STORIA, TEORIE E MODELLI DELLA MEDIAZIONE SOCIALE E IN AMBITO GIURIDICO-DOTT.RE RICCARDO ROMANDINI

La Mediazione Sociale

 Credo che guardi…
Che la morte osi guardare il mio naso!
(alza la spada)
Che dite?… E’ inutile?…
Lo so!
Ma non ci si batte sperando nel successo!
No! No! E’ molto più bello quando è inutile!
Cos’è tutta quella gente? Siete in mille?
Ah! Vi riconosco, tutti nemici d’antica data!
La Menzogna!
(colpisce il vuoto con la spada.)
Prendi! Prendi! Toh! Toh! i Compromessi,
I Pregiudizi, le Viltà!
(colpisce)
Venire a patti?
Mai! Mai! Ah! sei tu qui, Stoltezza!
So bene che finirete per soverchiarmi;
Non importa: io mi batto! io mi batto! io mi batto!
Si, voi mi strappate tutto, il lauro e la rosa!
Strappate pure! A vostro dispetto vi è qualcosa
che io porto via meco, e questa sera quando sarò entrato nella dimora celeste
il mio saluto spazzerà la soglia azzurra.
Qualcosa che senza una piega, senza una macchia,
io porto meco a vostro dispetto, il mio pennacchio.

 

 

 

Redazione-A nome della redazione intendo ringraziare il Dott.Riccardo Romandini per l’ottimo contributo dato al nostro giornale con il suo pregevole lavoro.Il Dott. Riccardo Romandini è  psicologo e didatta.L’argomento trattato da Romandini ci è stato piu’ volte richiesto da alcuni studenti universitari che studiano il tema,oggetto della trattazione.

Prof.re Gabriele Gaudieri

 

 

Introduzione:

 

 

 

 

 

Mediare dal latino medium, che è nel mezzo;

la parola mediazione sociale sta ad indicare la proposta di risoluzione, gestione del conflitto tra due persone o gruppi, ed è  uno dei nodi fondamentali del lavoro sociale. E’ tratta dai rapporti di aggregazione e disgregazione sociale che contraddistingue i rapporti umani.

La parola Conflitto deriva dal latino, “cum-fligere” che vuol dire combattere insieme, battersi insieme.

La mediazione sociale può essere una risposta al sentimento di insicurezza che si sta diffondendo tra le persone e che trova le sue ragioni nell’insistenza di episodi di criminalità diffusa e nel disordine sociale e fisico che interessa molte città e quartieri, costituendo al tempo stesso una forma di prevenzio-ne per gli episodi di criminalità che derivano da una conflittualità mal gestita, nella famiglia, nella scuola, nella società. In questo ci conforta l’esperienza di altri Paesi (e, ultimamente, anche dell’Italia) che, di fronte alla crescita della conflittualità territoriale, già da tempo hanno ricercato altri modi di soluzione, che vanno oltre l’attività giurisdizionale o meramente punitiva – repressiva. Si va dalle esperienze di gestione costruttiva del conflitto nella scuola e nei luoghi di lavoro, alla mediazione familiare (a prescindere dalla separazione dei coniugi, anche per ristabilire l’armonia domestica), alla pratica di mediazione sociale che sempre più comuni e realtà locali stanno adottando per ristabilire relazioni compromesse tra vicini, condomini e consociati, fino alle esperienze di mediazione penale, una volta che il reato è commesso, magari perché il conflitto che è stato alla base dell’evento criminoso non è stato espresso, capito, risolto.

 

 

Cenni storici:

 

A partire dalla metà degli anni ’70, anche sulla scia delle esperienze di “diversion” attuate in altri Paesi europei e delle ricerche nazionali e internazionali sui potenziali effetti negativi insiti nell’interazione fra minorenni e giustizia penale, si è andato affermando il principio della “minima offensività del processo”, ovvero della riduzione degli interventi giudiziari, in particolare di quelli di natura coercitiva e restrittiva, al minimo indispensabile. Il giudice tiene in considerazione la capacità offensiva del processo nei confronti del minore, e valuta caso per caso l’opportunità di continuare il procedimento ovvero di interromperlo, in vista degli scopi educativi.

Il mediatore è quindi un facilitatore della comunicazione, non deve sostituirsi alle parti ma deve consentire a queste ultime di esprimere il proprio vissuto, instaurando una comunicazione diretta ed efficace. Il mediatore ha, inoltre, un ruolo contraddistinto da imparzialità, riservatezza, non direttività dell’intervento e deve possedere una competenza in ambito relazionale supportata da una formazione specifica in materia di mediazione penale, in quanto i contenuti “penali” del conflitto comportano specifiche capacità, che sono certamente diverse da quelle richieste in altri campi di applicazione, quali, ad esempio, la mediazione familiare, la mediazione scolastica o la mediazione sociale. Rispetto all’appartenenza istituzionale, nelle predette sperimentazioni di mediazione penale sono stati individuati operatori della Giustizia e degli Enti Locali.

 Il 7 aprile 1998 la Giunta Comunale con delibera 1204 prevede la costituzione e l’attivazione di un nuovo ufficio comunale denominato Roma Sicura  che ha, tra le proprie finalità, il compito di dotare

le istituzioni cittadine di una struttura in grado di realizzare diagnosi locali sull’insicurezza e sui conflitti urbani, di gestire i microconflitti e le situazioni di tensione sociale con il metodo della mediazione sociale, di coordinare i diversi interventi di miglioramento delle condizioni di sicurezza dei cittadini (campi nomadi, politiche dell’immigrazione, interventi per i senza fissa dimora e la prostituzione, piani per l’illuminazione stradale e la sicurezza dei quartieri, ecc.) e di predisporre  nuovi progetti mirati a contrastare l’emarginazione (lavoro per le categorie disagiate, socializzazione, cultura diffusa), di tenere rapporti con il Forum europeo ed italiano per la sicurezza urbana, di elaborare un piano locale e di sviluppare rapporti di collaborazione tra l’Amministrazione comunale e le Forze dell’ordine. L’ufficio viene istituito l’8 luglio dello stesso anno nell’ambito del Dipartimento Servizi Sociali.

Nel corso dei due anni successivi vengono varati molti  progetti, tra i quali, la Mediazione sociale e dei conflitti nei municipi VIII- XIX-XX (dicembre 1998) e nei municipi V-IX-XVIII (novembre 2000).

Nel settembre 2001 con delibera n.444/2001 si istituisce, sulle competenze e funzioni di Roma Sicura, il Dipartimento XVIII\Assessorato alla Sicurezza, divenuto nel 2006 Assessorato alle Politiche Giovanili, ai Rapporti con le Università, alla Sicurezza.

 Di particolare interesse è il programma (2001 ) del Sindaco Veltroni sulla sicurezza che offre indirizzi e indicazioni precise e chiare. Negli anni seguenti, sono da rilevare alcune attività di recupero urbano (tra cui Largo Sperlonga, territorio dove il recupero urbano è stato in continuità con il lavoro della mediazione sociale) ed una interessante esperienza di diciotto microprogetti di educazione alla legalità  per i giovani nei quartieri periferici, nella maggior parte dei casi supportati dalla mediazione sociale.

 Il Consiglio Comunale ( novembre 2001) approva un ordine del giorno che impegna il Sindaco e l’Assessore competente a:

  • predisporre una delibera quadro sulla sicurezza nella quale, implementando indirizzi politici e risorse, si stabiliscano linee giuda di riferimento generale atti a soddisfare la domanda di sicurezza della città
  • costituire un Osservatorio permanente sulla Sicurezza Urbana per far interagire amministrazione e soggetti non istituzionali per avere un monitoraggio continuo sullo stato di sicurezza del territorio

Infine dall’Ufficio Roma Sicura, nel 2002, viene presentato il progetto ”Esquilino Sicuro” che ottiene il finanziamento della Regione Lazio e viene affidato nel Giugno 2005 agli organismi attuatori.

Parte così dal 12 Giugno 2005 il Progetto integrato “Esquilino Sicuro” co-finanziato dalla Regione Lazio e dal Comune di Roma/Assessorato alla Sicurezza, sul territorio Termini-Esquilino.

Il progetto rappresenta, a livello romano, la prima esperienza di sperimentazione di un modello integrato tra diverse realtà che, a vario titolo, si occupano di sicurezza. In progetto racchiude, infatti, i Vigili Urbani (in questo casi del I ° Gruppo), l’Associazione Romana Vigili in Congedo (ARVUC), l’Associazione di Promozione Sociale “Poliade” ed il Progetto “Mediazione Sociale”.

Tale sperimentazione risulta, infatti, la naturale evoluzione di 7 anni di lavoro all’interno della città e porta ad 8 i territori in cui opera il Progetto “Mediazione Sociale” all’interno di 7 diversi Municipi composti ciascuno di circa 200.000 abitanti.

Il Progetto Mediazione Sociale si arricchisce, così, di nuove competenze e capacità e sintetizza la propria filosofia sottoforma di slogan: Per una città  che si-cura.

Nell’ottica della sicurezza urbana, lavorando sui diversi fattori di rischio della città e dei suoi quartieri, si costruisce l’attuazione di un unico obiettivo generale: una città (che) si cura e (che) curandosi apprende come potenziare le competenze necessarie per rafforzare tutti quei fattori di protezione e di prevenzione all’insicurezza urbana e al disagio sociale. Una città che si cura, in quest’ottica è una città che si interroga comunicando, ricercando e analizzando nei contesti territoriali la storia e le radici dei conflitti, ossia i motivi che li hanno generati. All’interno di questo modello, attraverso i vari percorsi di sicurezza urbana, (Mediazione sociale e dei conflitti, Educazione alla legalità e sicurezza partecipata) si tenta di contribuire alla costruzione del senso di sicurezza tra la popolazione, restituendo alla cittadinanza la capacità di gestire in forma incruenta, collaborativa e creativa problemi e conflitti. La cultura della sicurezza è la progettazione di una città sicura, dal punto di vista urbanistico, ambientale, economico e sociale. Il territorio quindi, il municipio come macroarea, diviene le sede principale di conoscenza  dei fenomeni, di analisi dei contesti e di creazione di piani  locali per la sicurezza urbana.

 

 

Autori di riferimento

1) Ferdinand Tonnies

Nell’opera Comunità e società (Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887) individua due forme diverse di organizzazione sociale: la comunità (gemeinschaft) e la società (gesellschaft). Mentre la forma comunitaria, fondata sul sentimento di appartenenza e sulla partecipazione spontanea, predomina in epoca pre-industriale, la forma societaria, basata sulla razionalità e sullo scambio, domina nella moderna società industriale; Tönnies vede questi due tipi (Normaltypen) di organizzazione sociale come contrapposti

– La Gemeinschaff  è la situazione di comunità, caratterizzata dal senso di appartenenza.

– La Geiselschaff è la società che ha dentro di se il concetto di conto, ossia lo stare insieme per interesse (geisel).

Tra queste due forme aggregative interviene il conflitto, che è per l’appunto l’allentamento dei legami di appartenenza.

2) SIMMEL

Per Simmel il conflitto non ha una natura negativa. La Geiselschaff porta all’individualismo perché si pensa al proprio interesse, mentre la Geimeinschaff porta alla socializzazione.

3) Maximilian Carl Emil Weber

Weber insiste in effetti sul fatto che «(…) il conflitto non può essere escluso dalla vita sociale … La ‘pace’ non è altro che un cambiamento nella forma del conflitto o tra gli antagonisti o negli oggetti del conflitto, o finalmente nelle ‘chances’ della selezione» (Coser, 21). Nel diciannovesimo secolo, la società rurale che si era sviluppata lentamente durante secoli, dando le apparenze di una società statica, sta cambiando sotto gli occhi di tutti, ed il ‘cambiamento’ diventa uno dei temi dominanti della riflessione della nascente categoria dei sociologi. Weber differisce da Marx per esempio, nell’avanzare un netto rifiuto di una spiegazione monocausale del cambiamento nella storia, ed anche l’evoluzionismo non trova grazie ai suoi occhi. Per Weber, la storia è una materia troppo enorme perché un ricercatore riesca ad avvicinarla al di fuori di un punto di vista, che corrisponde al suo interesse: per Weber, non c’è scienza sociale che quella prospettivista. Con ciò tenta di evitare ogni dogmatismo. Dico tenta, anche sul conflitto.  Gli studiosi di Weber, come J. Séguy, dicono che esistono due Weber, d’una parte il borghese tedesco favorevole al capitalismo e all’imperialismo germanico, che accetta la modernità occidentale come un destino ineluttabile; d’altra parte il sociologo critico che considera la storia come sempre aperta e che non esita a proporre una analisi razionale/critica della faccia notturna della modernità. Come riflette il Weber sul conflitto? Prendiamo un esempio. Weber sviluppa la sua sociologia religiosa come una dimensione di una sociologia del potere. Il sociologo deve cercare di legare il discorso religioso agli interessi religiosi, di quelli che producono, diffondono e ricevono il discorso religioso. I professionisti della religione hanno secondo lui delle strategie per appropriarsi del monopolio dell’imposizione ierocratica, dei beni della salvezza. Il campo religioso si presenta per Weber come il sistema completo delle relazioni oggettive di concorrenza e transazione tra le posizioni degli agenti religiosi (Bourdieu su Weber). Da queste due ultime frasi si intuisce  un po’ che su Weber si può concludere che gran parte della sua sociologia ha attinto all’analisi dei rapporti di potere e di autorità (Laeyendecker). Ma la sua attenzione, scrive Laeyendecker, va più alla questione dell’autorità, cioè alla legittimità dell’esercizio del potere che alla protesta contro l’esercizio del potere. Ma il fatto che non si può risolvere, secondo lui, il conflitto tra i valori ultimi – si ricordi l’espressione weberiana ritornata in forza dopo l’11 settembre perfino nei titoli di riviste serie, ‘sulla guerra dei dei’, cioè l’impossibilità di decidere quale sia il valore ultimo – fa, secondo certi autori, di lui il padre della sociologia del conflitto. Si conferma la sua convinzione di una storia aperta, ma secondo un’ottica speciale, non tutto è conflitto per Weber.

In alcune pagine del suo famoso “Economia e società”, sviluppa il suo pensiero sulle relazioni sociali (primo capitolo). Per lui, il contenuto dell’azione reciproca gli uni sugli altri, può essere molto diverso e nomina : lotta, ostilità; amore sessuale, amicizia, pietà, scambio commerciale, ecc. Non sviluppa molto esplicitamente il concetto di conflitto ma bensì il concetto di lotta (nell’ottavo paragrafo), definisce la relazione sociale come lotta (Kampf) come la ‘chance’ nella relazione sociale di fare trionfare la propria volontà contro la resistenza di uno o più partners (nella relazione). Per riuscirci ci sono mezzi di lotta pacifici (senza violenza fisica) o violenti. Weber chiama lotta pacifica anche la concorrenza, e distingue tra concorrenza regolamentata, e selezione. Quest’ultima copre il caso di una lotta latente per l’esistenza quando non c’è nessuna intenzione significata di lotta. Potere (Macht) significa poi la possibilità (più o meno grande) di far trionfare in una relazione la sua propria volontà, anche contro resistenze. Dominazione (‘autorità’) significa per Weber la possibilità di trovare persone pronte ad obbedire ad un ordine con contenuto determinato, “ogni vero rapporto di dominazione comporta un minimo di volontà di obbedire, di conseguenza un interesse, esteriore o interiore ad obbedire” (t.1,Cap.3,§1). Si nota per inciso che Weber è figlio del suo tempo, e sviluppa più una concezione dei rapporti verticali – per parlare in termini alquanto impropri – che di relazioni orizzontali. La sociologia del potere oggi è più conscia del ‘potere’ della base, e dei meccanismi della reciprocità ‘orizzontale’. Anche nella Chiesa la riflessione sui rapporti fraterni non era messa a fuoco per secoli e fino al Concilio ha dominato, per esempio in ecclesiologia, un pensiero fortemente “ierarco-centrato”. Non per niente i teologi e responsabili ecclesiali che incontravano il Movimentodei focolari negli anni ’50 avevano reazioni molto diverse davanti a categorie come ‘l’amore reciproco’ e ‘Gesù in mezzo’, categorie fino allora non fondamentali, o più precisamente ‘d’importanza secondaria’ per una riflessione sulla relazione sociale tra cristiani. Sembrava loro che mettessero in ombra il primo posto che spetta alla gerarchia e all’obbedienza che gli si deve!  Tutto questo ci informa sui concetti di Weber legati all’idea del conflitto e la sua risoluzione. Ma Weber tematizza solo raramente il conflitto stesso. Forse il vero fondamento della sua concezione del conflitto, si trova nella sua convinzione che bisogna sempre legare l’analisi dei processi sociali legando le idee, i valori fondanti, agli interessi di chi li porta avanti. La domanda del sociologo non è quella del filosofo o del teologo, lui si chiederà: quel fenomeno sociale chi avvantaggia? E per lui, se lo deduce dalle sue analisi, gli interessi sono facilmente diversi, se non opposti! Ma Weber non approfondisce molto questa tematica. Bisogna piuttosto analizzare qualche suo caso specifico.

