,davanti alla Spagna (con 0,8), a Francia e Germania (con 0,9) e Regno Unito (con un rapporto di 1 eletto ogni 100mila abitanti).

Secondo  L’Osservatorio sui conti pubblici  di Carlo Cottarelli  la drastica riduzione dei parlamentari  non consente un risparmio decisivo per le casse del Paese. Ci sarebbe  un risparmio  di  57 milioni di euro all’anno, pari allo 0,007 % della spesa pubblica. Una  somma in sé  non considerevole ma comunque  da tenere in considerazione ,anche se  tutto sommato irrisoria se paragonata al bilancio dello Stato. “Il principale argomento con cui la riforma viene presentata non si rivela, dunque, particolarmente convincente- scrivono Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani , sul Il Sole 24 ore – anzi    a livello simbolico, poi, l’eliminazione di 230 deputati e 115 senatori manda un segnale preciso circa la scarsa considerazione di cui godono gli “onorevoli” e, con essi, le aule che occupano. In un periodo nel quale le scelte politiche vengono adottate sempre più spesso al di fuori delle sedi istituzionali, non appare  un dato incoraggiante.

Si apprende  scorrendo il bilancio della Camera, che  nel triennio 2018-2020 per pagare indennità e rimborsi a 630 deputati lo Stato ha previsto di spendere ogni anno 144,9 milioni di euro, vale a dire circa 230mila euro lordi a deputato (risparmio stimato: 52,9 milioni di euro). Il costo lordo di ogni senatore, sempre da bilancio ufficiale, è di 249.600 euro (il taglio di 115 senatori porterebbe dunque a risparmiare 28,7 milioni l’anno). Il risparmio lordo annuo totale sarebbe 81,6 milioni, ma parte di questa somma rientrerebbe nelle casse dello Stato sotto forma di imposte.

Il nostro sistema elettorale è una combinazione di proporzionale e maggioritario. In particolare, al Senato – ove i seggi sono attribuiti esclusivamente su base regionale – la diminuzione dei parlamentari comporterebbe una più esigua rappresentanza dei partiti minori, specie nelle regioni meno popolose alle quali sarebbero garantiti non più sette ma solo tre senatori (Molise e Valle d’Aosta continuerebbero ad averne rispettivamente due e uno). In tali regioni, sarebbero eletti soltanto i rappresentanti dei partiti più votati, con un evidente sacrificio delle minoranze.

Tagliare il numero dei parlamentari ed eliminare i collegi uninominali avrebbe un costo non da poco: si rischierebbe il reclutamento di una classe politica più fedele al “capo” e meno legata al territorio e si sottrarrebbe ulteriormente al corpo elettorale la possibilità di contribuire, con il proprio voto per una singola specifica persona, alla formazione di una maggioranza capace di governare stabilmente. (1)

Ma è Massimo Cacciari  su Repubblica L’Espresso   del 2 luglio 2020 che esprime  un drastico giudizio : “Ma che riforma, la riduzione dei parlamentari è un attacco alla democrazia rappresentativa .Con la pandemia abbiamo visto il miserevole spettacolo del Parlamento “a distanza”, esautorato da ogni funzione. Non stupisce quindi che l’opinione pubblica lo percepisca sempre più come “ente inutile”. Ma si dimentica sempre il rischio dell’autoritarismo” e continua su Il Fatto quotidiano : ““E’ perfettamente giusto abolire il bicameralismo, si poteva abolire di più abolendo il Senato e basta”. Precisa Cacciari che aggiunge: “Ora il problema è il parlamento, il quale sta diventando sempre più l’anticamera del governo. Noi avremo un parlamento che invece di essere la controparte del governo in grado di svolgere un lavoro da tribunato del popolo, sarà un parlamento di rappresentanti del governo”. Il professore attribuisce alla presenza di interessi finanziari in politica il deficit di democrazia: “Il modo con cui sento pubblicizzare il Sì mi impressiona tremendamente. Si vogliono cambiare modi di convivenza semplicemente perché occorre prendere decisioni rapide? Il problema – conclude Cacciari – è che questa sta diventando una ‘Forma mentis’ diffusissima. I tempi della politica non possono essere quelli della finanza, però stanno diventando così diversi che si porrà un problema di crisi della democrazia. Siamo sull’orlo del baratro e parliamo allegramente come fosse una campagna referendaria qualsiasi “

