” SACRO, UOMO, FEDE ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

Redazione-  Secondo le scuole induiste, l’uomo si incarna in questa dimensione per fare esperienze. Egli, prima di incarnarsi, sceglie le esperienze che vivrà nel transito terreno con lo scopo di acquisire delle lezioni.

Ora, spesso le esperienze sono sinonimo di dolore. È significativo che nella lingua ebraica il termine “esperienza” (nissayon) si forma dalla radice N-S-H, la quale dà origine a svariati vocaboli, tra cui la forma riflessiva di “soffrire”.

È sapienza evangelica che dalla piccolezza e dalla povertà sta la vera ricchezza. La piccolezza consiste in uno sguardo umile su tutte le cose così da trarne giovamento. Anche se sono di modesta entità. È, infatti, dalla mancanza che scaturisce la felicità. Persino dal dolore può scaturire la gioia, quando il cuore è unito a Dio.

L’uomo può possedere il mondo intero ma se non ha Dio nel cuore, tutto gli è di peso, una zavorra quasi insopportabile. Il papa Paolo IV pensava che salendo al soglio pontificio avrebbe raggiunto la felicità, ma una volta eletto non la trovò, perché si accorse che in lui nulla era cambiato, era lo stesso di prima. Solo una cosa rende felice l’uomo: essere unito a Dio.

Per questo tutte le religioni – che parlano di Dio anche se lo chiamano con nomi differenti e lo evocano mediante immagini all’apparenza alternative – proclamano il loro messaggio dovunque si trovi l’uomo per offrirgli la possibilità di essere felice.

Paolo di Tarso era un giudeo assai stimato e un cittadino romano, a quei tempi Roma era il vertice del mondo, egli perseguitava i cristiani, ma incontrò Cristo sulla via di Damasco e si convertì. Tutto cambiò in lui, quello che era prima fu da Paolo stimato un ostacolo alla vera felicità, divenne per lui una perdita pur di guadagnare Cristo. Questo apostolo, eletto tale da Cristo in persona, si chiamava prima Saulo, nome importantissimo e grande, quello del primo re di Israele, poi lo cambiò in Paolo, che nella lingua latina vuol dire “piccolo”. Paolo riuscì a dire che quando era debole, allora era veramente forte.

La schietta sapienza cristiana si riconosce dalla via della piccolezza. Lo stesso Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio Padre, ma spogliò sé stesso assumendo la condizione di uomo tra gli uomini. Non disdegnò la piccolezza e ottenne la perpetua esaltazione nei secoli.

Ogni cristiano è come un granello di senape, il seme più piccolo, ma che poi cresce e diviene un albero maestoso. Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura. Il Signore ha fatto di noi un popolo regale, sacerdoti per il nostro Dio. Il cristiano già su questa terra è re, sacerdote e profeta: re perché ha il dominio sul creato mediante la vera sapienza, sacerdote perché può intercedere per gli altri mediante la preghiera, profeta perché mediante il battesimo è immagine di Cristo e quindi Dio può manifestarsi nel cristiano.

La vera sapienza non è quella del mondo ma ciò che Dio rivela agli umili cristiani. Luca 10, 21-24: “In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».“.

La vera sapienza è la croce di Cristo, mediante la quale egli ha vinto il mondo e le opere del diavolo. È la piccolezza, nella quale si manifesta nientemeno che Dio in Cristo Gesù. Il primo peccato dell’umanità, ispirato ai progenitori dal diavolo, è stato di superbia, come insegnano i Padri della Chiesa: l’uomo che vuole mettersi al posto di Dio. Cristo ha vinto le opere delle tenebre con un atto di umiltà, spogliandosi di tutto e alla fine morendo in croce in sacrificio di soave odore.

1 Corinzi 2, 6-16: “6 Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; 7 parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. 8 Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9 Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. 10 Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. 11 Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. 12 Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. 13 Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. 15 L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16 Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo”.

Spesso le persone smaniano per il successo, la carriera, il denaro, ma non si accorgono che, così facendo, stanno accrescendo il loro male. L’uomo è un essere spirituale, ha un’anima immortale rinchiusa come in una prigione, che è il corpo. La sua vera felicità non sta nei beni materiali bensì in quelli spirituali, come l’amore verso i fratelli e soprattutto verso Dio. Sentire la presenza di Dio nel proprio cuore è la ricompensa dell’essere uomini. I santi dicono che l’attività più importante deve essere la preghiera, tutto il resto ci viene dato in sovrappiù.

Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae I-II q2 a1) scriveva: “Impossibile è che la beatitudine umana consista nelle ricchezze. Le ricchezze infatti, come spiega il Filosofo Aristotele, sono di due specie: naturali e artificiali. Le ricchezze naturali sono quelle che aiutano l‘uomo a colmare le sue naturali indigenze: come i cibi, le bevande, le vesti, i mezzi di trasporto, la casa e altre cose del genere. Le ricchezze artificiali invece sono quelle che di per sé non portano giovamento alla natura – come ad es. il danaro –, ma sono state inventate dall‘industria umana per facilitare gli scambi, e formano una specie di misura comune per gli oggetti commerciabili. Ora, è evidente che la beatitudine umana non può consistere nelle ricchezze naturali. Infatti tali ricchezze sono ricercate per un altro scopo, cioè per dare sostentamento alla natura dell‘uomo, e quindi non possono essere l‘ultimo fine dell‘uomo, ma sono piuttosto ordinate esse stesse all‘uomo. Per cui in ordine di natura tutte queste cose sono al disotto dell‘uomo, e sono fatte per l‘uomo, secondo l‘espressione del Salmo [8, 7]:Tutto hai posto sotto i suoi piedi. Le ricchezze artificiali poi sono usate in vista di quelle naturali: infatti nessuno le cercherebbe se non servissero per acquistare le cose necessarie alla vita. Quindi esse meno che mai possono avere ragione di ultimo fine. Quindi è impossibile che la beatitudine, fine ultimo dell‘uomo, consista nelle ricchezze”.

Le parole latine beatus e felix, da cui deriveranno “beato” e “felice”, sono originate da una comune radice indoeuropea che significa “allattare”. È l’amore che ci rende veramente appagati nella vita, anche se le cose vanno male.

I teologi, infatti, pongono una differenza, in termini tecnici, tra la felicità e la gioia (o beatitudine). In senso tecnico la felicità sussiste quando le cose all’apparenza ci vanno bene (salute, denaro, lavoro), invece la gioia o beatitudine è l’appagamento profondo dell’essere umano. Pertanto è possibile avere gioia anche quando manca la felicità, quando per esempio stiamo male nel fisico o abbiamo pochi soldi. Basta che il cuore sia unito a Dio come i tralci alla vite. Dante subì prove non di poco conto, persino l’esilio, la povertà, la persecuzione, ma aveva una fede incrollabile e, nel periodo buio della tempesta che lo assalì, riuscì a comporre un’opera immortale come la Divina Commedia.

Continua Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae I-II q2 a8): “Impossibile è che la beatitudine umana si trovi in un bene creato. Infatti la beatitudine è il bene perfetto che appaga totalmente il desiderio (appetito): altrimenti, se lasciasse ancora qualcosa da desiderare, non sarebbe l‘ultimo fine. Ma l‘oggetto della volontà, cioè dell‘appetito umano, è il bene universale, come quello dell‘intelletto è il vero nella sua universalità. È evidente quindi che nulla può appagare la volontà umana all‘infuori del bene preso in tutta la sua universalità. Esso però non si trova in un bene creato, ma soltanto in Dio”.

Anche coloro che hanno grandi ricchezze possono essere nella gioia, basta che non attacchino il cuore ai beni terreni. Ci sono persone dalle grandi responsabilità, che gestiscono ingenti somme di denaro, ma anche loro possono soddisfare l’autentico spirito evangelico se usano le ricchezze non per il proprio tornaconto ma per il servizio altrui. Il primo titolo del papa è Servus Servorum, Servo dei Servi.

I santi invitano i cristiani ad affidarsi alla Provvidenza di Dio, cioè a Lui che “provvede” alle nostre necessità. Ciò che all’apparenza sembra una “coincidenza” è in realtà una “Dio-incidenza”. Il caso è la maniera di operare di Dio senza farsi scoprire.

“Vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice

infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso” (2 Corinzi 6,1-2). Dio ci ama come una tenera madre e tiene al nostro bene. In ebraico la misericordia di Dio verso l’uomo è detta rachamim, un plurale che significa “viscere materne”.

Cristo è la incarnazione della misericordia di Dio, che sin dagli albori dell’umanità si manifesta nella storia ma in Cristo raggiunge il perfetto compimento. Gesù diceva: ”Il tempo è compiuto, peplērōtai o kairòs, e il Regno di Dio è giunto: convertitevi e credete nel vangelo” (Marco 1, 15). In queste poche parole l’evangelista Marco ripropone la catechesi dei primi cristiani (formata da invito alla conversione e professione di fede) ed è significativo che Marco parli del tempo compiuto, nel senso che sono finiti i momenti della promessa, adesso il Regno di Dio è giunto nella persona di Gesù Cristo. Questo vuol dire che tutti i tempi della storia sono serviti a far maturare la speranza nell’avvento definitivo del Salvatore del genere umano, che si realizza perfettamente duemila anni fa. Noi collaboriamo alla Signoria di Dio sulla storia ogni volta che testimoniamo la fede in parole e opere.

