” IL MAESTRO DEL BRIVIDO ITALIANO: DARIO ARGENTO ” DI FEDERICO TABOURET

Redazione- Conclusi gli anni ’60 della commedia all’italiana e del cosiddetto spaghetti western, inventato dal geniale Sergio Leone, gli anni ’70 nascono all’insegna del thriller all’italiana. Il giovane Dario Argento, già giornalista del quotidiano romano “Paese sera” e cosoggettista con Bernardo Bertolucci di “C’era una volta il West” di Sergio Leone, esordisce alla regia con “L’uccello dalle piume di cristallo”.

Questa opera prima, tratta da un libro di Fredric Brown intitolato “La statua che urla”, narra le vicende di uno scrittore americano (Tony Musante) che si trova a Roma per cercare di scrivere un libro e rimane invece, dopo aver assistito all’aggressione di una giovane donna proprietaria di una galleria d’arte, tra le pericolose maglie di un feroce assassino dai guanti neri (le mani dell’assassino sono, e saranno anche negli altri film, quelle di Dario Argento). Il tutto accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone. In questo film il regista gioca con lo spettatore: infatti il protagonista non ricorda “un particolare”, un dettaglio importante per la comprensione della soluzione; anche lo spettatore ha la soluzione in tasca, ma il regista all’inizio del film ha mescolato le carte e così le cose non sono come appaiono. Già in questo film compaiono alcuni dei gustosissimi personaggi secondari ben costruiti da Argento (qui in particolare un antiquario gay ed un pittore folle, magistralmente interpretato da Mario Adorf). Da menzionare inoltre Enrico Maria Salerno nel ruolo del commissario (il ruolo sarebbe dovuto andare ad Eros Pagni, che però declinò per altri impegni – lo stesso attore vestirà poi i panni del commissario nel film “Profondo rosso”) e Reggie Nalder – ottimo caratterista austriaco – nel ruolo del sicario dal giubbotto giallo (Argento lo incontrò per caso a Roma e, riconosciutolo, gli propose di partecipare al film e, con sua grande sorpresa, Nalder accettò). Questa opera prima ebbe non poche difficoltà in fase di produzione in quanto Goffredo Lombardo, proprietario della Titanus, non era contento di come stava venendo il film e voleva affidarlo ad un altro regista, ma Dario Argento e suo padre Salvatore (che poi produsse il film) si opposero e alla fine Argento vinse. C’è inoltre da sottolineare, relativamente alla regia del film, che Dario Argento all’inizio non intendeva girarlo e fu convinto a farlo dal direttore di produzione di una pellicola che il padre stava producendo.

All’inizio del 1971 esce il secondo film del regista romano, “Il gatto a nove code”, che narra le vicende di un giornalista (James Franciscus) e un enigmista cieco (Karl Malden) che indagano sull’omicidio di un medico che lavorava in un laboratorio di ricerche scientifiche. Dopo una serie di altre morti anche loro finiranno nel mirino dell’assassino. Il film fu girato in buona parte a Torino, città molto amata dal regista e poi utilizzata per altri suoi film. Anche in questo caso ci fu una battaglia tra Goffredo Lombardo e Argento, perchè Lombardo pensava che il film non facesse paura e chiese ad Argento di modificarne il montaggio (il film era già pubblicizzato e doveva uscire a breve). Argento si rifiutò e alla fine Lombardo, rischiando di perderci molti soldi, fece uscire il film con un ritardo di un mese rispetto alla data prevista. Da ricordare che inizialmente era previsto un finale romantico, ma su suggerimento dell’amico regista Luigi Cozzi Argento lo tolse. Da menzionare per questo film il personaggio del commissario Spimi (un grande Pier Paolo Capponi, già interprete del duro film “I ragazzi del massacro” di Fernando Di Leo, tratto da un romanzo dello scrittore Giorgio Scerbanenco).