Su questa pista mi pare che ci sia utile capire come Weber vedeva da sociologo il convivere con i conflitti, come risolverli, come superarli, ossia nel linguaggio del carisma, come lui vedeva la possibile’risurrezione’ dei rapporti conflittuali nella relazione sociale! Ho approfondito per il miei lavori la sua sociologia religiosa ed ho trovato un esempio interessante. Weber nel paragrafo della sua sociologia religiosa  sulla ‘comunità emozionale  sviluppa i rapporti tra l’impresa sacerdotale e il profeta e i suoi seguaci. Prende come punto di partenza tra l’altro l’esempio delle comunità cristiane primitive. Per lui, i sacerdoti in queste comunità emozionali dovevano tenere conto delle esigenze dei laici (più che per esempio nelle parrocchie medievali che Weber non considera più come comunità emozionali). Lui vede tra i laici tre forze: la profezia, il tradizionalismo del laicato ed il suo intellettualismo. L’analisi prosegue sul rapporto tra profeti e sacerdoti. I profeti portano più le esigenze etiche della religione e i sacerdoti – pensa al ruolo dei sacramenti nella Chiesa cattolica – sono più portati sul culto – diremmo ai sacramenti. Lui parla nel suo gergo degli elementi ‘magici’ dell’impresa dei sacerdoti che chiama anche i ‘’tecnici del culto’ (cita per il Vecchio Testamento, la reazione di Jahweh che non voleva olocausti ma piuttosto che si obbedisse ai suoi comandamenti). Weber dunque afferma una ‘tensione’ tra sacerdoti e laici per i loro interessi diversi: culto e pratica etica, parla poi anche di ‘opposizione’ – che mi sembra nella sua terminologia sinonimo di conflitto, un conflitto implicito per lo meno – duraturo tra i profeti e i loro seguaci e i rappresentanti della tradizione sacerdotale. Per Weber: «La santità della nuova rivelazione si opponeva alla santità della tradizione; e secondo il successo dell’uno o l’altro di queste due demagogie, il clero ha potuto concludere dei compromessi con la nuova profezia, adottare la sua dottrina o anche andare al di là di questa ultima, eliminare o essere eliminata lei stessa» (t.2,Cap.5,§5).  Weber nomina tutte le possibilità teoriche secondo il suo approccio ‘aperto’ della storia umana. Sulla possibilità dell’eliminazione e l’adottare o anche sorpassare mi pare non ci siano difficoltà di comprensione. Il Weber più interessante viene fuori nel concetto di compromesso, ‘accordo’ che negli ultimi anni ha destato molto interesse (vedi Social Compass, 1997,4), e ancora di più nel senso che adotta Troeltsch, e che cerca di tradurre l’idea che le tensioni, i conflitti impliciti o espliciti sono un elemento della vita sociale normale, e che si tratta, se sono tensioni fondamentali della vita, di non eliminarli ma farli giocare in modo che gli accordi raggiunti possono essere dinamici, aperti, senza che schiacciano gli elementi costitutivi, senza che i poli della tensione devono in un senso o l’altro sparire. Tornando all’esempio sviluppato da Weber, profeti e sacerdoti nella concezione attuale emergente nella Chiesa sono chiamati a vivere in reciprocità – in rapporti di pericoresi, o ‘trinitari’ si scrive sempre di più, anche fuori dell’ambito Focolari.

La recente evoluzione dell’ecclesiologia sotto lo stimolo dei teologi e della prassi, sotto la spinta dei nuovi movimenti, ha portato la Chiesa nella persona del papa a mettere nel famoso incontro della Pentecoste ’98, in rilievo la co-essenzialità nella Chiesa dei carismi e del principio petrino, cioè dei profeti e dei sacerdoti. Non si tratta di eliminare uno dei due, ma l’accordo dei due deve rimanere aperto e ognuno ha qualcosa da portare. Siamo esattamente nella prima possibilità nominata da Weber. Come diceva uno dei miei colleghi sociologi, J. Séguy (conversazione con l’autore) si tratta nel concetto di compromesso in sociologia (weberiana), di leggere Calcedonia: unire senza confondere, distinguere senza separare! Se forse un giorno la riflessione sociologica risucirà a consacrare un termine diverso di quello del compromesso, che i non-sociologi confondono facilmente con compromissione, non si può sinora negare che Weber aveva fatto già una parte del cammino per evidenziare le possibilità di fatto di una ‘risurrezione’ di rapporti conflittuali, di difficoltà, tensioni, nella relazione sociale, senza cadere in facili armonismi e senza mettere all’ombra l’importanza della dinamica continua del cambiamento nella vita sociale.

Karl Marx:

 

Il conflitto è importato e storicamente determinato da contraddizioni all’interno dei rapporti di produzione (produttori e proprietari dei mezzi di produzione). Weber fa notare a Marx che la cultura è molto più determinante nei rapporti sociali (es. guerre di religione); infatti l’essere umano è atipico a un discorso di tipo utilitaristico. Marx vive quindi in un contesto, quello della seconda metà dell’800, caratterizzato da grandi sconvolgimenti sociali nel senso che è il periodo in cui da una società contadina si passa in maniera massiccia ad una società industriale. È il periodo della migrazioni dai latifondi contadini alle società industrializzate, periodo in cui si afferma, soprattutto negli Stati Uniti ma anche nella Germania ed in Inghilterra dove poi vivrà Marx, il taylorismo, quindi la concezione della catena di montaggio che fa perdere l’identità dell’individuo, Marx la chiamerà l’alienazione dell’individuo, è il periodo in cui si vanno affermando le idee che ogni individuo abbia dei diritti sociali inviolabili (da qui l’importanza che Marx poi darà all’individuo all’interno della storia) ma è anche il periodo in cui si fanno più critici, più visibili le differenze di classe e quindi anche gli scontri di classe. Da qui l’interesse di Marx ed anche di Engels per il conflitto sociale. Marx viene innanzitutto ricordato per la sua concezione materialistica della storia. Lui ed Engels iniziano il manifesto del partito comunista, che è del 1848, sostenendo che la storia di ogni società fino ad ora esistita è storia di lotta di classe: liberi e schiavi, patrizi e plebei, padroni e servi in una parola oppressi ed oppressori sono sempre stati in contrasto tra di loro.

Il conflitto nella società industriale, secondo Marx, si distingue dai conflitti delle altre società precedenti per tre caratteristiche fondamentali: innanzitutto per la specificità degli oppressori. Marx sostiene che la borghesia imprenditrice si distingue tra tutte le altre classi precedenti perché a differenza di queste è una classe che è in continuo mutamento e che è continuamente aperta alle innovazioni ed alle nuove scoperte scientifiche. Cioè la borghesia non tende a rafforzare o a standardizzare la sua posizione di dominio costruita mantenendo ferme quelle che sono le leggi sociali che regolano la società o il modo di produzione perché se intuisce che il cambiamento rafforza la sua posizione dominante, la borghesia è pronta a mutare anche i rapporti sociale e giuridici che legano la società se ciò favorisce il suo guadagno. Per spiegare questa caratteristica Marx per es. fa riferimento alla società feudale. Nella società feudale i proprietari terrieri, i nobili, non erano aperti alla innovazione, anzi si scagliavano contro ogni tentativo di cambiare i rapporti sociali sulla base dei quali si basava il loro potere (per es. essi tendevano a rafforzare le alleanze attraverso i matrimoni di convenienza) la borghesia invece non ha questa concezione statica dell’ esistenza perché nel momento in cui capisce che il cambiamento è favorevole alla sua capacità di aumentare il potere, la borghesia favorisce questo cambiamento da qui ad es. l’alleanza non solo con gli altri borghesi ma anche con tutte le classi emergenti come quella politica e quella degli intellettuali. Quindi la prima differenza, la prima specificità del conflitto dell’età industriale che Marx analizza è la specificità degli oppressori. Cioè la borghesia è una classe altamente dinamica  che ha la capacità di sfruttare l’innovazione a suo piacimento e che quindi tende a modificare anche i rapporti sociali ed istituzionali che regolano la società. La caratteristica principale invece degli oppressi che li distingue da tutte le classi precedenti secondo Marx è il fatto che il proletariato è portatore di un interesse che va al di là del bisogno della singola classe di appartenenza, cioè Marx sostiene che il bisogno del proletariato di liberarsi dal dominio della borghesia non andrà a vantaggio solo della classe dei proletari ma produrrà un vantaggio per tutta la società. Nel senso che la rivoluzione del proletariato ponendo fine alla proprietà privata determinerà un vantaggio per tutte le altri classi sociali anche se queste non avranno direttamente partecipato alla rivoluzione del proletariato. Un’altra caratteristica del conflitto nella società industriale è relativa alla tipicità???? del conflitto che vede opposti oppressi ed oppressori. Marx sostiene che il conflitto tra borghesia e proletariato è un conflitto altamente polarizzato. È possibile individuare distintamente i due punti che si oppongono l’uno all’latro che sono portatori di interessi altamente differenziati.

 

 

 

Nelle società questa polarizzazione non era molto chiara appunto perché ad es. nell’età feudale i nobili erano contemporaneamente i detentori del potere politico e del potere economico e costituivano un corpo unico ad es. con i detentori del potere religioso, per cui ad es. i legami di parentela venivano offerti ad una unica classe che aveva sotto controllo più dimensioni della società. Invece Marx sostiene che nell’età industriale il conflitto è molto polarizzato perché è facile individuare da una parte la borghesia che detiene i mezzi di produzione di massa, dall’altra parte il proletariato che detiene solo la proprietà del proprio lavoro mentre le altre classi per così dire rimangono a guardare nel conflitto che si realizza. Questo non vuol dire che questa classi non sono importanti per l’esito del conflitto stesso perché alleandosi con l’uno o con l’altra potrebbero determinare la vittoria della borghesia o del proletariato, però la caratteristica fondamentale di questo tipo di conflitto sostiene Marx è proprio il fatto che queste classi intermedie che lui definisce degli intellettuali, dei politici e tutti quelli che non sono di per sé imprenditori rimangono per così dire a guardare fino a quando il conflitto non è quasi giunto a conclusione per cui loro sono già certi di chi è il vincitore e finiscono soltanto per schierarsi dalla parte di chi sta vincendo conflitto.

 

 

 

Durkheim:

Il sociologo e filosofo sociale francese Emile Durkheim nelle sue teorie ha tentato di fare della religione un elemento di coesione sociale, uno strumento di conservazione e di continuità sociale. Con questa prospettiva, Durkheim si prefiggeva come obiettivo quello di superare la visione marxista della società moderna fondata sul conflitto di classe. D’altra parte, è anche vero che il pensiero di Durkheim era condizionato dal periodo storico sociale in cui versava il suo Paese: la Comune di Parigi e la Terza Repubblica durante la guerra franco-prussiana del 1870-1871. Durkheim, tratta i fatti sociali, e dà un fondamento epistemologico alla sociologia, la quale si occupa dei fatti sociali che devono essere oggettivi. Qui si pone il problema, perché i fatti sociali implicano il fare, ossia i fatti sociali vengono costruiti. I dati si danno e a seconda dei dati si ricostruiscono i fatti.

 

Talcot Parsons:

 

Una delle più significative e influenti elaborazioni teoriche prodotte nell’ambito della sociologia novecentesca è quella dello studioso statunitense Talcott Parsons (1902-1979). Nel corso di un’attività intellettuale estremamente intensa Parsons ha rilanciato in seno alla sociologia americana (dedita fino ad allora a indagini quasi soltanto empiriche) l’importanza della riflessione concettuale e metodologica; ha recuperato e ripensato, in modo indubbiamente discutibile ma anche assai stimolante, la grande tradizione durkheimiana e weberiana; ha proposto un’interpretazione del sociale e della sua scienza assai raffinata e complessa. Le sue opere principali – da La struttura dell’azione sociale (1937) a Il sistema sociale (1951) a Teoria sociologica e società moderna (1967) – hanno esercitato una profonda influenza. Al centro della riflessione parsonsiana sta il concetto di azione sociale (in parte tratto dall’opera di Weber). Su un piano generale l’azione è per Parsons ogni comportamento motivato, cioè promosso da determinate cause e finalizzato a determinati obiettivi. Questa prima caratterizzazione parrebbe rinviare implicitamente (in qualche modo privilegiandolo) a un soggetto titolare di tale comportamento, e agente secondo certi interessi e regole. In parte tale rinvio c’è effettivamente, nel senso che Parsons dedica molta attenzione a tali referenti dell’azione (appunto soggetto, interessi, regole). Per un altro verso occorre precisare ch’egli considera unilaterale un’analisi dell’azione in termini esclusivamente soggettivo-motivazionali. L’azione che lo studioso americano ha in mente è in effetti qualcosa di assai più oggettivo e complesso, ossia include molte altre componenti e determinazioni che nulla hanno a che fare con la sfera dell’ego del soggetto e con le sue spinte personali. Fondamentalmente l’azione ha per Parsons quattro principali termini di riferimento: 1) un soggetto-agente , che (si badi) può essere un individuo, ma anche un gruppo, un ceto, o una collettività; 2) una situazione , che include, gli oggetti sia fisico-naturali che sociali coi quali il soggetto entra in rapporto; 3) un insieme di simboli , alla luce dei quali il soggetto vede e valuta elementi della situazione e in proprio stesso agire; 4) un insieme di regole , in rapporto alle quali l’azione si sviluppa e di determina. Ma il fatto essenziale è che l’azione sociale presenta i caratteri di un “sistema”. Ciò implica due cose congiunte: a) che l’azione è composta di elementi relativamente stabili, costituenti una totalità o un insieme organico; b) che tali elementi sono connessi tra loro secondo vincoli relativamente invarianti, e obbedienti a una determinata logica.

Più precisamente, per Parsons le condizioni costituenti il “sistema-azione” sono tre; la “struttura”, la “funzione” e il “processo”. La prima si riferisce alla composizione del sistema: un sistema è (o ha) una struttura nel senso che i suoi elementi componenti devono rispondere a certe forme di organizzazione interna. La seconda si riferisce alla modalità d’azione del sistema: gli elementi di una struttura sono correlati tra loro in modo da rispondere dinamicamente a certi bisogni del sistema, e in modo che il gioco bisogni-risposte sia retto da leggi accertabili con precisione. Il terzo si riferisce invece al modus operandi del sistema-azione nel suo complesso; esso esprime il fatto che un sistema-azione¸ produce delle attività, dei mutamenti i quali obbediscono pure essi a determinati norme. È all’esame delle “funzioni” dell’azione sociale che Parsons si è dedicato in modo particolarmente approfondito. Le principali funzioni individuate da tale esame sono quattro: l'”adattamento”, il “conseguimento di scopi”, l'”integrazione” e la “latenza”. L’ adattamento consiste nel rapportarsi del soggetto sociale all’ambiente in modo da ricavarne le risorse di cui ha bisogno, e più in generale nel mediare determinate esigenze (del soggetto) con la situazione “esterna”. Il conseguimento di scopi consiste nell’elaborazione e nella sua messa in atto di strategie mirate¸ di condotta, volte alla conquista di determinati obbiettivi. L’ integrazione consiste in un’opera di tutela e difesa del sistema, attraverso il controllo dello stato dei suoi vari componenti e di un loro appropriato coordinamento. La latenza allude infine alla funzione, o alla necessità, che il sistema abbia una sorta di riserva di energia, o di riserva di motivazione, in grado di alimentare sotterraneamente i componenti del sistema stesso nell’espletamento dei loro compiti. Nella riflessione parsonsiana il concetto di funzione è altrettanto importante di quello di sistema, anche perché è riferibile a realtà più ampie di quelle sociali: non a caso la concezione del sociologo americano è stata definita “funzionalistica”. In effetti, non solo l’azione ma anche l’intero universo umano-sociale viene concepito come un grandioso meccanismo nel quale, al di là della varietà delle manifestazioni concrete visibili, si profilano appunto queste funzioni, in sé autonome eppure anche intrecciate tra loro secondo un complesso gioco di relazioni, le quali operano secondo norme relativamente costanti e sottoponibili a un’analisi scientifico-formale rigorosa. Rispetto al “sistema” dell’azione sociale il ” sistema della società ” occupa solo una parte, benché di grande rilievo. Anche relativamente a questo secondo sistema l’obiettivo dello studioso americano è di individuare le strutture o le funzioni che gli sono proprie. La caratteristica di fondo della società è per Parsons di tendere alla costituzione e alla salvaguardia di una situazione di equilibrio, un’ azione di solidarietà.