Gesù con il battesimo invita tutti a collaborare al suo Regno. La chiamata alla vita cristiana, che si realizza nel battesimo, è l’occasione di salvezza personale e comunitaria, che nella chiesa delle origini non erano viste come separate. Gesù dice: “Se qualcuno non nasce dall’alto (anōthen), non può vedere il Regno di Dio” (Giovanni 3, 3). L’avverbio greco anōthen può significare sia “dall’alto” sia “di nuovo” e in questo passo evangelico Giovanni intende entrambi i significati. Il Regno di Dio può essere visto (e quindi sperimentato, attuato) solo da colui che nel battesimo, iniziazione spirituale divina (“dall’alto”), nasce una seconda volta, alla vita cristiana (“di nuovo”).

Il battesimo di solito non è la sola condizione per salvarsi. I mistici cristiani parlano di un combattimento spirituale che il cristiano deve portare avanti ogni giorno contro la carne, il mondo e il diavolo. Tutto appartiene a Dio, Signore della storia, e tutto viene offerto al cristiano, ma Dio vuole che noi ci meritiamo tanta benevolenza e ricchezza con le nostre opere, mettendo a disposizione il nostro tempo e la nostra energia nel lavorare al Regno, come il ragazzo che condivise i suoi poveri cinque pani e due pesci, che poi Cristo moltiplicò realizzando il miracolo dello sfamare una numerosa folla nel deserto. “Il Regno dei cieli è oggetto di violenza, e i violenti se ne impadroniscono” (Matteo 11, 12). Letteralmente “i violenti saccheggiano esso”, nell’originale greco biastai arpazousin autēn. Si tratta della “violenza” necessaria al combattimento spirituale per realizzare il piano di Dio su noi stessi e sulla storia. È necessario molto impegno per affrontare l’ardua battaglia contro le seduzioni del male, i mistici consigliano di affidarsi a Maria, la Madre verginale di Cristo, che Luigi di Montfort indicava quale “via breve” per la santità, tanto l’intercessione della Madonna è efficace. Pio da Pietralcina diceva che la preghiera del Rosario alla Beata Vergine Maria è un’Arma contro gli assalti del Maligno. Luigi di Montfort diceva che il Rosario ha questi benefici:

  • Ci eleva insensibilmente alla perfetta conoscenza di Gesù Cristo.
  • Purifica le anime nostre dal peccato.
  • Ci rende vittoriosi su tutti i nostri nemici.
  • Ci facilita la pratica delle virtù.
  • Ci infiamma d’amore per Gesù.
  • Ci arricchisce di grazie e di meriti.
  • Ci fornisce i mezzi per pagare a Dio e agli uomini tutti i nostri debiti e infine ci ottiene ogni sorta di grazie.

La preghiera più efficace è la Santa Messa, che a detta di Pio da Pietralcina è il motivo per il quale Dio ancora non distrugge il mondo, nonostante i grandi peccati degli uomini, i quali per il Santo di Pietralcina sarebbero diventati oggi giorno peggiori dei diavoli. Dopo la Santa Messa, la preghiera più gradita a Dio è il Rosario, in quanto la Madonna è l’Onnipotente per grazia, alla sua intercessione Dio Onnipotente non può rifiutare nulla.

Tutto appartiene a Dio, egli ne è l’esclusivo proprietario. Nel Salmo 50 Dio dice: “Sono mie tutte le bestie della foresta, animali a migliaia sui monti. Conosco tutti gli uccelli del cielo, è mio ciò che si muove nella campagna. Se avessi fame, a te non lo direi: mio è il mondo e quanto contiene”. Egli per amore elargisce agli uomini e a tutte le creature i beni per vivere ed essere nella gioia. “Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene … nelle tue mani è la mia vita” (Salmo 15). “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (1 Corinzi 4,7).