Alla fine del 1971 esce “Quattro mosche di velluto grigio”. In questo giallo, scritto dal regista insieme all’amico Luigi Cozzi e a Mario Foglietti e girato tra Torino, Roma, Milano, Spoleto e Tivoli, il protagonista (che abita nell’immaginaria via Fritz Lang, omaggio al grande regista dell’espressionismo tedesco) uccide un uomo che lo inseguiva all’inizio del film, e quindi viene ricattato da un misterioso assassino che ha assistito alla scena del crimine. Ma le cose non saranno esattamente come apparivano. Anche qui le musiche di Morricone accompagnano una storia allucinante, con vari personaggi che muoiono in maniera atroce. La soluzione del giallo arriverà alla fine, grazie ad un ciondolo che oscillando forma quattro mosche… Questo film vede la fine della collaborazione tra Argento e Morricone. Quest’ultimo infatti aveva sostituito i Deep Purple, che avevano già scritto alcuni temi musicali per la pellicola ma che dovettero abbandonare il progetto. Ma la musica scritta dal compositore non entusiasmava Argento, così i due litigarono. La cosa che sorprese i membri del set fu che la coppia protagonista del film (Michael Brandon e Mimsy Farmer) assomigliavano al regista e alla moglie, che proprio in quel periodo erano in crisi e avrebbero di lì a poco divorziato. Da segnalare qui i personaggi di Diomede (detto Dio) interpretato magistralmente da Bud Spencer e Arrosio (Jean-Pierre Marielle), un simpaticissimo investigatore privato gay.

Mentre il grande successo di Dario Argento genera una serie di thriller italiani con titoli zoonomici, il regista si dedica alla produzione di una miniserie televisiva per la Rai dal titolo “La porta sul buio”. Nel 1973 Argento firma il suo unico film di genere non giallo o horror, “Le cinque giornate”. In questa pellicola Adriano Celentano ed Enzo Cerusico sono due popolani che finiscono loro malgrado coinvolti nella rivolta milanese antiaustriaca del 1848. Il film, scritto da Argento, doveva inizialmente essere diretto da Nanni Loy ed interpretato da Ugo Tognazzi.

Nel 1975 esce il film rimasto ad oggi il più famoso ed amato di Argento. All’inizio circola il titolo “La tigre dai denti a sciabola” (ma il regista affermerà che si era trattato di uno scherzo per prendere in giro la stampa), poi su una sceneggiatura compare il titolo “Chipsiomega”. Il film uscirà alla fine al cinematografo con il titolo fortemente evocativo di “Profondo rosso”. Girata tra Torino, Roma e Perugia, quest’opera è un attentato deliberato ai nervi dello spettatore. Scritto da Argento in solitudine in una casa di campagna ormai disabitata che possedeva vicino a Roma in tre settimane, ma cosceneggiato da Bernardino Zapponi, che ebbe l’idea di rendere l’orrore “fisico” (se si spara con un revolver pochi conoscono questo dolore, ma se si immerge una persona nell’acqua bollente o la si fa sbattere sugli spigoli dei mobili, molte persone conosceranno il male che si prova). Questo film, il cui protagonista doveva essere interpretato da Lino Capolicchio (che ebbe poi un incidente in macchina e dovette rinunciare), racconta le vicende di un pianista jazz che assiste all’omicidio di una medium, sua vicina di casa, e che poi si ritrova ad inseguire un feroce assassino. Anche qui, come nel primo film, Argento gioca con il pubblico. Infatti già dal primo omicidio si vede, per un frammento di secondo (impossibile da notare…) il volto dell’assassino. Ed anche qui – come nel suo primo film – il protagonista sa di avere visto qualcosa, ma non ricorda cosa (gli dirà un amico nel corso del film: “Certe volte quello che vedi realmente e quello che immagini si mischia nella memoria come un cocktail del quale tu non riesci più a distinguere i sapori”). In questo film nasce il sodalizio musicale con i Goblin (ed uno dei suoi componenti, Fabio Pignatelli, appare brevemente in una scena). La parte jazz della colonna sonora fu scritta dal pianista Giorgio Gaslini, che poi abbandonò per contrasti con il regista. Argento contattò quindi i Pink Floyd per il resto della colonna sonora, ma il gruppo era impegnato per l’uscita dell’album “The wall”. Il regista scoprì allora questo giovane gruppo di progressive, che scrisse il tema portante del film in una sola notte nella cantina del leader Claudio Simonetti, usando anche un organo a canne. Al film partecipa Clara Calamai, vecchia diva del ventennio, che fu la prima attrice italiana a mostrare un seno nudo al cinema nel film “La cena delle beffe” di Alessandro Blasetti; la scena nella quale Gabriele Lavia rimane attaccato al gancio di un camion che lo trascina fino a quando le ruote di una macchina gli tranciano la testa, venne girata al contrario, per volere dello stesso Lavia, e poi rimontata a sua volta al contrario; la famosa villa del bambino urlante è Villa Scott a Torino, e all’epoca era in convenzione a delle suore che si occupavano di ragazze difficili, e la produzione pagò a tutte un periodo di vacanza al mare mentre il regista girava il film.