I soggetti sociali (che non sono necessariamente degli individui ma anche e soprattutto dei gruppi sociali) intrecciano molteplici relazioni tra loro, governate da un complesso insieme di “aspettative” e di “norme”. Tali relazioni possono essere studiate in rapporto alle quattro funzioni fondamentali dell’azione sociale che si sono indicate sopra. Ed ecco che la funzione dell’adattamento diviene nel ‘sistema-società’ l’insieme delle attività riguardanti la produzione e la circolazione dei beni; la funzione del conseguimento di scopi vi diviene l’insieme delle attività riguardanti l’elaborazione di obiettivi collettivi e la mobilitazione di agenti e risorse sociali per realizzarli; la funzione dell’integrazione vi diviene l’insieme degli atti e delle istituzioni miranti a stabilire la coesione sociale; infine, la funzione della latenza vi diviene l’insieme di attività e strutture (culture, insegnamento, famiglia, ecc.) miranti a interiorizzare o ad alimentare i valori della socialità. Non basta. A ognuna di queste sfere corrisponde, per Parsons, una disciplina sociologica distinta. Così lo studio delle attività produttive viene assunto dall’economia; lo studio delle attività riguardanti obiettivi collettivi viene assunto dalla politica; lo studio degli atti e degli istituti di integrazione viene assunto dalla sociologia propriamente detta; lo studio delle attività di interiorizzazione e di sviluppo dei valori sociali viene assunto da discipline come la psicologia, l’antropologia e la scienza dell’educazione. Come si è visto, l’oggetto di quella particolare scienza sociale che è la sociologia è per Parsons il complesso di apparati e dispositivi volti ad affermare la solidarietà e l’integrazione (questo orientamento rinvia palesemente a Durkheim, anch’egli assai attento alla problematica della coesione sociale). Non è qui il caso di illustrare le complesse analisi parsonsiane dei fattori (istituzionali, comportamentali, normativi) operanti in tale prospettiva. Più importante attirare l’attenzione sull’interpretazione complessiva della società e della sociologia che emerge da esse. A questo proposito occorre sottolineare che, se è vero che Parsons ha dedicato non poca attenzione ai fattori della trasformazione sociale, innegabilmente il suo accento cade soprattutto sulla dimensione dell’integrazione e della coesione. Benché presentate in modo per così dire ‘oggettivo’, tali funzioni si configurano spesso, nelle sue pagine, come altrettanti valori – senza che questo passaggio da un discorso descrittivo a un discorso assiologico venga adeguatamente argomentato. Correlativamente , la problematica del conflitto e in parte dello stesso mutamento sociale appare meno approfondita di quella dell’equilibrio e della solidarietà. E proprio questo sarà uno dei temi maggiormente sottolineati dai sociologi più critici nei confronti delle posizioni parsonsiane. In realtà altri sono i limiti più rilevanti dell’autore della Struttura dell’azione sociale denunciati da tali critici.

 

 

In primo luogo si è contestato il privilegiamento parsonsiano della dimensione in qualche modo ‘umano-soggettiva’ e culturale della realtà sociale; più che alle strutture (e ancor meno alle infrastrutture, soprattutto a quelle economiche) Parsons sembra guardare, come si è visto, all’azione-interazione dei soggetti sociali e al gioco di interessi e di motivazioni, di fini e di norme che le regolano. In secondo luogo si è sottolineato che l’ambizione di costruire una spiegazione unitaria dei fenomeni sociali è costata al nostro autore un prezzo assai alto; per un verso spingendolo sovente a estensioni, generalizzazioni e analogie un pò forzate; per un altro obbligandolo a svolgere un discorso estremamente astratto, non poco distante da certe concrete peculiarità delle strutture e dei processi sociali. L’astrattezza della concezione parsonsiana è poi aumentata dall’evidente predilezione dello studioso americano per il momento (certo importante) della concettualizzazione: una predilezione che lo porta da ultimo a trattare princìpi e modelli non tanto come mezzi per spiegare ‘altro’ (ossia la realtà sociale) quanto come fini ultimi della conoscenza sociologica. Tutto ciò non cancella però il grande rilievo del lavoro teorico di Parsons. Pochi studiosi hanno mostrato in modo più persuasivo di lui la possibilità di realizzare un’analisi rigorosa della realtà sociale. Pochi hanno pensato con più lucidità la duplice esigenza della sociologia di cogliere la specificità dei fenomeni oggetto della propria indagine e, insieme, le organiche relazioni che li legano ad altri fenomeni. Ma il merito maggiore dello studioso americano è di avere generalizzato e rigorizzato in sede sociologica i capitali concetti di funzione e di sistema. Sia il primo che il secondo si sono rivelati strumenti euristici estremamente fecondi per padroneggiare in sede cognitiva la complessità sociale e per collegare tra loro in modo non riduttivo strutture ed eventi in apparenza eterogenei. Assai importante è anche l’intuizione parsonsiana della grande utilità per l’analisi della società di concetti quali quelli di informazione, scambio, equilibrio, input/output e simili

 

 

 

 

 

I FATTORI DELLO SVILUPPO UMANO

 

 

  • aspettativa di vita;
  • PIL (prodotto interno lordo);
  • Livello alfabetizzazione;

– Accesso all’istruzione.

Tramite questi 4 fattori si può stilare una classifica sulle condizioni di sviluppo dei vari paesi. In particolare gli ultimi due fattori (livello di alfabetizzazione e accesso all’istruzione) sono diventate le risorse fondamentali per il cambiamento sociale e per la nostra sopravvivenza.

Il sistema sociale si regge sulla sicurezza sociale, il bisogno primario della persona è quello della sicurezza sociale, se si vuole governare secondo Maichael More (deputato americano laborista), occorre creare insicurezza. Successivamente ai bisogni di sicurezza sociale seguono quelli fisiologici, connessi alla sopravvivenza.

Per governare serve secondo Michael Moore:

  • Indebitamento: tenere occupati i cittadini con problemi seri per distogliere l’attenzione dai controllori, indebitare i cittadini;
  • analfabetismo di massa: (telegiornale con sottotitoli) ossia credere solo a quello che si vede, ai fatti che sono costruiti. Servirebbe che i cittadini votanti sappiano leggere, scrivere, scrivere e riflettere su quello che leggono sul giornale.
  • Terrore o terrorismo.

Per avere potere occorre ricorrere a tutti e 3 gli elementi (indebitamento, analfabetismo, terrorismo).

La differenza della Costituzione americana rispetto a quella europea, è che in quella americana oltre ai valori di libertà, uguaglianza c’è la felicità, mentre al posto della  felicità nella costituzione europea c’è la fraternità, fratellanza (nel sociale si parla di welfare).

Il motore del servizio sociale è il conflitto intergruppi sociali al conflitto esterno della società. Dal conflitto come recupero della socialità (Simmel), strumento di selezione di elitè (Weber), come motore della storia (Marx).

Conflitto in senso negativo porta alla tirannia, il mediatore sociale nel caso del conflitto negativo, deve intervenire, assopire il conflitto.

Il conflitto in senso positivo porta alla democrazia, il conflitto buono è la così detta competizione. La parola competizione deriva dal latino cumpetere, che vuol dire cercare una soluzione; infatti la competizione fa emergere le esigenze dei vari gruppi sociali, per cui il mediatore sociale deve favorirla e valorizzarla. La forma più nobile di competizione (conflitto buono-positivo) è fare la pace fondata sul disarmo, fare giustizia).

Il mediatore sociale deve:

  • lavorare sul controllo sociale per evitare che il conflitto diventi disordine;
  • lavorare sulle persone;
  • assumere il conflitto come opportunità in vista di creare nuove regole.

I vari modelli della mediazione sociale distinti per gli obiettivi, teoria, concezione conflitto, per il paradigma di riferimento (per i concetti operativi). Oggi vige il paradigma della complessità, che viene fuori dagli studi di fisica: si ritiene che ogni azione ha una reazione uguale e contraria. La presenza è data da qualcosa che mi si getta davanti, sorprende la mia aspettativa, mi resiste. Il mediatore sociale è un professionista che ha ricevuto una formazione specifica sulle tecniche di risoluzione cooperativa dei conflitti, di negoziazione e di comunicazione.
Il mediatore mette a disposizione la sua professionalità per aiutare le parti a trovare esse stesse una soluzione in conflitto. Il ruolo del mediatore non è quindi di fornire soluzioni preconfezionate alle parti ma aiutarle a ritrovare la capacità di ascoltarsi e di comunicare.

 

Quando scegliere la mediazione sociale?


Quando le parti vogliono evitare i costi di una causa giudiziaria e desiderano una composizione veloce della disputa che deve riguardare problemi sorti tra due privati.
Con la mediazione sociale le parti conservano il controllo sul modo di risolvere la disputa senza che sia un giudice o un arbitro a decidere per loro.

Perche’ scegliere la mediazione sociale?

Perché è rapida: il tentativo di mediazione può consentire la risoluzione del conflitto in una sola sessione, mentre la durata media di un giudizio civile ordinario si protrae per anni.

Perché è gratuita: rivolgersi allo Sportello di Mediazione Sociale è del tutto gratuito.

Perché è volontaria: le parti partecipano alla mediazione per iniziativa propria e possono decidere di portare a buon fine la procedura solo se ritenuta conveniente per i propri interessi. In caso di accordo abbozzano personalmente i loro termini e non sono costrette a rinunciare ad altre vie per risolvere il conflitto.

Perché preserva la riservatezza: una delle caratteristiche fondamentali della Mediazione Sociale è la riservatezza. Per assicurarla si deve firmare prima dell’inizio delle sessioni un Accordo di Riservatezza.

Perché conserva l’autonomia: se le parti non arrivano a un accordo, non perdono alcun diritto e possono successivamente intraprendere una causa giudiziaria. Invece nel caso che la mediazione si concluda con il raggiungimento di un accordo totale o parziale, questo avrà valore di contratto e le parti si impegneranno a dare esecuzione al medesimo nei termini da loro stabiliti.

Perché è imparziale: il Mediatore Sociale è un terzo imparziale, nel senso che non può avere interessi in comune con nessuna delle parti.

Perché rappresenta un’equa opportunità: le parti hanno l’equa opportunità di esprimere la loro visione del disaccordo e di ascoltarsi reciprocamente, sono loro stesse (e non un terzo) a decidere la portata del loro accordo e le modalità di formalizzazione.

 

 

 

Modelli di mediazione sociale

 

  1. Utilitaristico

 

La Teoria di riferimento fa capo a Benton Stuart Mill, il quale ritiene che la società è un libero mercato (scambio tra persone e mezzi) in cui gli individui si aggregano a seconda del proprio utile (teoria utilitaristica) per soddisfare reciprocamente i loro bisogni e trarre un mutuo beneficio; in tal caso le persone sono libere di soddisfare i loro bisogni e quindi il conflitto con il mercato si estingue. Può esserci invece un ostacolo al soddisfacimento dei propri bisogni (teoria dei bisogni), se non c’è un mutuo beneficio tra le parti, per cui sorge un conflitto. La fonte di questo modello è l’Harvard Negotiation. La Concezione del conflitto: conflitto come ostacolo al soddisfacimento dei bisogni.

 Gli Obiettivi che si pone il modello Utilitaristico sono: uguaglianza del potere e del diritto, controllo sociale.

Il principale Concetto operativo è quello del mutuo beneficio.

Tecniche e ruolo del mediatore: brain storming, problem solving, conoscenze giuridiche, pragmatismo.

Le tappe del negoziato integrativo:

  1. Definizione del problema: porre l’attenzione sulla direzione della comunicazione data dalle parti, fornire feedback al parlante di quanto si è inteso, ricontestualizzare il conflitto all’interno della relazione tra le parti, mettere in discussioni atteggiamenti negativi
  2. Individuazione delle cause e degli ostacoli alla soluzione
  3. Dalle posizioni ai bisogni: per arrivare a una soluzione costruttiva occorre chiedersi quali sono gli interessi che le parti intendono preservare e perseguire scegliendo la strada della mediazione. All’ interno della gamma di interessi particolari i bisogni fondamentali delle parti vanno tenuti in attenta considerazione nelle trattative. L’importante è arrivare all’ individualizzazione dei bisogni condivisi da tutte le parti. Questo costituisce la base di partenza per una cooperazione nel conflitto.
  4. Strategie possibili di soluzione
  5. Caratteristiche concrete di un accordo
  6. Verifica e valutazione

 

 

 

  1. Socioclinico

La Teoria  di riferimento prende le mosse dagli studi di P. D. Robinette. I fattori ambientali, sociali e culturali che sono oggetto del modello spiegano e modificano il comportamento umano.

Il Conflitto viene visto come rinforzo della stabilità del sistema sociale.

Gli Obiettivi che si propone sono: sanare i modelli problematici di interazione ed individuare la natura e l’influenza dei fattori ambientali, sociali e culturali sul comportamento personale.

Concetti operativi: i metodi mediativi producono cambiamenti sociali accettabili per le persone coinvolte.

Tecniche e ruolo del mediatore: ascolto attivo, azione direttiva.

Il modello di mediazione socio-clinica di Philip D. Robinette:

Il gruppo nomina un mediatore; in seguito si divide in due assumendo i ruoli di presentatore e partner e incaricando due portavoce di riportare le decisioni di ciascun sotto-gruppo all’altro. Il mediatore cura che vengono seguite le fasi della mediazione socio-clinica.

FASI:

  1. Apertura Della Seduta;
  2. Esposizione Della Situazione Da Parte Dei Contendenti;
  3. Discussione Congiunta;
  4. Riunione Ristretta;
  5. Trattativa Congiunta;
  6. Conclusione.
  1. Sistemico

 

Il Modello Sistemico nasce dalla linguistica e dalla fisica dei sistemi dinamici complessi.

L’ Oggetto del modello sistemico è il sistema creato dal conflitto.

La Teoria di riferimento si basa sul concetto di interazione, retroazione, circolarità delle relazioni tra individui e gruppi. Importante è il contributo dell’approccio nordamericano della scuola di Palo Alto che fa capo a P. Watzlawick, J.H. Beavin e D.D. Jackson e che si riconnette alla teoria generale della comunicazione dell’antropologo G. Bateson “la pragmatica della comunicazione” si basa sul concetto di riassunzione dei concetti fondamentali e la teoria di Luhmann “Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale” in cui si parla di una sociologia del sistema/ambiente.

Concezione del conflitto: conflitto come segno di un cambiamento avvenuto nella comunicazione, ossia nel modo di comunicare nel gruppo. Il conflitto è segno del cambiamento del sistema.

Il Paradigma è quello della cellula vivente che è autosufficiente, autopoietica (ossia si organizza da sola) e in continuo scambio con l’ambiente; lo stato e la società sono aggregati di cellule sociologiche.

Punto di vista: inevitabilità del conflitto, valorizzazione del conflitto che sorge tra individuo e contesto.