Andrea Gaiardoni  su Rocca, la rivista della Cittadella di Assisi,  nel 2019 cosi ricostruiva l’iter  e l’approvazione della legge :” Con l’approvazione in quarta lettura del disegno di legge costituzionale sul taglio dei parlamentari, i deputati passano da 630 a 400, mentre i senatori da 315 a 200. Circa un terzo in meno. A favore della legge hanno votato praticamente tutti: dai 5 Stelle (che ne ha fatto un cavallo di battaglia della permanente campagna elettorale) alla Lega, dal Partito Democratico (che fino a pochi mesi fa era fermamente contrario, salvo poi, con l’ingresso al governo e le rassicurazioni ottenute su alcuni pun-ti di contrappeso che poi vedremo, ammorbidire le sue posizioni) a Liberi e Uguali (vedi Pd), da Forza Italia a Fratelli d’Italia. Al conto finale, 553 sì, 14 no e 2 astenuti. Un voto bipartisan, anche perché schierarsi di traverso avrebbe voluto dire,in questa dinamica politica fatta di slogan,«difendere la casta», passare per lo schieramento «attaccato alla poltrona». In pratica, offrire una pistola carica a tutti gli altri contendenti. Mentre il voto plebiscitario a favore ha tentato di togliere il primato della riforma a un solo schieramento (i 5 Stelle).L’unica voce contraria che si è alzata pubblicamente è stata quella di Emma Bonino, leader di Europa. «Premetto che non sono affatto contraria a una riduzione del numero dei parlamentari», ha precisato in un’intervista al quotidiano online L’Inkiesta, rilasciata poche ore prima del voto finale. «Sono invece contraria a questo taglio perché la riduzione del numero di deputati e senatori dovrebbe tenere conto dei criteri di rappresentatività politica e territoriale. Inoltre dovrebbe seguire, e non precedere, la riforma del bicameralismo paritario. Io ho paura dei danni irreparabili per la democrazia italiana che deriveranno sul piano istituzionale dalla mera amputazione della rappresentanza democratica e sul piano politico dalla capitolazione di tutti i partiti – tutti, nessuno escluso, a parte +Europa – all’ideologia antiparlamentare del M5S. Ormai si parla del Parlamento come di un puro centro di costo, come un ente inutile che potrebbe essere ridotto a una sorta di Cda della piattaforma Rousseau». (2)

 Nella ricostruzione di come si  sta arrivando al  referendum confermativo vanno ricordati i contrappesi che il Pd  ha voluto mettere sula bilancia di questa riforma . Si tratta da una parte dall’abbassamento dell’età per partecipare alle elezioni per il Senato (dagli attuali 25 anni si passa a 18, come per la Camera dei deputati).  Dall’altra  la modifica della formula elettorale del Senato (non più su base regionale ma pluriregionale) e la riduzione dei delegati regionali per l’elezione del capo dello Stato. Insieme a la riforma dei regolamenti di Camera e Senato, da adeguare alla riduzione del numero dei parlamentari e in grado di garantire alle minoranze linguistiche di poter costituire gruppi autonomi.

L’accordo firmato dal Pd nel 2019 con  5Stelle, Leu e Italia Viva prevedeva  anche, con   l’obiettivo (almeno nelle intenzioni) di restituire centralità al Parlamento di  limitare anche , «in maniera strutturale», il ricorso alla decretazione d’urgenza e alla questione di fiducia. Prevedeva la partenza dell’iter sull’autonomia differenziata per le Regioni (partita delicata e spinosa perché le varie forze politiche probabilmente in collisione). E naturalmente l’impegno, entro dicembre, di tutte le forze di maggioranza,a presentare un progetto di nuova legge elettorale che risponda alle nuove necessità, di pluralismo e di rappresentanza.