In un interessante testo di Qumran, i Canti dell’Olocausto del Sabato, viene celebrato il Regno di Dio. Si tratta di tredici canti che rappresentano il rituale della liturgia del sabato degli angeli in cielo (nel corso del primo quarto dell’anno solare qumranico) alla quale partecipa contestualmente il sacerdozio qumranico in terra. I canti esortano alla lode e rendono lode a Dio mettendo al centro il suo Regno. Si tratta dello scritto giudaico precristiano in assoluto più antico che si occupi di Regno di Dio. Dio è definito quale Re dei Re, mlk mlkjm. Però, mentre nella Bibbia ebraica il Regno di Dio è sia in cielo sia sulla terra, negli scritti di Qumran esso è circoscritto solo alla corte celeste, i “cieli del Regno della sua gloria”, šmj mlkwt kbwdkh.

Gesù è Dio incarnato in terra, la Seconda Persona della Trinità, assieme al Padre e allo Spirito Santo. La divinità di Cristo è affermata in tutto il Nuovo Testamento, dove Cristo è detto Figlio di Dio. In Daniele 7, 13 uno simile a un Figlio d’uomo (nell’originale aramaico bar enash, equivalente all’ebraico ben adam, espressione con la quale in Ezechiele si chiama il profeta e significa semplicemente “uomo”) viene presentato all’Antico di Giorni (in aramaico chatyq yomyn, che la CEI traduce con Vegliardo), che è Dio. Gli esegeti notano come il Figlio d’uomo, essendo posto al cospetto di Dio, abbia pari dignità. E Gesù applica su di sé la profezia di Daniele definendosi nei vangeli Figlio dell’uomo (in greco o uios tou anthrōpou), quindi come Dio. Dio da Dio, Luce da Luce, diciamo ogni domenica nel Credo.

Dio incarnato in terra ha portato la salvezza, cioè la definitiva vittoria sulla morte. Gesù è il Salvatore del mondo. È questa la Buona Novella costituita dal vangelo. Prima si credeva che i defunti andassero nello sheol, una sorta di inferno, invece con Cristo sono state aperte le porte del paradiso. Quindi il cristiano che muore rinasce a nuova vita, quella del Cielo. È una concezione analoga a quella egiziana. Nel Racconto del naufrago, un testo egiziano che rappresenta il racconto più antico del quale si abbia notizia, datato attorno al 2000-1900 a.C, è scritto: “E ringiovanirai dentro la tua tomba”, che nell’originale egiziano suona rnpy=k m-Xnw qrs.t=k. Solo Dio ha il potere sulla vita e sulla morte e può donare una nuova vita.

Mentre Cristo sta procedendo verso Gerusalemme, sale su un alto monte e si trasfigura, manifestando la sua gloria divina. La Trasfigurazione è presenta in tutti e tre i vangeli sinottici (Matteo, Marco, Luca). Ecco il testo di Matteo (17, 1-9): “Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2 E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4 Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia. 5 Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo. 6 All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7 Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: Alzatevi e non temete. 8 Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo. 9 E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.

Il luogo santo sul quale avviene la Trasfigurazione non viene riportato, ma due montagne vengono indicate dalla tradizione, il monte Hermon, famoso per le sue nevi, infatti è quello più alto della Terra Santa, e il monte Tabor. Nel Salmo 89, 13 sono associati e se ne canta la bellezza: “Il Settentrione e il Mezzogiorno tu li hai creati, il Tabor e l’Hermon cantano il tuo nome”. La tradizione più accreditata è quella che indica il Tabor come il luogo della Trasfigurazione, ma Eusebio di Cesarea nel IV secolo è indeciso.

Il nome Tabor è oggetto di discussione. La prima etimologia, seguita anche da Girolamo del IV secolo, lo associa alla “luce che viene”, veniens lumen (‘or, “luce” in ebraico). In ebraico e nelle altre lingue semitiche la radice tabar significa anche monte, quindi il Tabor è il monte per eccellenza. Invece la terza proposta è legata all’ebraico tabur, ombelico, perché il Tabor era visto prima di Cristo come un axis mundi, un monte sacro, ci sono vari culti.

Matteo e Marco lo chiamano “alto monte”, infatti esso sorge con imponenza da una pianura: in realtà è un colle, alto solo 588 metri, ma viene visto chiaramente da più luoghi della Palestina, appare più alto delle altre cime anche se non è così prominente.

Il libro dei Giudici al capitolo 4, 6 racconta che Debora va a chiamare Barak e gli dice: “Sappi che il Signore, Dio di Israele, ti dà quest’ordine: Va’, marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila figli di Neftali e figli di Zabulon”, quindi è un monte santo già nell’Antico testamento perché si racconta il fatto straordinario della vittoria del piccolo esercito di Israele contro un re di Canaan, con un esercito ben più potente.