L’Obiettivo del modello sistemico è quello di collegare individui (esigenze, cultura) al contesto (territorio, comunità, quartiere) a partire dalle loro esigenze e loro simbolizzazioni.

I Concetti Operativi in questo modello sono due: sistema come aggregato di cellule e ambiente.

Le Tecniche utilizzate nel modello sistemico dal mediatore sociale sono: tecniche della comunicazione, tecniche della negoziazione, tecniche della intermediazione, protocollo di Cristhopher Moore.

Protocollo di Moore:

 

  1. Primi contatti con le parti in lite
  2. Selezione di una strategia guida per il processo di mediazione
  3. Raccolta delle informazioni di fondo
  4. Pianificazione di un progetto dettagliato di mediazione
  5. Stabilire un rapporto di fiducia e collaborazione
  6. Inizio della seduta di mediazione
  7. Definizione delle problematiche da affrontare e programmazione degli incontri
  8. Disvelamento degli interessi reconditi che hanno le parti n lite
  9. Generazione di diverse possibilità di accordo
  10. Valutazione delle diverse possibilità di accordo
  11. Contrattazione finale
  12. Realizzazione di un accordo formale

 

  1. Umanistico

La Teoria di riferimento si basa sul concetto di empowerment: è un’attività attraverso la quale noi energizziamo, potenziamo individui e gruppi verso il riconoscimento (di sé e dell’altro),  rendendo ciò possibile con una ristrutturazione delle relazioni. L’empowerment recognition agisce per l’appunto sulle relazioni tra attori sociali. Questo modello parte dall’assunto del riconoscimento della necessità dello scambio con l’ambiente, che le persone sono depositarie di una tradizione, cultura, valori, lingua, che l’azione di potenziamento e riconoscimento prevede la sperimentazione dei gruppi nell’autoefficacia nel ricercare risorse in modo onesto, nel riconoscimento la presenza di più attori sociali, nel riconoscere le forze sociali; l’esito che ci si aspetta è quello di modifica del contesto politico-sociale correlato da retroazioni sistemiche. Il potenziamento dell’altro si può realizzare tenendo presente tre fonti: i valori, la vita, il contesto. I valori sono testimoniati dalle fiabe; per valori si intende qualcosa che valga la pena apprezzare, valutare, questo da senso alla vita all’interno di ciascun contesto culturale. Importante è il contributo della teoria di Rogers che si basa sui concetti di autostima, comunicazione, regole (sentimenti), assunzione dei rischi.

La Concezione del conflitto è positiva, come occasione di crescita personale dal confronto con l’altro.

Il Paradigma è quello di cambiare le persone e le situazioni.

Il Punto di vista è quello di trasformare il disordine in ordine, ossia trasformare l’insieme di nemici in una rete di alleati.

L’Obiettivo del modello umanistico è quello di sviluppare, potenziare il cambiamento delle persone.

Le Tecniche utilizzate nel modello umanistico il dialogo, l’empowerment, il riconoscimento. Il mediatore in questo modello utilizza un counselling non direttivo.

 

 

 

  1. Narrativo

La Teoria di riferimento si basa sulla narrazione intesa come pensiero e azione sociale (L. Wittgenstein 1945 -1949).

La Concezione del conflitto è una costruzione linguistica – culturale.

L’Obiettivo è quello di costruire una nuova storia più vantaggiosa.

Concetti operativi: separare gli attori/storia, ridimensionare le certezze, attenzione alla trama, narrazione più vantaggiosa.

Ruolo del mediatore: decostruzione della storia conflittuale e ricostruzione della storia alternativa.

Tecniche: incarico ai religiosi, anziani, autorità, che sono depositari delle regole.

  1. Azione comunicativa

La Teoria di riferimento si basa sull’agire comunicativo ( J. Habermas “Agire comunicativo e logica delle scienze sociali”)

L’Oggetto del modello è la regolazione dei legami sociali: si devono porre delle regole, altrimenti si ha un disturbo della comunicazione.

La Concezione del conflitto come la violazione delle regole comunicative: linguaggio/aspettative.

L’Obiettivo è quello di ripristinare le condizioni della comprensione, sapere quali sono le regole della comunicazione sociale.

Concetti operativi: costruzione condivisa di regole sociali (regolazione sociale).

Ruolo del mediatore: creare condizioni per la comunicazione ottimale.

Tecniche: ascolto attivo, riformulazione delle domande, intercomprensione, riappropriazione.

 

 

  1. Relazionale comunitario

Teoria di riferimento: la teoria è eclettica (proviene da più parti):

  1. a) La Teoria Socio – relazionale: società caratterizzata da due elementi: il riferimento simbolico, ossia la condivisione del riferimento linguistico e l’interdipendenza strutturale, ossia il fatto che siamo dipendenti gli uni con gli altri a livello strutturale. La comune referenza simbolica e la comune dipendenza dell’ impalcatura comune determina l’appartenenza (Geimeinschaff), che ci porta a dire chi sono e a chi appartengo.
  2. b) Analisi della rete sociale: fa riferimento alla sociometria di Moreno.
  3. c) Analisi strutturale
  4. d) Teoria del rischio (John Folloimen)

Oggetto: relazioni interpersonali che sono quelle della geimeinschaff che si sono perse nella geiseilschaff.

Concezione del conflitto: il conflitto è il risultato di processi dissociativi, ossia del deterioramento di legami comunitari di appartenenza.

Obiettivo: riduzione dei conflitti all’interno dei gruppi e loro gestione (assume l’aspetto di controllo sociale, di democrazia di utilità, che parte dal basso come ricostruzione dei legami dei piccoli mondi, per poi estendersi ad altri mondi).

Concetti operativi: disponibilità a cooperare e avere fiducia.

Ruolo del mediatore: il ruolo del mediatore non è la risoluzione del conflitto ma l’orientamento.

Tecniche: Focus group, mappa di Richard Todd; ecomappa; scala di Glasser    (esprime diversi livelli di conflittualità a seconda  della durata e intensità: quanto è più duro, quando è più intenso il conflitto, tanto è più grave) l’osservazione diretta.

 

Il sociogramma di Moreno: è un test sociometrico che permette di visualizzare le relazioni latenti di un gruppo e i conflitti presenti; consiste nel chiedere a ogni membro del gruppo in modo anonimo di indicare autonomamente tra i membri del gruppo con chi vorrebbe passare una vacanza e con chi invece vorrebbe lavorare. Le preferenze vengono messe in colonna e poi sommate; il totale verticale in colonna darà dei risultati imprevedibili che solo il sociometrico potrà interpretare.

La mappa di Richard Todd: è uno schema circolare che permette di rappresentare un conflitto e di individuare i contrari, i favorevoli, l’istituzione del territorio, centro organizzativo che attrae i gruppi (scuola, centro sociale, carcere). I legami possono essere: positivi (indicati da una freccia intera), conflittuali (indicati da una freccia tratteggiata), deboli (sono coloro che sono indifferenti alle situazioni di confronto/scontro). L’incontro tra i gruppi sociali avviene attorno a un centro organizzativo del conflitto e le istituzioni che gli ruotano attorno. I cerchi che man mano si allontanano dal centro organizzativo del conflitto sono quelli in cui ci sono le persone meno interessate al problema.

Ecomappa: è uno schema che permette di rappresentare un conflitto; l’area centrale è l’epicentro del conflitto attorno ci sono vari nuclei che possono essere di appoggio al conflitto (nuclei più vicini all’epicentro), i pacificatori e i neutrali (nuclei più lontani dall’epicentro). I vettori vanno orientati.  Le lettere identificano i vari  gruppi sociali. E’ utile l’ecomappa quando è difficile identificare il centro organizzativo del conflitto (conflitto inteso dal punto di vista relazionale no fisico).

 

 

 

 

 

 LA PRIMA SEDUTA DI CONSULENZA

Marcellino Vetere

Premessa
Il tema degli indicatori di mediabilità e la scelta dei criteri usati in prima seduta per distinguere tra richiesta di mediazione/psicoterapia/altro ci era stato proposto dalla Commissione Didattica, in quanto, dopo il Congresso di Torino, si è rivelato come uno dei temi di centrale importanza nella formazione dei mediatori familiari.
La struttura per diapositive rispecchia il testo della relazione presentata da me e dal dott. Aldo Mattucci nella giornata di autoformazione, che ha preceduto questo Convegno. Il tempo sarà certamente insufficiente, ma lo scopo è soprattutto quello di mettervi al corrente di quanto si sta dibattendo nel gruppo dei vostri didatti

Mediazione si, mediazione no, mediazione forse
Immaginate di essere al primo incontro con una coppia che sia stata consigliata di rivolgersi al vostro studio o al vostro servizio.
Che voi siate assistenti sociali, psicologi, mediatori o psicoterapeuti; che voi lavoriate in studi professionali privati o in servizi pubblici; in qualsiasi caso, il primo ordine di problema che dovrete affrontare sarà quello di verificare la congruenza tra la richiesta ufficiale di mediazione e lo strumento che potrebbe essere più coerente con la domanda di aiuto che la coppia porta.
Le persone che si rivolgono a noi quasi mai sanno quali sono le risposte che possiamo offrire.
Ciò che è certo, è che stanno attraversando un periodo di sofferenza, che quasi sempre si sentono falliti come genitori, con una conseguente forte caduta dell’autostima personale; sta a noi, dunque, aiutarli a capirsi ed individuare quale sia il percorso più adatto per uscire dallo stato di disagio nel quale si trovano.

Per questo motivo abbiamo chiamato i nostri centri CO.ME.TE (consulenza, mediazione, terapia), proprio per sottolineare la pluralità delle risposte possibili.
In questi anni, è diventato sempre più importante svolgere una prima fase di consulenza con lo scopo di “smistare” le richieste, individuando per ognuna, il percorso più adatto. Bisogna essere in grado, entro la fine del primo incontro, di poter rispondere alla domanda: “Questa coppia può trarre giovamento da un percorso di mediazione o c’è bisogno d’altro e di cosa?”
E’ necessario, dunque, che l’analisi della domanda sia, al tempo stesso, molto accurata e molto rapida.
Occorrono, pertanto, dei segnali di pericolo che indichino agli operatori quale strada non intraprendere.
Quello che vi presentiamo è il metodo che, al momento, seguiamo per capire qual’è la domanda che le persone ci pongono e, di conseguenza, quale sia il percorso più utile o, quantomeno, più praticabile. Abbiamo raggruppato in quattro le aree informative che ci é sembrato utile esaminare in questa fase:
• Area motivazionale
• Area evolutiva
• Area della conflittualità
• Area delle risorse

Area motivazionale
Le informazioni che elicitiamo tendono a permetterci una prima lettura della domanda attraverso l’analisi dell’invio. Viene chiesto alla coppia da chi vengono inviati: servizio pubblico o privati? E con quali aspettative dell’inviante?
E’ evidente, infatti, che le cose cambiano sensibilmente se l’invio ci viene fatto da una coppia di amici che si è appena separata avvalendosi di un percorso di mediazione o se, invece, l’invio è stato effettuato dall’insegnante di un figlio, che potrebbe anche non sapere nulla di cosa sia la mediazione.
L’analisi dell’invio inizia con il primo contatto telefonico e può esaurirsi nei primi 5’-10’ del primo incontro.
Mettiamo, ad esempio, che ad inviarci la coppia sia stato un collega psicoterapeuta che è anche mediatore: è molto probabile che si tratti di persone in trattamento che hanno già fatto un percorso, che sono stati preparati e sanno molto bene cosa sia la mediazione.
Molto diverso sarebbe il caso di un invio avvenuto sulla scorta di intermediari poco informati su cosa sia la mediazione.
L’analisi dell’invio ha il duplice scopo di permettere a noi di non perdere il lavoro di primo “smistamento” che l’inviante deve aver fatto ed, alla coppia, di incominciare ad esprimere le proprie aspettative.
• Come la coppia é arrivata da noi?
• Chi ha effettuato il primo contatto telefonico?
• Con quali aspettative dell’inviante?
• Con quali aspettative personali?
• Con quale definizione individuale del problema?
• Con quali azioni già intraprese (uscita di casa, procedimenti giudiziari, avviso di separazione ecc…)?

Cosa valutiamo
• Coerenza versus incoerenza tra aspettative esplicite ed implicite
• Concordanza versus discordanza tra aspettative individuali e di coppia rispetto alla mediazione
• Riconoscimento del problema versus non riconoscimento del problema
• Desiderio/volontà di affrontarlo versus mancanza di tale volontà
• Irreversibilità della scelta versus reversibilità
In questa fase il mediatore orienta il focus del proprio ascolto alla ricerca di informazioni utili a capire se la decisione di separarsi, per almeno uno dei due, abbia superato il punto di non-ritorno ed, in subordine, se sono condivise o meno la definizione del problema e le aspettative rispetto alla scelta della mediazione.

Area evolutiva
Nel caso che nella fase dell’analisi dell’invio sia emerso che non ciano le condizioni certe per un percorso di mediazione, sarà utile procedere ad un approfondimento dell’analisi della domanda. Questo approfondimento passa attraverso l’indagine sul ciclo vitale dell’individuo e della coppia. Lo scopo di questa fase è quello di indagare sul significato evolutivo della richiesta di separazione (separarsi da chi, da cosa?) e, soprattutto, se il legame sia rescindibile o meno.
Le domande individuate per questa fase servono ad indagare brevemente se e come siano stati affrontati i compiti evolutivi:
• Come vi siete incontrati?
• Cos’è che vi ha attratto nell’altro?
• Cosa ne è stato poi di questa attrazione?
• Quali qualità dei propri genitori ha ritrovato nell’altro/a? e quali opposte?
• Cosa ritiene abbiano pensato i genitori d’altro della vostra unione di coppia?
• Come è cambiato il vostro rapporto all’arrivo del primo figlio?

Cosa valutiamo
• Assolvimento versus non assolvimento dei compiti evolutivi
• Disinvestimento emotivo possibile versus legame disperante
• Disimpegno genitoriale versus richiesta di maggiore presenza
• Corresponsabilità educativa versus alienazione genitoriale

Area del conflitto
Sin dal primo momento dell’incontro con la coppia, mentre dalle risposte verbali alle nostre domande ricaviamo informazioni sulla reversibilità/irreversibilità relativa alla decisione di separazione e/o sulla fase evolutiva in cui la coppia si trova, ecc…, le modalità relazionali, ed i linguaggi analogici che la coppia utilizza ci danno informazioni sulla gestibilità o meno del conflitto in corso. Pertanto, alleniamo i nostri allievi mediatori, a prestare particolare attenzione al non-verbale.

Cosa valutiamo
• Natura del conflitto: può riguardare il non sentirsi riconosciuta/o (identità), il potere che ognuno/a ha o sente di avere o non avere nella coppia (potere), la qualità del legame ed il grado di condivisione (intimità).
• Stile di gestione del conflitto: può essere vissuto come negativo (evitante), come lotta (antagonista), come opportunità (cooperativo).
• Intensità del conflitto: percepita dal mediatore.

E’ chiaro che un’intensità troppo elevata non rende percorribile un processo di mediazione. E’ questo il parametro che più di ogni altro porta in campo l’osservatore nel sistema osservato. E’, infatti, evidente che su questo parametro incide particolarmente la specificità del mediatore, la sua storia, la sua esperienza di conflitto e la sua “capacità di tenuta” rispetto all’intensità emotiva.

Area delle risorse
L’analisi dell’invio, l’indagine sull’area evolutiva e l’esplorazione nell’area del conflitto, hanno anche lo scopo di sondare se sussistano o meno le risorse per affrontare un qualche percorso e quale.

Cosa valutiamo
• Compresenza di assertività e cooperatività versus la presenza di solo uno dei due fattori
• Reinvestimento emotivo su un proprio progetto di vita versus legame disperante

Mediazione sì
Nel caso in cui ci sia coerenza tra aspettative esplicite ed implicite e concordanza tra aspettative individuali e di coppia é possibile che sussistano anche tutte le sottoelencate pre-condizioni:
• Irreversibilità della scelta (procedimenti giudiziali in atto, uscita di casa già avvenuta, presenza di altri partners, informazioni sulla volontà di separazione già comunicate ai figli, ecc…)
• Riconoscimento del problema
• Definizione condivisa del problema
• Volontà di affrontare il problema
• Scelta condivisa del mediatore e della mediazione
• Reinvestimento emotivo possibile su un proprio progetto di vita
In questo caso ridefiniamo il concetto e le funzioni della mediazione, quale sarà la nostra posizione, cosa possono e non possono aspettarsi da noi, forniamo alcune linee guida rispetto alla durata del processo, a come si svolgeranno gli incontri, consegniamo loro il contratto di mediazione e la guida per i clienti.

