IL BAMBINO E IL NEGOZIO DI CARAMELLE: UN RACCONTO DI ALESSANDRA DELLA QUERCIA

Redazione-  Carissimi lettori e carissime lettrici, condivido volentieri con voi l’ultimo racconto con cui sono stata selezionata nell’ambito del Concorso Letterario Nazionale “Favole e Fiabe 2024”.

Ecco, a voi, il testo, accompagnato dal mio disegno. Buona lettura!

Il bambino e il negozio di caramelle

In una tumultuosa notte invernale venne alla luce Julian, un incantevole bimbo dall’incarnato di porcellana e dagli immensi occhi parlanti. Tutti coloro che lo vedevano ne venivano immediatamente conquistati perché era irresistibile e, anche quando metteva il broncio, ispirava la più sfrenata voglia di prenderlo in braccio e di consumarlo di coccole. Inoltre, era assai curioso e scrutava con avida attenzione il mondo che lo attorniava, assorbendo come una spugna ogni umore e vibrazione. Quelle sue preziose peculiarità che lo contraddistinguevano non lo avevano abbandonato nemmeno negli anni successivi, quando era divenuto uno splendido bambino dalla folta capigliatura scura e dallo sguardo irriverente e sbarazzino. Nonostante, però, fosse un tesoro adorato da chiunque, dentro di sé si sentiva solo e malinconico: i suoi genitori erano spesso freddi e distaccati, non lo tenevano in grande considerazione e, inconsapevolmente, andavano a minare in modo deleterio la sua autostima. In molti, che non conoscevano quei dettagli fondamentali, si stupivano della indecifrabile personalità di Julian, che alternava momenti di estrema solarità ad altri di profonda cupezza, in cui pareva estraniarsi in un universo tutto suo. Si interrogavano continuamente sul motivo per cui un ragazzino così intelligente, simpatico, di bell’aspetto e dotato di altre strabilianti qualità si chiudesse improvvisamente a riccio e mostrasse un’insicurezza così radicata. La causa scatenante andava ricercata, ovviamente, nell’atteggiamento dei suoi cari che, sebbene volessero un bene dell’anima al loro figlio, erano forse troppo presi dai loro impegni e troppi distratti per porsi in reale ascolto dei suoi bisogni. A prescindere o meno dalla loro buona fede, Julian comunque risentiva parecchio di quei comportamenti e percepiva crescere, piano piano, in lui un vuoto affettivo che sarebbe andato, inevitabilmente, ad ingigantirsi se qualcuno non avesse fatto in modo di arrestare quel pericoloso processo. Avvertiva nettamente il senso di abbandono, che gli faceva maturare dei malsani dubbi su se stesso e, anziché fargli venire voglia di giocare e divertirsi, gli faceva trascorrere intere giornate in balia dell’amarezza più buia. Si riteneva sbagliato, nella sua testa si facevano largo pensieri distruttivi che lo conducevano alla conclusione di non essere, forse, meritevole di affetto, cure e premure. L’unica sua consolazione era lo sfavillante negozio di caramelle che faceva capolino nella via opposta a quella in cui abitava lui: dalla finestra della sua cameretta l’ammirava estasiato e sognante, perché lo concepiva quasi come un’altra dimensione, traboccante di dolcezza, luce, bontà e, soprattutto, calore umano. Rappresentava, quindi, per lui tutto ciò che gli mancava e che lo faceva, inevitabilmente, sentire diverso e quasi inferiore agli altri suoi coetanei che, sovente, si lamentavano invece delle eccessive attenzioni che ricevevano. Quel negozio di caramelle, così festoso e magnetico, lo attirava irresistibilmente: desiderava ad ogni costo entrarci e perdersi tra le mille golosità che facevano bella mostra sugli innumerevoli scaffali luminosi, che riusciva solamente ad intravedere da lontano. Julian aveva espresso più volte la sua volontà, prima alla mamma, e poi al papà, di essere accompagnato lì, ma entrambi erano incapaci di capire quanto ci tenesse ad andarci almeno una volta e non si ponevano affatto il problema, lo consideravano un banale capriccio e glissavano puntualmente, adducendo come scusa le svariate faccende più urgenti che avrebbero dovuto sbrigare. Di farlo andare da solo, poi, non se ne parlava minimamente! Nonostante non fosse più in fasce, ormai, da un pezzo e il negozio si trovasse a pochi passi da casa, per loro era sempre comunque un bambino e temevano potesse perdersi o cadere vittima di qualche malintenzionato, concependo quel regno straripante di dolciumi al pari di un’insidiosa realtà tentacolare. A Julian, quindi, non rimaneva altro che sospirare, col visino tristemente attaccato al vetro della finestra, rimuginando ossessivamente sul perché i suoi non volessero esaudire la sua semplice e disperata richiesta, ancora una volta si sentiva in colpa e si