Nel 1977 esce il primo film di genere horror di Argento, “Suspiria”. Ispirato dal libro dello scrittore Thomas De Quincey “Suspiria de profundis” e da una visita alla scuola steineriana vicino a Basilea alla ricerca delle streghe e della magia (di cui Argento è sempre stato appassionato), il regista costruisce una storia girata tra Monaco di Baviera, Friburgo e la Foresta Nera che narra le vicende di una ragazza che si iscrive ad una scuola di danza e si trova a vivere una situazione allucinante, sottolineata da colori accesi e forti, come in certi film di Walt Disney. Nel film il senso del male è dato anche da alcune ambientazioni storicamente tristi, come la birreria nella quale Hitler fece il primo discorso su ciò che sarebbe stato il nazismo e la piazza (nella quale il bravissimo Flavio Bucci verrà sbranato dal suo cane) che fu usata spesso dai nazisti e dallo stesso Hitler per raduni del partito. Altra curiosità è che il bagno della prima ragazza uccisa ha le pareti con disegni del noto incisore Escher. La strega Elena Markos, che compare alla fine del film, era una donna molto vecchia (come doveva essere la strega) trovata per caso in un istituto per anziani. Invece la scuola di danza dove si svolgono gli eventi, che si trova a Friburgo, fu ricostruita in studio da una foto fatta alla facciata, in quanto l’edificio era una banca che non diede l’autorizzazione a girare il film al suo interno. Anche in questo film la musica è dei Goblin, e il tema principale fu realizzato con l’ausilio del bouzouki, un particolare mandolino che Argento sentì suonare in un viaggio in Grecia e che poi comprò per la colonna sonora del film.

Nel 1980 esce il secondo atto della cosiddetta Trilogia delle Madri, “Inferno”. Il film, che si svolge tra New York e Roma, è un indovinello o meglio, come dice Argento, “sono quaranta indovinelli concatenati. In ogni scena c’è un enigma al quale non fornisco alcuna spiegazione anche se ne conosco la risposta”. Se in “Suspiria” si parlava di stregoneria, qui invece si parla di alchimia. Lo stesso Argento dice anche che se alla base di “Suspiria” c’era in qualche modo la favola di Biancaneve, qui c’è un rimando evidente alla Bella addormentata. “Inferno” è un film molto visionario, così come lo era “Suspiria”, sostenuto da una splendida colonna sonora scritta da Keith Emerson.

Nel 1982 esce “Tenebre”. Il film, che narra le vicende di uno scrittore che si trova coinvolto in una serie di omicidi legati al suo ultimo libro intitolato “Tenebrae”, è un ritorno al thriller. In questo caso Argento non lega gli omicidi al buio della notte, ma li illumina, anche se avvengono proprio di notte. Addirittura uno di essi avviene in pieno giorno, in una piazza piena di gente. Lo stesso regista spiega questa sua scelta perché voleva dire che non solo le tenebre della notte, ma anche quelle del giorno, sono compagne del delitto e dell’orrore. Insomma, quello che racconta Argento in questo film non sono le tenebre della notte, ma quelle dell’anima. Il film nasce da un episodio accaduto al regista, che in quel periodo era stato pesantemente minacciato da un fan.

Siamo al 1985 e Dario Argento firma “Phenomena”, una favola nera interpretata dalla deliziosa Jennifer Connelly, giovane attrice americana già apparsa nel capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”. Se in “Suspiria” l’orrore avveniva in una scuola di ballo nella Foresta Nera, qui il tutto avviene in un collegio svizzero. Jennifer è coinvolta in una serie di omicidi di ragazzine. La giovane, che ama gli insetti (che infatti, alla fine del film, le verranno in soccorso per salvarla), fa amicizia con un entomologo, interpretato dallo straordinario Donald Pleasance (che viene ricordato spesso per le sue apparizioni in film thriller ed horror, in primis la saga di “Halloween”, ma che è stato un attore di grande intensità, che ha recitato tra l’altro con Polanski nel film “Cul de sac” e ne “La grande fuga” al fianco di attori quali Steve McQueen, James Coburn e Charles Bronson). Il ruolo degli insetti nella soluzione dei delitti è venuta ad Argento dopo aver letto la notizia che in America avevano scoperto l’identità di un assassino con l’aiuto degli insetti. Interessante è un effetto speciale presente nel film: uno sciame di api che assale il collegio fu ottenuto versando del caffè macinato in una grande vasca colma d’acqua. Il diffondersi della polvere di caffè nell’acqua e la successiva sovrapposizione in ralenti di questa ripresa alle immagini del collegio, simularono perfettamente l’attacco degli insetti (l’effetto speciale fu suggerito dall’amico regista Luigi Cozzi). La colonna sonora contiene tra l’altro musiche degli Iron Maiden e di Bill Wyman, ex Rolling Stones.