Mediazione sì, se…
Nel caso in cui non sia chiaro cosa la coppia si aspetti da noi e/o non ci sia coerenza tra aspettative esplicite ed implicite e/o vi sia discordanza tra aspettative individuali e di coppia, anche se fossero rispettate tutte le altre pre-condizioni e la scelta non fosse oltre il punto di non ritorno, riteniamo utile procedere ad un ulteriore approfondimento dell’analisi della domanda. Esempi di reversibilità della scelta possono essere:
• L’idea di separarsi è ancora suscettibile di ripensamenti
• La decisione è presa, ma c’è resistenza a comunicarla ai figli
• Nessuno dei due ha fatto o pensa di “fare le valigie”
• Si vuole sapere cosa comporta la separazione per ognuno dei coniugi
Si vuole sapere cosa comporterà la separazione per i figli
• Esiste la paura che, con la separazione, l’altro coniuge si vendichi negando i figli
Se, alla fine di tale approfondimento, si verifica che sussistono le pre-condizioni per un percorso di mediazione e si accerta che il livello di delusione favorisce il disinvestimento sul partner, si procederà alla definizione di significato e funzioni della mediazione, alle modalità di svolgimento del percorso, alla posizione del mediatore all’interno di questo percorso ecc…ecc….
Se, invece, tale disinvestimento è possibile, ma al momento permangono dei nuclei problematici che lo impediscono, si potrà procedere con una fase di pre-mediazione (2-3 incontri), atti a favorire la districabilità del legame.

Se, al termine di tale indagine, ancora dovessero sussistere dubbi sulla natura della domanda o nel caso in cui esplicitamente la coppia fosse d’accordo nel chiedere al mediatore: “Secondo lei, siamo fatti per stare insieme o è meglio che ci separiamo?”, procederemo ad un ulteriore approfondimento che permetta ai coniugi di rispondere da soli a questa domanda.

Diagramma delle funzioni di coppia nel tempo
Chiediamo loro di esprimere con un punteggio da 0% a 100% il grado di soddisfazione nelle prime tre delle seguenti quattro aree:
• esclusività e soddisfazione sessuale, generatività (biologica, psicologica e sociale),
• sostegno emotivo (sul piano professionale e nel rapporto con la f.d.o.),
• autorealizzazione:
Con questi punteggi costruiamo un grafico che riporta sulle ascisse le aree e sulle ordinate le variazioni dei punteggi nel tempo. Ad esempio, all’inizio del rapporto (T1), all’inizio della convivenza (T2), alla nascita del primo figlio (T3), oggi (T4).
Per quanto riguarda l’ultima area chiediamo di rappresentarci la differenza, tra come si sentivano all’inizio del rapporto ed attualmente, con un’immagine, preferibilmente un’animale.
n Verifica analisi della domanda
Se al termine della fase di consulenza, dopo 5’/10’, o dopo uno/due incontri, l’analisi della domanda ci porterà ad optare per una proposta di mediazione, procederemo ad una verifica immediata di tali risorse attraverso le prime due operazioni che proponiamo:
• la costruzione della check-list dei problemi da affrontare
• la costruzione della frase con la quale, al termine del percorso di mediazione, comunicheranno ai figli la loro decisione.

La costruzione del menù

La costruzione del menù consiste nel:
• fare una scala dei problemi da affrontare
• stabilire un ordine di priorità
Se ci sono effettivamente le condizioni e le risorse per una mediazione, questa operazione ne sarà una verifica.
Anche in questo caso lo scopo è duplice: è utile sia per verificare la presenza di risorse, sia per sottoporre a falsificazione le ipotesi che il mediatore ha elaborato circa la natura del conflitto, lo stile di gestione dello stesso e la sua intensità.

Cosa valutiamo
• Il tempo impiegato
• La modalità relazionale predominante
• La facilità/difficoltà a trovare un accordo
• Il grado di condivisione delle priorità

Comunicazione ai figli
Mentre la check-list (il cosiddetto menù) è, in ogni caso, la prima cosa da fare, la costruzione della frase potrebbe essere realizzata come ultima operazione del processo di mediazione: immediatamente prima di comunicarlo ai figli e quando tutti i dettagli dell’accordo sono già stati formulati.
Proporre alla coppia di predisporla all’inizio del processo ha lo stesso scopo di una “cartina al tornasole”: individuare se il legame si possa sciogliere; nel contempo, la costruzione della frase costituisce un modo per aiutare chi subisce la decisione ad uscire dalla posizione rigida del cosiddetto “braccio di ferro”, ed entrare nella logica dell’agire concretamente per il futuro e per i figli.
Il metodo che utilizziamo prevede questo percorso:
• Ognuno scrive la propria frase
• Ognuno legge la frase dell’altro e ne sottolinea solo le parti che condivide
• Ognuno riscrive la propria frase, ma questa volta tenendo conto del contributo dell’altro; questo; scambio può ripetersi più volte
• Quando le frasi tendono a coincidere, invitiamo la coppia a sedersi l’uno di fronte all’altra e scrivere insieme una frase che contenga i contributi di ciascuno. Nulla deve andare perso.
In molti casi ci si trova di fronte a coppie che parlano di separazione ma, non appena si confrontano con la messa in opera di tale decisione, diventa insopportabile la sola idea di mettere la penna sulla carta.
Al tempo stesso può capitare che un genitore assolutamente renitente all’idea di perdere la propria compagna, attraverso il cercare di mettere per iscritto cosa comunicare ai figli, possa essere aiutato a concentrarsi sulla cura dei loro interessi, non potendo non accettare la separazione dal partner.

Mediazione no, meglio…
Se, alla fine della fase di approfondimento della domanda, dovessero verificarsi le seguenti condizioni:
• Mancato riconoscimento del problema
• Assenza della volontà per affrontarlo
• Qualità disperante del legame di coppia
• Confusione di confini tra coniugalità e genitorialità
oppure, il livello di delusione sia tale da non permettere un disinvestimento sarà necessario ipotizzare percorsi alternativi più adatti.
A seconda delle situazioni, tali percorsi possono essere:
• un sostegno psicologico individuale Una tale scelta trova indicazione qualora, ad esempio, si individuassero rischi di depressione.
• una psicoterapia focale Una tale scelta trova indicazione quando si dimostrasse utile individuare le modalità genitoriali più idonee ad affrontare la separazione ed il divorzio (se, ad esempio, ci fosse un rischio di “alienazione genitoriale”). L’obiettivo, in questo caso, è quello di permettere agli ex-coniugi di elaborare la fine per garantire ai figli una co-genitorialità.
• una psicoterapia di coppia. Una tale scelta trova indicazione qualora vi siano, da ambo le parti, sufficienti risorse residue per una rielaborazione dell’incastro di coppia e dei suoi effetti sulle vicende coniugali (se, ad esempio, pur in presenza di un forte legame, si fosse pervenuti ad una fase di stallo per un non avvenuto assolvimento dei compiti evolutivi). L’obiettivo, in questo caso, è di elaborare i rapporti di ciascuno dei due ex-coniugi con le rispettive famiglie di origine, al fine di avvalersene in eventuali nuovi rapporti di coppia.

Nota Bene
Nessuno degli indicatori è sufficiente, da solo e deterministicamente, a definire qual’è la scelta più adatta tra mediazione, sostegno psicologico individuale, psicoterapia focale, psicoterapia di coppia e tale scelta non è neanche mai “oggettiva”, svincolata cioè dall’esperienza personale di come il consulente sta in un conflitto.

 

 

 

 

 

Il ricorso ad interventi “tampone”di mediazione nel conflitto coniugale

Anna Verrengia

Vera Pacilio

Maria Rosaria Menafro

Il nostro intervento vuol essere una testimonianza di come sia ancora poco diffuso il ricorso, da parte della magistratura, ad interventi specialistici sul conflitto che scaturisce dalla separazione e dal divorzio.
Sono invece ancora molto frequenti le richieste di interventi “tampone”, volti cioè ad affrontare la specifica difficoltà posta in un determinato momento dal dispiegarsi del conflitto piuttosto che a ricercare e rimuovere le dinamiche psicologico-relazionali che lo hanno generato e lo mantengono.
L’esperienza operativa di uno degli autori della presente comunicazione mette in evidenza come questi interventi “tampone” si rivelino non solo inutili, ma a volte estremamente dannosi sia per la coppia che per gli operatori stessi, laddove questi non siano stati adeguatamente formati ad affrontare le specifiche dinamiche delle coppie conflittuali o almeno sensibilizzati attorno alla complessità di questo genere di conflitti. Una corretta opera di sensibilizzazione consentirebbe difatti agli operatori dei Servizi Territoriali di effettuare un invio rapido e pulito al mediatore professionista e, quindi, di non addentrarsi in territori sconosciuti del tutto ignari dei pericoli in cui possono incorrere e delle conseguenze negative che possono produrre.
Il caso che riportiamo illustra chiaramente quanto sopra esposto.

Descrizione del caso
Il Servizio Sociale Territoriale riceve dal Tribunale Ordinario la richiesta di far svolgere gli incontri tra un padre non affidatario e i figli presso i locali del Servizio, considerato che gli stessi non erano potuti avvenire in altro ambito a causa del conflitto in atto tra i due ex coniugi.

Storia della coppia che esprime il conflitto
Entrambi i membri della coppia si sposano in età post-adolescenziale. I primi 10 anni trascorrono in maniera più o meno tranquilla: il marito è spesso fuori casa per motivi di lavoro; la moglie si occupa a tempo pieno della gestione della casa e della cura dei figli.
La crisi matrimoniale inizia quando lei scopre che il marito ha una serie di relazioni extra-coniugali.
Ciò rappresenta per la donna il crollo del suo mondo, la scoperta di non essere affatto, come lei aveva sempre pensato, il centro dell’universo del marito e soprattutto di aver vissuto accanto ad un uomo completamente diverso da come lo aveva sempre creduto. Del resto, l’immagine di uomo devoto che la signora si era andata costruendo del marito era stata generata e alimentata dalla sollecitudine di questi a soddisfare ogni esigenza o desiderio di moglie e figli, dal suo lavorare duro per non far mancare mai nulla alla famiglia.
Dopo la scoperta del tradimento, il matrimonio continua ancora per qualche anno, anche per effetto dell’opera di convincimento svolta dalla famiglia d’origine di lei che non ritiene l’infedeltà un motivo valido per far cessare il matrimonio, vissuto non tanto come vincolo affettivo, quanto come istituto necessario a garantire alla donna un ruolo sociale di rispetto.
La signora, però, non riesce più a vivere serenamente la condizione coniugale, anche perché il marito continua a tradirla, non ritenendo importanti, e quindi offensive nei confronti della moglie, quelle che lui definisce solo delle “scappatelle”. Cominciano quindi le prime discussioni che scaturiscono dalla subentrata esigenza di lei di conoscere gli spostamenti del marito nonchè le persone con le quali si incontra e dal rifiuto di lui di farsi controllare.
L’esasperarsi del rapporto tra i due spinge la donna ad andarsene di casa portando con sé i figli, cosa questa che suscita nel marito un forte rancore nei suoi confronti. Egli, che si è sempre vissuto come marito e padre perfetto, non si riconosce assolutamente nell’immagine di uomo inadeguato che la moglie gli rimanda e anzi l’accusa di non avere per lui quel sentimento di gratitudine che ritiene di meritare per aver sempre garantito alla famiglia una buona posizione sociale ed economica.
Durante la separazione di fatto il marito fa numerosi tentativi di riportare la moglie a casa, ma questa, ritenendo di essere stata troppo umiliata, persiste nella sua decisione. Si arriva così alla separazione legale.
Durante questa fase, lui, disattendendo le disposizioni del giudice, si rifiuta di passare gli alimenti alla moglie e provvede solo in maniera diretta al mantenimento dei figli comprando loro tutto quello di cui hanno bisogno.
Ricorre inoltre all’Autorità Giudiziaria accusando la moglie di non permettergli di prendere con sé i bambini.
Quello che in realtà succede è che l’uomo si rifiuta di andare a prendere i figli presso l’abitazione dei nonni, dove la moglie è ritornata a vivere, e pretende che sia lei ad accompagnarli nella vecchia casa coniugale, spinto dalla speranza di riuscire a convincerla a rimanervi. La signora, d’altro canto, volendo far pagare al marito tutti i suoi atteggiamenti prepotenti, neppure può pensare di risolvere quietamente la questione facendo accompagnare i bambini presso la casa coniugale da una terza persona.
Entrambi utilizzano quindi i figli per agire il conflitto non riconoscendo affatto il loro bisogno di continuare ad avere rapporti continuativi con il padre: se lui, attraverso di loro, tenta di riappropriarsi della moglie, lei, d’altro canto, se li vive come una possibilità di rivalsa nei confronti del marito.

 

 

 

MODELLO D’INTERVENTO

SISTEMICO RELAZIONALE

 

Per quanto attiene alla separazione coniugale, sappiamo che accedono alla Giustizia quelle coppie che non riescono ad utilizzare gli strumenti a disposizione nel campo dell’aiuto alla persona, quali la psicoterapia di coppia, la consulenza di coppia e la mediazione familiare, per realizzare il passaggio della genitorialità oltre la rottura coniugale.
In un precedente articolo, pubblicato sull’ultimo numero di Maieutica (2001), al quale per ragioni di tempo rinvio per un maggiore approfondimento, assieme a Luca Pappalardo ho definito tali situazioni conflittuali come “non mediabili”. Si tratta di situazioni all’interno delle quali la tipologia del conflitto impedisce il raggiungimento di un accordo riguardante l’affido dei figli, l’accesso di questi al genitore non affidatario, la gestione e la suddivisione dei beni. Queste coppie appaiono bloccate nell’elaborazione psicologica della rottura coniugale e non accedono quindi al raggiungimento del cosiddetto divorzio emotivo, che sappiamo essere indispensabile per il superamento della crisi.
Ciò che fa definire una coppia non mediabile, infatti, non è solo l’intensità, la quantità e la durata del conflitto, bensì la modalità relazionale attraverso cui i due ex coniugi continuano a rapportarsi l’un l’altro. Sinteticamente, risultano non mediabili coloro che, per mantenere intatto un legame e la speranza di cambiamento dell’altro, trovano nel conflitto la condizione per rimanere collegati con l’ex coniuge (legame disperante). Oppure coloro che, non potendo possedere l’altro, lavorano per la sua totale esclusione dalla propria vita e, di conseguenza, da quella dei figli (cosiddetto scisma).
In queste situazioni il compito della Giustizia è quello di accogliere quella richiesta di aiuto che la famiglia presenta attraverso il “trasferimento” all’interno del contesto sociale (il cosiddetto transfert sulla giustizia) di quell’aspettativa di risoluzione delle difficoltà e dei problemi che non hanno trovato soluzione dentro se stessa. Difatti, le coppie che accedono alla Giustizia delegano ad essa la responsabilità genitoriale, venuta meno a causa del più pressante bisogno di chiedere giustizia per sé a causa delle delusioni e delle sofferenze del passato e a causa dei presunti torti patiti per “colpa” del comportamento dell’ex coniuge.
Questa modalità di porsi va a configurare una modalità relazionale tipica dei conflitti nei quali l’obiettivo finale è quello di vincere contro l’altro.
In questi casi il Giudice generalmente fa ricorso all’utilizzo di esperti di sua fiducia, affidando loro l’espletamento di una Consulenza Tecnica d’Ufficio, atta a valutare le modalità più idonee di espressione della genitorialità.
Su questo argomento rinvio nuovamente all’articolo scritto con Pappalardo (op. cit. 2001) sullo sviluppo di una Consulenza Tecnica orientata secondo l’ottica sistemico-relazionale. In questa sede vorrei sinteticamente sottolineare che gli obiettivi di tale intervento sono quelli di proteggere l’esercizio genitoriale e tutelare il passaggio generazionale.
Pertanto, elemento centrale della riflessione del nostro operare in campo psicogiuridico è che gli attori coinvolti nella disputa esprimono, proprio attraverso il conflitto, l’ambivalenza tra il desiderio di affrontare il dolore legato al lutto per la rottura del progetto familiare e il contemporaneo bisogno di negarlo. Ne consegue che quando il Giudice, direttamente o attraverso i suoi Consulenti, dispone d’autorità una regolamentazione dell’esercizio genitoriale, senza offrire uno spazio elaborativo dei temi che hanno procurato dolore e sofferenza, lascia irrisolte le motivazioni più profonde che hanno attivato il conflitto tra genitori.
L’operazione ambiziosa che alcuni Centri di mediazione, denominati Co.Me.Te., stanno tentando di realizzare è quella di operare un cambiamento radicale, ma graduale nei tempi e nei modi, della cultura e del modo di operare nelle situazioni di separazione e divorzio, da parte di tutti gli operatori dello psicogiuridico e, nel contempo, degli stessi cittadini. Il cambiamento consiste nel passare da una visione del conflitto come elemento negativo e patologico ad una valorizzazione della spinta evolutiva che esso possiede, una volta inserito e compreso come possibile risorsa utile al cambiamento, all’interno di un più articolato processo evolutivo dell’uomo.