Geremia 46, 18 scrive un testo che la tradizione applicherà al Messia: “Verrà uno simile al Tabor tra le montagne”. Nei Padri della Chiesa, a partire da Origene, il Tabor viene indicato come il monte della Trasfigurazione.

Uno dei più antichi pellegrini di cui abbiamo un resoconto, l’Anonimo di Piacenza, nel 570 scrive di essersi recato sul Tabor e di aver visto tre basiliche, perché Pietro voleva fare lì tre tende. Sono state fatte svariate scoperte archeologiche, le prime risalgono al 1854, i resti più antichi risalgono all’epoca bizantina, IV-V secolo, quindi i cristiani veneravano questo luogo come il monte della Trasfigurazione.

Per la datazione della Trasfigurazione, vari studiosi, tra cui Harald Riesenfeld, che ha scritto un saggio intitolato Gesù Trasfigurato, notano alcuni dettagli evangelici (quelli della nube luminosa, del coprire con la sua ombra, delle vesti bianche, delle tende) che rimandano a una delle feste ebraiche più importanti ai tempi di Cristo, quella di Sukkot. Durante questa festa gli ebrei devono ancora oggi costruire una tenda e dimorarvi durante sette giorni: la festa commemora il fatto che gli ebrei sono stati pellegrini nel deserto e vivevano nelle tende e anche che Dio dimorava nella tenda della riunione, sotto la nube di Gloria divina che accompagnava il popolo: Mosè entrava nella tenda e parlava con Dio faccia a faccia. Era una festa associata al Messia e al suo giorno, l’ultimo giorno (escatologico) nel quale verrà il Messia: infatti nell’Apocalisse, al capitolo 7, questo evento è visto come una grande festa di Sukkot, in cui apparirà una moltitudine immensa di giusti dalle bianche vesti su cui il Signore stenderà la sua tenda, sono coloro che verranno dalla grande tribolazione e renderanno candide le loro vesti intingendole nel sangue dell’Agnello. È da notare il dettaglio del colore delle vesti, una tonalità tipica della festa di Sukkot.

Il testo evangelico si apre con la espressione “sei giorni dopo”. Questo intervallo di tempo è importante perché c’è soltanto un lasso di sei giorni nelle feste ebraiche, cioè quello tra Yom Kippur (il Giorno della Espiazione) e Sukkot: quindi la Trasfigurazione sarebbe avvenuta sei giorni dopo lo Yom Kippur, che coincide con l’inizio della Sukkot.

Invece Luca parla di otto giorni, ma questo dato non contraddice la tesi per la quale la Trasfigurazione sarebbe avvenuta nella festa di Sukkot, in quanto la festività durava sette giorni, quindi stiamo ancora durante i giorni della celebrazione. Luca, parlando di otto giorni, è come se sottolineasse il giorno escatologico, per l’appunto l’Ottavo, quello dopo il riposo del Sabato (settimo giorno), quindi il giorno perfetto, come se sul monte i discepoli assieme a Cristo avessero sperimentato il momento della gloria futura.

Secondo gli esegeti, Cristo si Trasfigura non solo perché è il Messia che apre il giorno di gloria ma perché è altresì Dio stesso con il quale Mosè parlava nella tenda della riunione durante la traversata del deserto.

Il cristianesimo annuncia che Dio si è fatto uomo. Giovanni 1, 14: “E il Verbo si è fatto carne (sarx egeneto) e ha posto la tenda (eskēnōsen, da skēnē, “tenda”) tra di noi e vedemmo la sua gloria”. Nella povertà della condizione umana, e nella croce che ne segue, sta la cifra più autentica del cristianesimo. Il cristiano, alter Christus a detta di Tertulliano, deve imitare Gesù nella spoliazione in vista dell’incontro definitivo con Dio.

Cristo è morto in croce per espiare i nostri peccati in sacrificio perfetto a Dio Padre, sostituendosi all’agnello sacrificale delle celebrazioni ebraiche. La Messa è il memoriale (zikkaron) della morte riparatrice di Cristo che si rinnova ogni volta sull’altare di una chiesa in maniera non cruenta. Nel pane e nel vino eucaristici vi è la presenza vera e reale del corpo e del sangue di Cristo. Il vero cristiano deve associarsi al sacrificio di Cristo partecipando con le proprie sofferenze.

Nei primi tempi del cristianesimo i cristiani ricercavano spontaneamente il martirio per associarsi perfettamente a Cristo. Ogni cristiano è chiamato a rivivere sulla propria pelle i tormenti di Gesù, quando non con il sangue almeno con i patimenti morali e le croci quotidiane (martirio bianco).

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 49 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.

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