A questo punto la storia di Dario Argento regista cambia direzione. Dopo “Phenomena” parte del suo pubblico lo critica perché dice che i suoi film non fanno più paura e i critici, che già non erano stati teneri con lui in precedenza, cominciano a criticarlo ancora di più. Addirittura c’è chi prende a pretesto la leggenda secondo la quale Paul McCartney sarebbe morto alla fine degli anni ’60 e il suo posto sarebbe stato preso da un sosia uguale in tutto e per tutto (anche nell’essere mancino), per raccontare l’ironica storia secondo la quale Dario Argento sarebbe stato ucciso da un fan nel 1982, dopo aver diretto “Tenebre”, e il suo posto sarebbe stato preso da un sosia incapace di dirigere film all’altezza del Maestro. Il tutto con la complicità di amici e collaboratori. Credo che tutto questo sia profondamente ingiusto nei confronti di Argento. Ricordo che anche un grande regista come Hitchcock fu accusato di aver fatto brutti film ad un certo punto della sua carriera (anche qui in maniera ingiusta). Certo, Argento non ha replicato all’infinito “Profondo rosso” o “Suspiria” (e ci mancherebbe altro!). Ma secondo me “Opera” è un ottimo film, “La sindrome di Stendhal” un buon poliziesco, “Il cartaio” un film originale con un’idea interessante alla base (l’assassino che rapisce ragazze e poi gioca a carte con la polizia sul computer, con l’immagine della povera malcapitata accanto ed in palio la vita della stessa). “Non ho sonno” è un ottimo thriller, con una buona trama e alcune scene davvero belle (la prostituta che viene inseguita sul treno dall’assassino e la ballerina che viene uccisa in un angolo del teatro mentre la gente cammina avanti e indietro). Forse Argento si è semplicemente adeguato ai tempi. Fare paura non è semplice, i film di questo genere si sono moltiplicati e chi ama questi film si è abituato all’orrore. Così Dario Argento ha scritto altre storie, le ha adeguate alle varie epoche, e infatti lui stesso ha dichiarato che ogni volta che partecipa ad eventi pubblici vede nuove generazioni di spettatori e di fan. Che ogni volta cambiano e una generazione prende il posto della precedente. Una cosa è certa. Anche nei film che io stesso considero meno riusciti di Dario Argento, ci vedo sempre qualche spunto, qualche scena, qualcosa che comunque mi ricorda di assistere ad un film di un regista visionario e dotato di ottima tecnica cinematografica. Chissà, se quei film, invece dell’osannato Dario Argento, li avesse fatti un giovane regista all’opera prima, si sarebbe gridato al capolavoro.

Commenti (2)
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  • Roberto

    Peccato non avere dato spazio a un autentico gioiello incompreso: “Opera” è l’unico esempio di cinema girato in un vero teatro d’opera: Il regio di Parma diede l’ autorizzazione. Cosa mai successa prima. Spettacolare il manifesto del film, la trama che gira intorno all’opera maledetta.
    Peccato non avere citato le attrici (e che attrici) da Catherine Spaak snob e sofisticata a Daria Nicolodi musa ispiratrice e madre di Fiore e Asia ironica e leggera in profondo rosso che stempera le terribili sequenze con la commedia fino a…
    E manca un titolo anch’esso non amato: “trauma” la spedizione usa di argento.

  • Federico

    Caro Roberto, hai ragione, ma ho voluto concentrare la mia attenzione sul primo periodo argentiano. Di “Opera” ho detto che lo considero un ottimo film e di Daria Nicolodi avrei potuto scrivere molte cose (che era nipote di un compositore musicale e che sul set di “Profondo rosso” nacque la sua storia d’amore con Dario Argento), ma l’articolo era già tanto lungo…