 

 

Nel campo della separazione coniugale abbiamo visto che l’intervento sul conflitto si realizza attraverso la Consulenza Tecnica d’Ufficio disposta dal Giudice.
Poiché sappiamo che la mediazione familiare, intesa come intervento, per essere definita tale necessita di alcune condizioni di cornice, quali la volontarietà della scelta da parte degli utenti e una collocazione in abito extragiudiziale, essa non può essere proposta in ambito peritale. Il consulente utilizza però il corpus di tecniche che appartengono al processo di mediazione, oltre che la sua funzione mediativa.
Per quanto riguarda le modalità di intervento in questo campo si rinvia nuovamente all’articolo di Mattucci e Pappalardo già citato (2001).
In questa sede voglio soltanto soffermarmi su un passaggio essenziale della Consulenza, che attiene alla funzione di controllo e alla funzione di sostegno propria del Consulente. Queste due funzioni sono inizialmente appannaggio di due professioni differenti: quella del Giudice e quella dello psicologo giuridico.
L’impianto sistemico-relazionale della Consulenza Tecnica vede questi due operatori della Giustizia in una significativa collaborazione, che ci porta a definire il Giudice come un co-mediatore del Consulente. Quest’ultimo si troverà pertanto a sviluppare la funzione di sostegno e di supporto al sistema famiglia all’interno del contesto giudiziario. Come dire che la funzione di sostegno, attivata dal conflitto coniugale che si esprime attraverso la discordia genitoriale, verrà resa più forte dal contesto di controllo in cui essa si esplica e che, anche se viene esercitata dal solo Consulente, è resa però possibile dalla presenza simbolica del magistrato.
Il rapporto tra controllo e sostegno cambia da situazione a situazione ed è collegato al consenso che i due genitori, eventualmente sostenuti dai consulenti di parte, riusciranno ad esprimere negli incontri peritali. Difatti, ad esempio, se l’intervento realizzato comincerà a dare risposte concrete e soluzioni plausibili, l’aspetto di controllo andrà gradualmente a collocarsi sullo sfondo e prevarrà nettamente la funzione di sostegno.
È questa coabitazione tra controllo e sostegno che permette al sistema Giustizia di aiutare il sistema famiglia a riprendersi la responsabilità genitoriale e la competenza di risolvere quelle questioni, quei conflitti e quelle problematiche la cui soluzione aveva invece inizialmente “trasferito” sulla Giustizia.

L’intervento sistemico-relazionale in ambito peritale
La mediazione familiare è un tipo di intervento che ha sviluppato tecniche e metodologie particolareggiate, che hanno l’intento di promuovere le negoziazioni all’interno di una coppia in via di separazione. Condizione basilare è che i due genitori “riconoscano il bisogno reciproco di coordinare azioni e idee anziché di contrapporle, per raggiungere un accordo e concordare un progetto che risulti accettabile e percorribile per le persone implicate” (Cigoli, Galimberti e Mombelli, 1988, 9). In mediazione il potere decisionale resta dunque alla coppia e il compito del mediatore è non solo quello di facilitare l’accordo, attraverso la definizione dei problemi e l’analisi delle diverse soluzioni possibili, ma anche quello di avviare la famiglia verso una nuova riorganizzazione, sottolineando che con la separazione i legami familiari non finiscono, ma necessitano di una ristrutturazione: ciò che continuerà a legare i due ex coniugi, anche dopo la separazione, è la genitorialità e l’esercizio congiunto delle funzioni genitoriali è l’auspicabile risultato di qualsiasi intervento nel campo della separazione e del divorzio.
La mediazione non risulta però proponibile a tutte le coppie che si ritrovano ad avere contrasti relativamente all’affidamento dei figli: esistono infatti coppie definite “non mediabili”, per le quali non vi è indicazione alla mediazione.
Sono coppie generalmente caratterizzate da un alto conflitto interno e da una scarsissima cooperazione e fiducia reciproca, per le quali proprio il mantenimento della lite e della discordia rappresenta spesso un incistato vincolo reciproco, che impedisce ad entrambi la separazione emotiva. Oppure si tratta di genitori che mirano ad escludere l’altro e l’altra stirpe dalla vita dei figli; oppure ancora sono coppie in cui il conflitto ha determinato il disinteresse pressoché totale di uno dei due genitori nei confronti dei minori.
In tutti questi casi la coppia non trova in sé le risorse per riuscire a traghettare la genitorialità al di là della rottura coniugale e la forte discordia, che mina pesantemente la condivisione della genitorialità, finisce per rappresentare un forte, fortissimo rischio di danno anche e soprattutto per i minori, che non possono godere di un ambiente familiare che sia in grado di supportare e sostenere la loro crescita psicologica in modo congruo ed adeguato.
Come ricordano Cigoli e Pappalardo (1997), “di fronte al divorzio le relazioni familiari vivono un vero e proprio travaglio da cui sia i genitori, sia i figli, possono uscire con il sentimento di un dolore trattato, di un lavoro compiuto e con il rilancio della speranza nella relazione, oppure con il sentimento di un dolore cieco, di un’ingiustizia profonda subita e di una disperazione sostanziale nella relazione” (pag. 6). È oramai noto che il “buon” esito di un divorzio dipende dalle modalità con cui gli ex coniugi e le famiglie d’origine trattano la storia coniugale e la sua fine e dalla modalità con cui, mentalmente, ciascun figlio tratta la rottura matrimoniale dei genitori.
Delle coppie che si separano, una parte riesce a risolvere con le proprie risorse le problematiche legate al “lutto del divorzio” (Emery, 1994), un’altra parte riesce ad accedere ad interventi di mediazione e il restante numero, quelle a più alta conflittualità, arriva alla Giustizia, delegando al Giudice, e per mano sua agli esperti, la necessaria ristrutturazione delle relazioni familiari post-separazione.
Questo è naturalmente il campo di applicazione del Consulente Tecnico, in quanto sono proprio quelle situazioni che abbiamo definito “non mediabili” che giungono alla Giustizia con una richiesta di Consulenza Tecnica, estroflettendo sul sociale, nello specifico sugli organi giuridici, un problema relativo allo scambio generazionale, che non sono in grado di affrontare con le proprie energie. Attraverso un processo di transfert sulla Giustizia la famiglia inconsapevolmente demanda dunque ad un terzo, il Giudice, la risoluzione di un conflitto che altrimenti non troverebbe possibilità di superamento (Cigoli e Pappalardo, 1997).
La Consulenza Tecnica ad orientamento sistemico-relazionale ha lo scopo di “utilizzare in senso clinico il contesto consulenziale supportando il lavoro delicato e difficile del Giudice, così come di sostenere, anche nelle situazioni di grave discordia tra ex coniugi o di abbandono del campo da parte di uno di loro, l’esercizio delle funzioni genitoriali, perché lì, come ben evidenzia l’etimo, si gioca il dilemma generatività-degeneratività” (Cigoli e Pappalardo, 1997, 8).
Attraverso l’incontro con gli ex coniugi, i loro figli e le loro famiglie d’origine, il Consulente Tecnico che lavora secondo un ottica sistemico-relazionale ricerca i temi narrativi e i nuclei affettivi, ricostruisce la storia familiare e analizza la presenza di risorse e aree di rischio, in modo da ricreare il senso complessivo e plausibile della vicenda familiare e da valutare il rapporto tra risorse e pericoli generazionali.
In sintesi, la Consulenza Tecnica ad orientamento sistemico-relazionale “sposta l’attenzione dalla diagnosi di personalità e dalla ricerca di disturbi psicopatologici nei genitori e nei figli, alla considerazione di ciò che accade, nel qui ed ora, nella relazione tra le persone che compongono la famiglia, senza però negare che ci si trova in un contesto di lite e di conflitto” (Mattucci e Pappalardo, 2001).

L’intervento del Consulente Tecnico di Parte secondo l’ottica sistemico relazionale
I criteri guida della Consulenza Tecnica esposti nel precedente capitolo sono sostanzialmente gli stessi sia che si tratti di una Consulenza d’Ufficio, sia che si tratti di una Consulenza di Parte.
Vorrei però sottolineare una differenza: la Consulenza Tecnica d’Ufficio “lega il consulente sia al Giudice, sia alla storia familiare, mentre la Consulenza di Parte lega il consulente alla storia familiare e, in specifico, allo scambio generazionale” (Cigoli e Pappalardo, 1997). Il Consulente di parte si trova infatti a dover far fronte ad un doppio ordine di problematiche: innanzitutto, quelle relative al rapporto con il suo assistito, che attengono alla necessità di dare un senso e uno spazio ai nodi affettivi e ai dolori individuali, di fargli comprendere le motivazioni e i dolori dell’altro, di fornirgli una chiave di lettura delle dinamiche familiari nel loro complesso e di fargli “accettare” la positività insita nell’uscire da un’insana ottica di contrapposizione all’ex coniuge per raggiungere una più auspicabile collaborazione con l’altro genitore dei propri figli. In secondo luogo, quelle relative al rapporto con le altre figure professionali, nella fattispecie il legale, il Consulente d’Ufficio e il Consulente di controparte.
Purtroppo, alcuni legali inseguono la lite e la discordia e lavorano secondo un’ottica di vinti e vincitori, all’interno della quale viene spesso persa di vista la salvaguardia della condivisione della genitorialità per puntare invece al maggior vantaggio possibile per il proprio cliente, contro l’altra parte.
Purtroppo, alcuni Consulenti d’Ufficio organizzano la Consulenza secondo una chiave di lettura meramente diagnostica, focalizzando l’attenzione sulle modalità attuali di espressione del conflitto e tendendo ad individuare interventi finalizzati unicamente a “sollevare” il minore del peso psicologico della separazione coniugale, partendo generalmente da un inquadramento diagnostico dei genitori e commettendo spesso l’errore di “patologizzare” in tutti i casi il dolore comunque relativo alla separazione (de Bernart, 1998).
Purtroppo, alcuni Consulenti di parte sono come il “braccio armato” del legale e aderiscono e si invischiano negli “interessi della parte”, portando nella consulenza quella volontà di sconfiggere l’altro che danneggia il lavoro congiunto e risulta tutt’altro che protettiva della funzione genitoriale e del legame generazionale, impedendo di fatto che emergano e vengano valorizzate le risorse possibili presenti in famiglia.
Come non sostenere la necessità, per il Consulente di parte, di utilizzare la propria funzione mediativa e le tecniche di mediazione per far fronte ai molteplici “fuochi” a cui è sottoposto? Egli, d’altra parte, non può nemmeno godere della stessa “autorità” del Consulente d’Ufficio, come emanazione diretta del potere del Giudice!
Se è vero, come sostengono Cigoli e Pappalardo (1997), che “la Consulenza Tecnica d’Ufficio si situa in uno spazio ambiguo sospesa com’è tra un contesto di giudizio-valutazione e un contesto di aiuto rivolto sia al Giudice, sia alla famiglia affinché quest’ultima possa affrontare l’ostacolo di procedere al di là della fine della coniugalità o della convivenza sapendo di porre in salvo nello scambio tra le generazioni l’esercizio delle funzioni genitoriali” (pag. 17), in quale spazio ameno dovrebbe trovarsi il Consulente di parte?
Egli ha, come già posto in rilievo, quattro interlocutori.
Primo fra tutti il legale. È quasi d’obbligo fare un colloquio significativo con l’Avvocato a cui si fa riferimento prima che con il proprio assistito, allo scopo di ben definire, insieme a lui, l’ambito di lavoro, che è quello di tutelare il minore attraverso una tutela della genitorialità. Spesso la capacità di mediare è messa alla prova sin da questi primi contatti: si deve infatti mediare tra le richieste del legale, a volte poste in un ottica di “contrapposizione all’avversario”, e gli obiettivi propri della nostra funzione, che dovrebbero essere vicini alla cooperazione e al compromesso.
Secondo interlocutore è, naturalmente, il Consulente d’Ufficio. Anche con questi è necessario stabilire una collaborazione e mediare sugli obiettivi e sui risultati della Consulenza Tecnica. A volte è possibile, nonché auspicabile, incontrare un Consulente d’Ufficio che ha la nostra stessa formazione o che, comunque, presta un’attenzione particolare alle dinamiche familiari e ciò, indubbiamente, rende il lavoro più facile, in quanto si condivide lo stesso progetto. Altre volte però si incontrano Consulenti d’Ufficio che hanno come obiettivo l’inquadramento diagnostico dei genitori e dei minori e che si soffermano maggiormente sulle modalità attraverso cui il conflitto si è ultimamente manifestato e continua a manifestarsi, tralasciando di ricostruire la storia della coppia e la storia familiare delle persone in conflitto. In questi casi il compito del Consulente di parte è assai più arduo, perché deve trovare il modo di introdurre nei lavori peritali quelle tematiche familiari abitualmente tralasciate, in una forma che sia il più possibile rispettosa della professionalità altrui.
Compito del Consulente di parte è, infatti, far sì che il conflitto tra le parti si riduca di intensità e per fare questo deve alle volte mediare anche con se stesso e con le proprie posizioni per evitare amplificazioni del conflitto stesso, addirittura all’interno dello staff di periti.
Altro compito del Consulente di parte è quello di funzionare da tramite tra Consulente d’Ufficio e cliente, comunicando a questi le decisioni del primo e presentando al primo le istanze del secondo. Chiaro è che, nel caso in cui tali decisioni siano condivise, il lavorò sarà di sostegno a quanto espresso dal CTU, qualora invece le conclusioni a cui quest’ultimo è giunto non siano totalmente condivisibili, si dovrà integrare ed ampliare quanto disposto dal Consulente d’Ufficio, arricchendolo di una lettura sistemico-relazionale che tenga conto anche della storia dell’individuo.
Un buon Consulente di parte dovrebbe riuscire a mediare tra le varie posizioni che contraddistinguono gli attori del conflitto e i professionisti che di questo si stanno occupando, facendo in modo che si crei un clima di fiducia sia nei propri confronti sia, se possibile, anche nei confronti dell’intero sistema peritale, cosa che permetterebbe al Consulente d’Ufficio di spostare la sua attenzione prevalentemente sulla funzione di sostegno piuttosto che su quella di controllo.
Il problema che si pone è: come riuscire ad agevolare un cambiamento in un contesto non terapeutico, nel quale la funzione istituzionale è quella del controllo? In contesti come quello della Consulenza Tecnica vi è la necessità che si compenetrino funzione di controllo e funzione di sostegno (Mazzei, 1995) ed “è chiaro che se non subentra una fiducia crescente e la riappropriazione della responsabilità da parte dei genitori, le eventuali soluzioni saranno fittizie (…) Se, viceversa, l’intervento comincerà a dare risposte concrete e soluzioni plausibili, l’aspetto del controllo andrà gradualmente a collocarsi sullo sfondo e prevarrà nettamente la funzione di sostegno” (Mattucci e Pappalardo, 2001). L’importanza di questo passaggio viene ribadita da Busso (1998) a proposito della Mediazione, ma a mio parere è estendibile anche a vantaggio della Consulenza Tecnica: “nel contesto terapeutico la responsabilità del successo è principalmente dell’esperto, nel contesto di crescita e di apprendimento le responsabilità sono distinte: all’esperto compete l’onere delle proposte, al cliente l’onere delle obiezioni e della realizzazione del progetto” (pag. 20).
Terzo interlocutore per il Consulente di parte è, naturalmente, il suo assistito. Nel colloquio preliminare con lui il Consulente contratta gli obiettivi del lavoro e ribadisce la finalità di protezione dell’esercizio genitoriale che gli compete, tanto quanto dovrebbe già essere avvenuto con il legale. Generalmente, il cliente arriva portando un’ottica antagonistica, richiedendo all’esperto, più o meno apertamente, un aiuto per riuscire a dare scacco matto all’ex coniuge, ottenendo il più possibile dalla separazione, in termini non solo economici (aspetto generalmente non preso in considerazione dai Consulenti Tecnici d’Ufficio) ma anche di rapporto con i figli.
Compito del Consulente di parte è proprio quello di spostare l’attenzione del cliente dalla rivendicazione dei propri interessi e diritti, in qualità di ex coniuge arrabbiato, alla salute dei minori, in qualità di genitore preoccupato. Colui che si presenterà di fronte al Consulente d’Ufficio nel corso dei lavori peritali non dovrà infatti essere il marito (o la moglie) ancora in lotta e in contrapposizione all’altro, ma dovrà essere il padre (o la madre) preoccupato degli effetti negativi che il clima di discordia che caratterizza la separazione sta avendo sui suoi figli.
Ricordo, a questo proposito, quanto già evidenziato in precedenza: accedono alla via giudiziaria quelle coppie che non sono riuscite a trovare al loro interno lo spazio e le risorse necessari a dare risoluzione ad un conflitto di considerevole intensità e che, per tale motivo, non raggiungono i criteri per essere definite “mediabili”. Dire questo non significa assolutamente sostenere che si tratta di coppie disinteressate al benessere dei minori: la delega alla Giustizia è altresì inconsapevolmente motivata proprio dalla percezione di non sentirsi (e/o non sentire l’altro) un genitore adeguato ad aiutare i propri figli nel crescere, superando il momento di crisi. Come dire che la preoccupazione nei loro confronti ha raggiunto livelli e caratteristiche tali da non poter trovare risposta e conforto, se non ad alti ed “autorevoli” livelli (il Giudice, i professionisti).
Ciò significa che il Consulente di parte, ancor più del Consulente d’Ufficio, si troverà nella difficile posizione di chi deve raccogliere sia un’inconsapevole richiesta di aiuto a livello di una genitorialità sbigottita sia, contemporaneamente, una fin troppo consapevole richiesta di attacco e sconfitta dell’altro a livello di una coniugalità ferita e delusa, che chiede giustizia. Proprio per questo motivo il Consulente di parte corre il rischio di essere parte attiva in quello che Cigoli e Pappalardo (1997) chiamano transfert di superficie, finendo per amplificare i meccanismi di divisione all’interno della coppia genitoriale e tentando di convincere il Giudice delle ragioni esclusive del proprio assistito.
Quanto più trovano spazio, in sede peritale, i temi relativi alla storia personale, di coppia e familiare degli ex coniugi, tanto meno sarà il Consulente di parte a doverli trattare nel rapporto duale, funzionando per il suo cliente da agente propulsore di comprensione e accettazione dei propri dolori e delle ragioni dell’altro. A questo proposito, mi sento di sostenere che la maggiore difficoltà, soprattutto se egli è un esperto in terapia, sta nel riuscire a mediare tra il bisogno del cliente di sciogliere fino in fondo i propri nodi problematici nel rapporto inter e intrapersonale e la funzione di counseling non terapeutico che attiene al contesto peritale. Difatti, non appena viene a crearsi, nel rapporto a due, quel clima di fiducia che ci permette di ben lavorare per modulare tra gli interessi della parte e gli interessi dei minori, spesso si crea nell’individuo anche il bisogno di approfondire certe tematiche e di ricercare l’origine di alcuni vissuti.
Chiaro è che il Consulente di parte non può dare inizio ad un processo terapeutico con il proprio cliente, almeno fintantoché è in corso il processo di valutazione peritale. Altrettanto chiaro è che il Consulente di parte non può nemmeno delegare ad altri il trattamento del proprio cliente, nella misura in cui non è proficuo l’inserimento di un’ulteriore figura professionale in un momento così difficile e delicato: il Consulente di parte dovrà allora riuscire a trovare il giusto ed equilibrato modo per fornire all’individuo l’aiuto che chiede, senza addentrarsi troppo in pezzi di storia emotiva che lo conducano distante dalla rottura coniugale e dalla genitorialità e senza farsi invischiare nella più superficiale richiesta di compattarsi contro l’altra parte.
Il criterio di base, che deve guidare la relazione con il cliente, è e rimane quello dell’accesso, vale a dire “la disponibilità accertata nel presente delle relazioni di assicurare al figlio l’accesso all’altro genitore e, con lui, alla sua stirpe-storia” (Cigoli e Pappalardo, 1997, 9). Qualora il proprio cliente riesca ad uscire da una posizione di contrapposizione e ad abbracciare quella di collaborazione, tenendo presente che la genitorialità condivisa non può morire con la morte dell’unione maritale, il Consulente di parte saprà di aver svolto un buon lavoro e di aver rispettato gli obiettivi originariamente assunti.
Quarto interlocutore per il Consulente di parte è il Consulente di controparte. Anche qui si tratta di “fortuna”: alle volte si ha l’occasione di lavorare con professionisti attenti alle tematiche familiari e distanti dalla datata e inconcludente ottica diagnostica; altre volte, invece, ci si “imbatte” in una controparte che assume posizione rigide e che si attiene “fedelmente” alla logica antagonistica e di attacco e sconfitta dell’altro. In questo caso, fin dalle prime battute ci si potrà rendere conto delle difficoltà che si incontreranno nel proseguimento della C.T.U., nonché della buona dose di pazienza e di “arte del negoziato” che si dovrà mettere in campo al fine di ricercare la collaborazione e di prevenire, quale professionista con un retroterra e una formazione sistemico-relazionale, un’amplificazione rischiosa del conflitto, estendendolo all’intero sistema peritale.