domandava cosa avesse fatto di male per essere trattato sempre in quel modo indifferente e approssimativo. Un dì venne a trovarlo suo nonno Robert, un uomo volitivo e brioso, che non rivedeva da tempo immemore poiché, da buon marinaio, era in perenne movimento e aveva sostato per lunghi periodi nelle mete più disparate, solcando abilmente i mari più suggestivi e collezionando interessanti aneddoti. Appena vide il suo nipotino così cresciuto ebbe come un sussulto al cuore poiché notava l’eccezionale somiglianza con lui da bambino: stessi capelli neri, stessi occhi birichini e sognanti, stessa corporatura agile e scattante. Si emozionò perché gli parve di rivedere lui stesso, come era decenni fa. Julian, come al solito, era intento a rimirare il suo agognato oggetto di desiderio, con aria assorta e rassegnata. Il nonno, che era un grosso conoscitore dell’animo umano, captò al volo il suo umore contrariato e gli chiese subito cosa lo angustiasse al punto da cancellargli il suo contagioso sorriso dal volto. Julian gli espose il suo sentire e la sua speranza: voleva ad ogni costo far visita a quel negozio di caramelle che calamitava il suo interesse, in modo quasi ipnotico. Il suo intento, però, non era il mero abbuffarsi di dolci, ma essere accolto in un luogo ricco di armonia, gioia e fantasia. Lo immaginava come uno spazio magico e perfetto. Il saggio nonno Robert aveva già una risposta pronta ed esauriente, ma volle esimersi dall’esporre la sua visione in merito e decise di esaudire prima l’accorata preghiera del nipotino. Si recarono, quindi, al famigerato negozio e Julian apparve, sin dal primo istante, come inebriato e travolto da quell’infinità di prelibatezze esposte, che occhieggiavano invitanti dai banchi. Al contempo, però, notava che la gente sceglieva la merce, comprava, pagava ed andava via: ognuno pensava ai propri acquisti e i commessi presenti erano sì gentili e cortesi, ma rimanevano fermi nella loro postazione senza mostrare particolare enfasi, limitandosi ad espletare asetticamente le loro mansioni. Julian si aspettava un posto totalmente diverso, in cui la gente si abbracciasse con slancio, condividendo emozioni e riempiendosi di tenere effusioni, ma si rese presto conto che quella era unicamente una sua idea distorta. Nonostante l’ovvia delusione, però, si disse che il gioco era comunque valso la candela dato che il nonno gli aveva regalato un sacchetto colmo di deliziosi dolciumi dalle tinte arcobaleno. Già assaporava il momento in cui li avrebbe divorati con vorace golosità. Dunque, una volta rincasati, strappò con frenesia la confezione e fece una memorabile scorpacciata di caramelle, che erano talmente zuccherose da risultare persino stucchevoli. Ne ingurgitò una moltitudine, sperando così di colmare di dolcezza il suo stomaco e il suo cuore. Purtroppo, però, il suo stomaco urlò vendetta ed il suo cuore rimase insoddisfatto, intristendosi ancora di più. Il nonno Robert colse il suo malcontento e, con calma e serenità, gli spiegò che s’era fatto incantare da un mondo fittizio, una sorta di gabbia dorata fatta di lustrini e apparenza, dove tutto quello che vedeva era artificiale e mancava di reale sostanza. Da buon marinaio quale era, gli insegnò che spesso l’aspetto esteriore non era che l’esca per far abboccare i pesci. Julian lo ascoltava silenzioso, afferrando ogni singola parola, e poi sbottò in un pianto diluviano, confessando che forse quell’affetto che cercava non lo avrebbe mai trovato e si sarebbe dovuto arrendere. Il nonno Robert lo stoppò immediatamente: non era assolutamente vero ciò che lui affermava. I suoi genitori avevano fatto dei danni irreparabili con lui, ma gli volevano veramente bene, solo che non erano in grado di dimostrarlo, certi del fatto che il loro figlio sarebbe stato abbastanza maturo da capire e perdonare le loro carenze, dovute a superficialità o impegni. Lo reputavano talmente brillante e perspicace da andare oltre le loro défaillances, per loro era come un adulto in miniatura, ma lui era ancora troppo piccolo e aveva ancora bisogno di loro, delle loro coccole e delle loro attenzioni. Non erano consapevoli del loro errore madornale. Il nonno Robert chiarì al nipotino che lui era una creatura meravigliosa, nobile e pura, che meritava il meglio dalla vita, che con la sua mente portentosa e la sua ferrea determinazione avrebbe potuto realizzare qualsiasi suo sogno. Poi lo strinse forte tra le braccia e gli asciugò le lacrime che gli segnavano le rosee gote, fino a che non lasciarono spazio al suo meraviglioso sorriso.

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