Scrive Domenico Gallo  :” in effetti c’è un male oscuro che corrode la nostra vita istituzionale, c’è una crisi profonda testimoniata, a tacer d’altro, dalla totale perdita di fiducia degli italiani nei partiti politici (3%) e nel Parlamento (8%), al punto che, secondo l’ultimo rapporto CENSIS, il 48% degli italiani dichiara che ci vorrebbe un “uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni. Ma il nodo centrale resta la crisi della rappresentanza: lo scioglimento dei partiti di massa e le leggi elettorali hanno prosciugato i canali di collegamento fra il Parlamento e la società, fra la società civile e la società politica, che si è resa autonoma dal popolo sovrano ed è diventata autoreferenziale attraverso la manomissione dei meccanismi della rappresentanza politica. Per questo nel linguaggio corrente la rappresentanza politica viene percepita come una casta. Solo che per curare la malattia ci viene proposto di uccidere il malato. La cura suggerita con questa riforma è peggiore del male perché la ricetta proposta è rivolta a risolvere delle patologie immaginarie. La crisi della rappresentanza politica non si può curare riducendo il numero dei rappresentanti ma facendo sì che gli elettori possano tornare a scegliere i propri rappresentanti di modo che il Parlamento ritorni ad essere il motore della democrazia. ( 3)

D’altra parte le opinioni su questo taglio dei parlamentari sono discordi  perché probabilmente questa riforma andrebbe fatta all’interno di un quadro di riforme  più composito  in generale ( tra le tante riforme che andrebbero fatte nel nostro paese ) e in particolare in questo settore in modo  da rendere  efficienti  e realistiche le nuove norme che disciplinano  le elezioni .

 Sabino Cassese ha mostrato che tutto il risparmio della revisione costituzionale ammonta ad un settimo del costo di uno solo dei 90 aerei da guerra F35 che  a suo tempo abbiamo deciso di comprare. Qualcuno afferma  che questa riforma si fonda su un profondissimo sentimento di malessere contro la politica. È una punizione che i cittadini vogliono infliggere a chi li ha traditi. E per colpire la politica si ridimensiona il Parlamento.

In realtà  Marco Olivetti  già nel 2019,  quando fu approvata la legge costituzione di riduzione dei parlamentari , scriveva su Avvenire : “due Camere più piccole rappresenterebbero con più difficoltà le minoranze politiche e sociali e lascerebbero nell’ombra molti territori (quelli appenninici, ma anche alcune aree del sud o dell’arco alpino) già afflitti dallo spopolamento e dal declino economico. Inoltre un Senato di soli 200 membri dovrebbe essere del tutto ripensato quanto alle dinamiche di funzionamento interno, che attualmente presuppongono che esso funzioni in maniera simile alla Camera dei deputati. Le due obiezioni sono sensate, ma almeno la seconda può essere superate in sede di attuazione, ad esempio, con una riforma organica del Regolamento del Senato. Per questo motivo, la vera obiezione è un’altra e riguarda non la riduzione del numero dei parlamentari in sé, ma il fatto che essa intervenga acriticamente su entrambe le Camere e soprattutto che rinunci del tutto a ridefinire il ruolo di ciascuna di esse e a ridisegnare il bicameralismo italiano. Lasciando quindi intatto l’attuale bicameralismo perfetto e paritario, che nel contesto di un regime parlamentare è unico al mondo ed è privo di una ragione giustificativa. “

Senza però una riforma complessiva di questo settore ma soprattutto nell’immediato senza una legge elettorale accettabile  e quindi  senza pesi e contrappesi, c’è il rischio di sbilanciamento. Lo racconta la storia politica italiana. «Nel 1919, quando fu introdotta una legge proporzionale senza sbarramento, in Parlamento entrarono forze antisistema che portarono la democrazia italiana verso un modello illiberale». «Non garantire rappresentatività e governabilità al sistema rischia di portare gli elettori verso la sempre più stringente necessità di un uomo forte, capace di decidere». «Tagliare i parlamentari e non cambiare il sistema consegnerebbe il paese a una campagna elettorale sanguinosa

e a una vittoria inevitabile delle forze antisistema». (4)

(1)Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani  Perché il taglio dei parlamentari ha effetti sul modello di democrazia

https://www.ilsole24ore.com/art/perche-taglio-parlamentari-ha-effetti-modello-democrazia-ACMz73f

(2) http://www.rocca.cittadella.org/rocca/allegati/492/galiardoni.pdf

(3) https://volerelaluna.it/politica/2020/01/24/riduzione-dei-parlamentari-perche-no/Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri “Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia” (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e “Ventisei Madonne Nere” (Edizioni Delta tre, 2019).

(4) Attenzione, tagliare solo i parlamentari rischia di far diventare l’Italia un paese illiberale di Lucio Palmisano https://www.linkiesta.it/2019/10/taglio-numero-parlamentari-francesco-clementi/

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