 

 

Conclusioni

Il caso appena esposto dimostra quanto sia importante creare una rete di Centri di Mediazione Familiare diffusi sull’intero territorio dove operatori specializzati nel campo della conflittualità possano svolgere interventi volti alla sua risoluzione, piuttosto che a “tamponare” le emergenze che da essa scaturiscono.
Una rete capillare di servizi siffatti consentirebbe di ridurre efficacemente il disagio di genitori e figli, nonché di prevenire quello degli operatori sociali che attualmente si trovano a gestire i conflitti senza esservi minimamente preparati.
Difatti – come testimonia il nostro caso – se il rischio per la coppia è di vedere ulteriormente amplificato il livello di conflittualità preesistente, quello per l’operatore è di venire strumentalizzato alla stessa stregua dei figli.
Si rende pertanto necessario, per tutelare famiglie e operatori, che siano chiamate ad intervenire sul conflitto familiare figure professionali con una formazione specifica. Questa, a nostro avviso, va intesa non solo come apprendimento di teorie e metodi operativi, ma anche come momento di presa di coscienza dei propri pregiudizi e miti familiari, i quali potrebbero minacciare il mantenimento di una posizione imparziale tra le parti in contesa.
Un operatore sociale, un C.T.U. un C.T.P. siffatti possono essere paragonati ad un “centro trasfusionale”,  o ad un sistema o ad un ente attrezzato cioè per incamerare, conservare e distribuire, a seconda delle necessità, verità e certezze; che etichetterà magari come strani o disturbati coloro che, pur versando in condizioni di grave malessere, non accetteranno di essere trasfusi del “siero” che risana.
Se ridefiniamo il conflitto interpersonale come scontro tra idee, convinzioni, visioni del mondo diverse, allora pensiamo al mediatore professionista come ad un operatore sociale capace di mediare tra i pregiudizi che portano le parti in conflitto, ma, prima ancora, di mediare tra i suoi pregiudizi e quelli degli altri.
Solo così difatti ci potrà essere un intervento di mediazione tra due sistemi di pregiudizi- quelli delle due parti in contesa – piuttosto che l’intervento nel conflitto di un terzo sistema di pregiudizi- quello dell’operatore – che, andandosi a scontrare con uno o entrambi, determinerà, inevitabilmente, l’inasprimento del conflitto stesso.
Non è sicuramente richiesto al mediatore, come lo è invece al terapeuta, di conoscere e utilizzare le reazioni emotive suscitate dall’incontro con l’altro. Ci appare però necessario che egli abbia almeno un buon livello di conoscenza della propria concezione del matrimonio e del divorzio, così come si è formata nel corso della propria storia personale, sulla scorta delle esperienze vissute in seno alla famiglia d’origine e a quella di nuova costituzione, nonché in base ai valori della cultura e religione di appartenenza.
Se è inevitabile che i pregiudizi intervengano, allora è necessario che questi vengano riconosciuti e utilizzati, non imposti a mò di crociata salvifica. Il rispetto che il mediatore mostrerà per i punti di vista di ciascuna delle due parti, pur non nascondendo di avere pregiudizi comuni ad una sola di loro o diversi da entrambe, sarà per le persone in conflitto un valido modello che potrà elicitare in ognuna di loro lo stesso atteggiamento rispettoso per il modo di pensare e di vivere dell’altro.

 

 

 

 

IL PROCESSO VERSO LA RICONCILIAZIONE

Carlos E. Sluzki

Il tortuoso sentiero “tra vendetta e perdono” (Minow, 1999), tra scontri a somma zero e collaborazioni a somma non-zero (Axelrod, 1984), può essere lastricato di buone intenzioni ma è in realtà pieno di innumerevoli ostacoli.
Per cominciare, tale processo di trasformazione è lento e frustrante, un ritmo che può scontrarsi con le pressanti speranze e necessità delle parti coinvolte, accrescendo così lo scambio di accuse di cattiva volontà nei confronti dell’altra parte e il fallimento del processo. Nei fatti, studi sul tempo reale stimato della ripresa socioeconomica successiva ad una guerra, indicano che questa “solitamente richiede minimo due decadi di intenso sforzo” (Kreimer et al., 2000, p.67).
In secondo luogo, mentre la minaccia di un rinnovato conflitto può essere più o meno presente in momenti differenti, il suo progresso è fortemente instabile. L’evoluzione di un conflitto è estremamente sensibile, se non dipendente, da variabili provenienti da fonti molteplici. Queste possono essere relazionali – originate dai cambiamenti nella “spirale delle prospettive reciproche” (Laing, Phillipson and Lee, 1966) delle parti, nei termini della percezione che ciascuno ha dell’altro, percezione dell’altrui percezione di queste, eccetera. Possono essere variabili derivate da fenomeni contestuali – fattori sopra- o extra-relazionali, siano essi “atti divini”, come un periodo di siccità nella regione, o il fallimento economico di un potenziale alleato (o, in una coppia in conflitto, la malattia di uno dei figli)1. Possono dipendere da vicissitudini interne alle parti, come il bisogno di un dato governo di galvanizzare l’opinione pubblica in modo da distrarre la popolazione dalle incongruenze interne – ne è un esempio il progetto “out-of-the-blue” della sfortunata guerra della Falkland nel 1982, ad opera della giunta militare al potere in Argentina, quando la loro popolarità era in declino, mentre l’economia del paese andava in pezzi. Terzo, la complessa natura dei sistemi umani e politici ci assicura che ci saranno alcune aree o settori specifici in cui il cambiamento, l’evoluzione e il progresso sono più praticabili che in altri, con maggiori o minori possibilità di passare da attività conflittuali ad attività basate sulla collaborazione. Ad esempio, paesi confinanti in conflitto possono essere ciò nonostante capaci di sviluppare una minima cooperazione nelle attività agricole ma non nel settore industriale (e una coppia in conflitto può essere capace di conversare in maniera civile durante la cena ma non di coinvolgersi in un tenero incontro sessuale…o viceversa).

Dallo scontro all’integrazione: una sequenza di stadi
Una quarta, forse meno discussa se non riconosciuta, variabile è che il cammino dal conflitto aperto alla collaborazione costruttiva, piuttosto che costituire un tranquillo continuum, è caratterizzato da un insieme di distinti passi intermedi, o stadi, o stazioni. Questi stadi costituiscono una progressione o sequenza evolutiva (sebbene, come menzionato precedentemente, in ogni momento, in qualsiasi scenario complesso, ci possano essere espressioni di stadi differenti). Ogni stadio descrive – o è caratteristico di – uno specifico periodo di una data relazione entro il processo, e quindi misura l’andamento del processo di cambiamento. Dovrebbe anche essere sottolineato che molti di quelli che nella sequenza evolutiva costituiscono passi intermedi, possono divenire, comunque, un traguardo auspicabile entro il processo, e perfino il termine del percorso.
I tratti specifici che caratterizzano ciascuna di queste configurazioni sono, naturalmente, dipendenti da come si considera la natura della relazione (stiamo parlando di coppie maritali in conflitto, di vertenze sulla gestione del lavoro, di escalation inter-etnica, di due paesi in guerra?). Dipendono anche dalla natura del conflitto (riguarda responsabilità reciproche, il controllo del territorio, salvare la faccia, questioni finanziarie?), così come dalle innumerevoli variabili contestuali, siano esse culturali o circostanziali.
Quando analizziamo le difficoltà di questo percorso, la transizione tra due qualunque di questi passi appare talvolta disgiunta e talvolta tormentosamente complessa. Un acuto esempio di questa asserzione può essere rinvenuto nell’accurato resoconto, fatto dall’interno, dell’irlandese”Good Friday Agreement”, che George Mitchell ha contribuito a definire (Mitchell, 1999).
Inoltre, due passi avanti sono talvolta seguiti da uno – o più – passi indietro. Comunque, il semplice fatto che la progressione verso la collaborazione costruttiva abbia luogo un passo alla volta e con un ordine o sequenza prevedibile, indica che siamo in presenza di un processo normativo.
Questa presentazione mira a specificare la sequenza di passi distinti, o posizioni, che caratterizzano il lungo cammino da un estremo, il conflitto aperto, all’altro, la piena integrazione, e ad esplorare alcuni dei tratti più salienti di ciascuno di questi stadi. Mentre ognuno di questi stadi è stato abbondantemente descritto fino al punto di divenire conoscenza comune, quello che viene qui proposto come lente è un modello evolutivo che, in virtù della sua natura sequenziale, possa costituire la cornice per il progetto di interventi e processi valutativi. Può inoltre costituire la cornice per comprendere i fallimenti nei processi di riconciliazione: aggirare alcuni di questi passi, nella pianificazione e realizzazione dei processi di pacificazione e riconciliazione, può diminuire la probabilità di successo.
Segue la sequenza di stadi:

  1. Conflitto: questo stato implica un coinvolgimento attivo in ostilità tese a danneggiare la vita, le possibilità di sussistenza o il benessere dell’altra parte. Ogni parte presume e attribuisce intenti cattivi a qualsiasi azione dell’altra. I principi base per stabilire o mantenere un dialogo sono infranti, e la comunicazione è talvolta realizzata in maniera incerta, tramite i buoni uffici di una terza parte “neutrale”. La narrazione che domina e si ancora a questo stadio – che domina i discorsi di ciascuna parte, così come i loro portavoce o i media che controllano – può essere riassunta nell’affermazione che “L’ostilità è l’unica strada”. I correlati emozionali che dominano i partecipanti sono: esaltazione – il potenziamento dello scontro -, disprezzo – una percezione denigratoria dell’altro contendente -, e ostilità. Le regole della partecipazione a questo stadio sono precisamente quelle di un gioco a somma-zero: “La tua perdita è il mio guadagno”.
  1. Coesistenza: sebbene le parti coesistano senza atti aperti di violenza – talvolta fianco a fianco come due paesi confinanti, o famiglie vicine, in una disputa violenta, talvolta a distanza, come una coppia in cui la donna si ripara in un rifugio, in seguito ad un abuso fisico da parte del marito – questo stadio rimane dominato da comportamenti che denotano una presunzione di cattive intenzioni per ogni azione dell’altro. Un esempio recente di tale presunzione riferita all’azione è rappresentato dalle fasi di escalation e de-escalation dell’allarmante scontro tra India e Pakistan per la contesa sul territorio del Kashmir nel giugno 2002, durante il quale si esprimeva l’interpretazione negativa e l’aperta sfiducia circa ciò che altrimenti poteva essere visto come un gesto di conciliazione manifestato da entrambe le parti. La messa in atto dell’ostilità è solo ridotta dalla presenza di una “zona neutrale”, vera o virtuale, fortemente messa sotto pressione, pattugliata o controllata da una potente parte indipendente (come la diplomazia del bastone e della carota messa in atto dagli Stati Uniti per ridurre il rischio di conflagrazione tra India e Pakistan nel 2002, o gli attuali contingenti delle Nazioni Unite a Timor Est o in Kossovo, o un’attiva separazione fisica o la presenza di un terzo membro familiare nel caso di conflitto maritale potenzialmente violento; ciascuno di questi è un esempio di funzioni di mantenimento di pace (Ury, 1999). La narrazione dominante in questo stadio sono le variazione del motto “Noi siamo pronti ad atti ostili, qualora fossero richiesti”. Le emozioni dominanti che sostengono e sono sostenute da questo stadio sono il risentimento – un risentimento caratterizzato dalla ruminazione ripetitiva di vittimizzazioni passate e di vecchi e nuovi rancori -, rabbia – mantenuta viva da quelle ruminazioni e, in uno scenario appropriato, dai media -, e la sfiducia nell’altra parte. Le regole dello scontro tra le parti continuano a seguire i principi di un gioco a somma-zero.
  2. Collaborazione: sebbene permanga come sfondo la presunzione di intenzioni negative, lo scenario cambia quando hanno inizio alcune azioni in comune, alcune collaborazioni come la coltivazione condivisa di territori di frontiera confinanti, o la ricostruzione di un ponte, o il ristabilire una strada lungo una linea di frontiera, o anche la condivisione di un fiume, quando donne provenienti dalle due parti lavano i panni, ciascun gruppo usando il margine opposto. La presenza esterna e regolatrice della terza parte diventa meno visibile, e il suo ruolo può divenire quello di testimoniare o verificare il processo, e occasionalmente comportarsi come un governatore cibernetico, per ridurre le deviazioni dai parametri dell’accordo esistente. Il proclama di avvertimento che sottolinea la narrazione che domina questo stadio recita: “L’ostilità è una possibilità cui ricorrere”, e un’ambivalenza più tranquilla comincia a ridurre le nuvole della sfiducia quale emozione dominante. Alcune regole caratteristiche dei giochi a somma-non-zero, possono iniziare ad essere osservate nel processo tra le parti – questo è lo stadio in cui il primo sentore di una società civile (ri) appare.
  3. Cooperazione: lo sviluppo di alcune pianificazioni di attività comuni (co-operazione), come il progetto di una diga per facilitare l’irrigazione in entrambi i territori, è accompagnato dal passaggio dall’assunzione dominante verso l’attribuzione di intenti neutrali all’altro (“Loro possono non essere nostri amici, ma non si comportano come nostri nemici. Anche se fanno i loro interessi, questi interessi coincidono con i nostri”). La presenza di una barriera esterna non è più necessaria, e quelle forze vengono avvertite come un ricordo quasi imbarazzante delle passate ostilità – in questo stadio agenzie di soccorso e emergenza, come UNHCR e WFP, completano il loro ritiro dal campo, venendo rimpiazzate dall’auto-aiuto. Infatti il motto soggiacente la narrazione in questo stadio sembra evolvere verso “L’ostilità potrebbe essere uno svantaggio maggiore… per entrambi. La pace è desiderabile”. Il campo relazionale muove verso l’adozione di regole a somma-non-zero di associazione, e le emozioni dominanti sembrano passare dall’ambivalenza alla possibilità di una cauta empatia.
  4. Interdipendenza: in questo stadio la materializzazione di obiettivi comuni oscura i sospetti residui di cattive intenzioni, le parti prendono parte a progetti comuni e azioni mirate al bene collettivo. La narrazione dominante rivela un consenso: “Noi abbiamo bisogno gli uni degli altri. L’ostilità sarebbe certamente assurda”, e la natura costruttiva della relazione è attentamente mantenuta e segnalata una e più volte, in una attiva manifestazione di rituali di ricordo a somma-non-zero. Le emozioni dominanti possono includere l’accettazione del passato e anche il perdono dei precedenti misfatti, con cauta fiducia e aperto attaccamento.

Piena integrazione: in questo stadio finale dello spettro tutte le azioni relazionali si basano su di una implicita assunzione di buone intenzioni attribuite ad ogni azione dell’altro, come su di un attivo coinvolgimento nella pianificazione e attività verso il bene comune (piena somma non zero). Inoltre ci sono strategie/sistemi di gestione del conflitto costruite entro l’infrastruttura relazionale, così che quando sorge un problema, e succede, può essere riformulato, attribuendo intenzioni positive all’altro. In più, ognuno supporta la crescita dell’altro. La narrazione è ispirata al proclama: “Noi siamo uno. L’ostilità non sarà più presa in considerazione”. Le emozioni dominanti sono quelle di solidarietà, fiducia amichevole, e forse amore. Raggiungere questo passo – cosa che capita saltuariamente nelle relazioni interpersonali e ancor più raramente nei sistemi più grandi – comporta un cambiamento di second’ordine (a livello qualitativo) nella relazione.
Come abbiamo già detto, questa sequenza di stadi è proposta come NORMATIVA, e cioè, si può prevedere che la maggior parte delle relazioni conflittuali passi attraverso queste configurazioni. Il processo può rimanere fermo a qualunque stadio, così come peggiorare verso stadi più conflittuali se non viene spinto nella direzione opposta dalle circostanze, migliori interessi, o da chi lo guida. Parimenti importante, esso è SEQUENZIALE, e cioè questi stadi tendono a non essere saltati, ma uno segue l’altro, ed ognuno contiene esperienze che, una volta consolidate, costituiscono le basi del successivo. Ad ogni modo, la “scalata“da uno stadio evolutivo al successivo è dura; il calo è frequente e può portare a cadere all’indietro verso lo stadio precedente. In aggiunta, la ricompensa evolutiva per gli sforzi attivi fatti per il raggiungimento della “cima “appare – come in una qualsiasi scalata di montagna durante l’ascesa – molto lontana. E – cosa che è più scoraggiante per molti partecipanti – non è possibile avere una vista di ampia portata finché non si sono raggiunte le vicinanze della sommità finale

Gli stadi come eigen-valori (autovalori)
È stato detto e dettagliato sopra che ciascuno stadio presenta dei tratti distintivi. Un’altra cosa che è importante sottolineare è che ognuno ha la sua propria inerzia. Più nello specifico, i sistemi complessi non evolvono in maniera lineare, ma per stadi, alternando cambiamenti qualitativi con stadi instabili-ma-stabili (ciò che von Foerster, nel 1976, chiamò eigen valori di un sistema), con processi complessi che tendono a mantenere il sistema operante entro specifiche soglie. Ad ogni modo, nessun sistema instabile-ma-stabile rimane indefinitamente in un dato stadio. Infatti, la natura instabile di qualunque processo complesso può portare a lungo termine ad aumentare le oscillazioni (quantitative), che possono oltrepassare le soglie stabilite. Quando questo accade – in accordo con la nozione di “punti di rovesciamento” di Gladwell (2000) – l’intero sistema passa ad un nuovo, qualitativamente differente, livello di equilibrio, un nuovo eigen-valore, in cui di nuovo il sistema si fonde…fino a nuove oscillazioni che di nuovo lo destabilizzeranno. Questo processo evolutivo di fluttuazioni che, ad un dato momento oltrepassano una soglia, oltre la quale nuovi livelli di base – nuovo valori, nuove regole del gioco – vengono stabiliti, è stato descritto come caratteristico di tutti i sistemi complessi in equilibrio instabile2.
Il valore del comprendere questi processi dal conflitto aperto alla riconciliazione in una prospettiva sistemica – e seguendo un’ottica di stadi instabili-stabili – sta nella possibilità di assumere che i cambiamenti qualitativi avvengano seguendo i processi instabili di un dato stadio. Inoltre, le basi dello stadio successivo possono essere poste a qualunque stadio, ma non possono essere imposte, poiché i sistemi complessi seguono queste dinamiche quantitative-qualitative. Allo stesso tempo, variabili contestuali casuali (nel senso di non prevedibili) introducono molteplici perturbazioni che incidono sui futuri processi/azioni del sistema, riducendo la precisione dei tempi con cui questi cambiamenti evolutivi si susseguono.

Confronto ed integrazione come attrattori.
Ogni estremo della sequenza proposta funziona un “potente attrattore” – i processi vicini alla loro sfera di influenza tendono ad essere tirati nella loro direzione. E, come abbiamo detto precedentemente, mentre gli stadi intermedi possono acquistare stabilità tramite pratiche regolari, questi sono comparativamente instabili. In aggiunta, la scalata verso l’interdipendenza è consumata dal tempo, e il processo è spesso vissuto dalle parti come estremamente lento e poco gratificante, diversamente dagli spostamenti verso il conflitto, che sono potenzialmente più veloci e perciò allettanti nella loro immediata gratificazione. Da ciò il pericolo di un breve giro verso il processo evolutivo e il ragionevole rischio del temuto “pendio scivoloso “.
Ad un estremo dello spettro, i fumi del conflitto hanno un effetto intossicante (“Amo l’odore del napalm al mattino. Profuma di…vittoria!”3). “La forza fa la ragione” e “La guerra è contagiosa” (Ury, 1999). Infatti, all’inizio, il conflitto
• Riafferma il Sé (“loro ci vedono, quindi esistiamo”)
• Espande il Sé (genera un senso di potenza e di legittimità)
• Crea affiliazione (promuove un senso di fratellanza: “Il fascio”)
• Da senso alla vita (crea una storia di ottimismo e protagonismo)
• Crea speranze (apre futuri alternativi)
• Promuove gli affari (genera microeconomie, mercato nero, baratto, ricostruzioni)
Tuttavia, a lungo andare, se persistente, ha effetti tossici (“L’orrore! L’orrore!”4), poiché esaurisce le risorse e promuove la disperazione, un’esperienza che annulla il processo precedente. Come osserva Mitchell (1999, p. XII), riferendosi all’opinione pubblica irlandese dopo anni di conflitto protratto, “Le persone desiderano fortemente la pace. Sono stanche della guerra, ne hanno abbastanza di ansia e paura. Continuano ad avere delle differenze, ma vogliono accordarsi attraverso un dialogo democratico “.
In alternativa, il polo dell’integrazione attrae in quanto migliora:
• prevedibilità e prospettive (la pianificazione può essere fatta con un qualche grado di certezza)
• civiltà (le regole delle relazioni interpersonali e istituzionali sono garantite dai comportamenti decretati a livello collettivo, e da agenzie che le applicano basandosi sull’accordo collettivo)
• benessere personale e relazionale (in contrasto con lo stress esaustivo che origina dalla violenza)
Se l’integrazione persiste, tuttavia, il senso di responsabilità verso la collettività, in primo piano durante la crisi, può rischiare di spostarsi sullo sfondo, a meno che una crisi esterna riattivi quel bisogno e quell’esperienza.

Alcuni commenti di chiusura sulle narrazioni
Come abbiamo brevemente indicato, ogni stadio è caratterizzato da un insieme di narrazioni, dato dalle versioni che le persone raccontano della situazione (chi è “il bravo ragazzo e il cattivo ragazzo”, chi il protagonista e l’antagonista, chi quelli con nobili o ignobili intenzioni, la motivazione più profonda e gli intenti nascosti dell’altro, eccetera).
E ciascun insieme di storie tenderà a ricostruire (per rendere più solido e ancorato) il rispettivo stadio. Quindi l’intero processo verso la riconciliazione implica – e può anche focalizzarsi centralmente su – un progressivo cambiamento delle narrazioni dominanti, da storie di vittimizzazione a storie di evoluzione e potenziamento. Questo processo di cambiamento delle narrazioni dominanti (e perciò facilitante dei cambiamenti verso stadi più sviluppati) è difficile, perché le narrazioni dominanti risultano radicate nel tempo, ancorate (e ancoranti) nell’identità individuale e collettiva. Per questo motivo il passaggio attraverso i vari stadi verso la collaborazione costruttiva diventa più praticabile quando i cambiamenti vengono realizzati simultaneamente e ancorati ad azioni a livelli multipli – come nei diversi campi economico, educativo, sportivo, artistico, che contribuiscono (anche se con pesi diversi) a costruire una società civile.
Il passo successivo nello sviluppo di questo modello, può includere un’ulteriore specificazione dei tratti (“sintomi”) che caratterizzano ciascuno stadio, allo scopo di rendere possibili un’identificazione (“diagnosi”) più accurata del punto di stallo evolutivo in differenti situazioni di malessere o conflitto. Per il momento dovremo contare sulle nostre sante intuizioni per individuare con precisione, con un certo grado di approssimazione, lo stadio specifico in cui un dato processo può essersi bloccato.
Il compito di un mediatore/facilitatore/consulente consiste nel destabilizzare e trasformare la storia portata avanti dalle parti a favore di una (storia) “migliore”, e facilitare l’adozione consensuale di questa da parte di tutti i partecipanti.
Uno dei cambiamenti desiderabili nella trasformazione delle storie è il passaggio da un atteggiamento passivo ad uno attivo (da persone come recipienti impotenti di atti ricevuti da altri a persone come agenti di cambiamento). Tuttavia – e questa è la ragione per cui lo sottolineamo qui – questo cambiamento può diventare una spada a doppio taglio, in quanto la prematura assunzione di un atteggiamento attivo (cioè di persone come protagoniste attive della loro storia) entro una narrazione precedentemente caratterizzata da una vittimizzazione passiva, può spingere i partecipanti verso una vendetta violenta piuttosto che promuovere la collaborazione costruttiva (in psichiatria clinica, se la passività fisica che accompagna molte depressioni è neutralizzata con farmaci prima che sia cambiato l’umore, aumenta il rischio di suicidio!).
A questa discussione si lega un altro importante argomento: le storie vivono nello spazio interpersonale (in aggiunta allo spazio iconico dei simboli e dei rituali). Quindi l’unità minima di analisi non dovrebbe essere l’individuo ma la “rete sociale“come chiave della vita quotidiana nello spazio interpersonale – incluso ma non limitato alla famiglia, gruppi affini, organizzazioni comuni, aggregazioni legata agli stessi interessi – in cui vecchie e nuove storie circolano e vengono ricostruite, riconfermate e ancorate, o cambiate.
Inutile dire che molte reti altamente strutturate (come l’esercito, i partiti politici, i gruppi religiosi) possono essere investite di narrazioni che si auto-sostengono e che possono spingere verso il conflitto, e che può essere difficile mettere in dubbio a causa della fitta e omogenea natura della collettività.
Forse un umile obiettivo che dovrebbe soddisfarci è quello di raffinare la nostra capacità di destabilizzare le narrazioni esistenti…e sperare per il meglio. Tuttavia, alzando la posta intellettuale in gioco, la questione più stimolante che può guidarci in qualunque situazione in cui siamo impegnati come facilitatori di cambiamento è quali narrazioni che connettono – e quali pratiche che di esse fanno parte – possano essere seminate o sviluppate in accordo, così da divenire dominanti e rimpiazzare le precedenti, dando una gomitata al sistema conflittuale e facendo un passo avanti nel processo verso la riconciliazione. Se tutto va bene, la mappa qui proposta fornirà un’utile punto di orientamento per la pianificazione del percorso completo dal conflitto alla riconciliazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

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    Cortina Editore, Milano; 1997.
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