” GIOVANNA MARINI, UNA VOCE CHE HA RACCONTATO L’ALTRA ITALIA ” – DI VALTER MARCONE

Redazione-  Giovanna Marini che ha raccontato con le sue canzoni l’altra Italia ci ha lasciati a 87 anni dopo una breve malattia. E’ morta una delle protagoniste della musica italiana, una voce che ha raccontato l’altra Italia nella sue composizioni e nel recupero di testi e melodie scoprendo il canto popolare e la storia orale cantata,anche questa , frequentando Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Roberto Leydi, Gianni Bosio, Diego Carpitella.

Giovanna Marini ha percorso instancabilmente la nostra penisola dal Veneto alla Sicilia con la sua chitarra, la sua voce e molta curiosità. Da quel suo errare tra campagne, città, colline e montagne ha tratto un patrimonio sonoro che rimane come il suo più bel monumento alla vita però. Non ha raccolto voci morte ma ancora vive e ha dato voce ad una memoria che attraverso i monumenti e i mutamenti della storia è rimasta anch’essa viva. E lo ha fatto, come dicevo, instancabilmente per decenni anche attraverso la sua scuola. Un insegnamento che trasmetteva una conoscenza e un sapere acquisito in lunghe peregrinazioni alla ricerca di un mondo che andava man mano scomparendo .

In Italia è grazie al positivismo comparativistico che i primi musicisti etnografi e trascrittori di musica popolare tentano di dare una sistemazione disciplinare , attraverso un’indagine diretta ”sul campo”, a documenti sonori che appunto diventano “ documenti” veri e propri e non più reperti amatoriali. Siamo in pieno Novecento ma le ricerche si giovano di metodi e impostazioni messi in atto fin dalla fine dell’Ottocento soprattutto in Germania con i pionieri della ”musicologia comparata” tedesca, riuniti nella cosiddetta ”Scuola di Berlino”, quali C. Sachs, C. Stumpf, E.M. von Hornbostel, O. Abraham, R. Wallascheck,

In Italia dunque possiamo ricordare sulla scia degli studi di ”tradizioni popolari” iniziati nel 1871 dal folklorista siciliano G. Pitrè, A. Favarra e M. Ferrara, ambedue attivi in Sicilia a cavallo tra il 19° e 20° secolo, mentre è solo negli anni Trenta che appare la cosiddetta ”generazione di mezzo”, legata ai nomi di F. B. Pratella, G. Nataletti, L. Colacicchi, Più recentemente dobbiamo ricordare studiosi volti alla tutela e promozione del patrimonio folklorico-musicale come Guido Fara, Roberto Leydi, Sandra Mantovani ,Pietro Sassu, Giovanni Dore, Diego Carpitella e molti altri .

Tra questi dunque Giovanna Marini ha avuto un ruolo attivo. Figlia d’arte come si suol dire perchè nella sua famiglia c’erano musicisti ; una famiglia in cui si parlava solo di musica e che in qualche modo, insieme ai fratelli ,la faceva sentire diversa dagli altri ragazzi. Studia pianoforte da quando aveva sei anni con la madre e poi frequenta il Conservatorio. D’altra parte era la vocazione della famiglia che diventava realtà anche in Giovanna. Da lì comincia la sua vita di ricerca , di studio, di incontri e di rielaborazione.

Come per esempio quel testo da lei scritto per la morte di Pier Paolo Pasolini rielaborando dal punto di vista musicale alcuni ricordi sonori della terra d’Abruzzo, legando assieme cultura alta e cultura popolare che è dunque una delle principali caratteristiche del suo muoversi in questo campo. Una presenza non esente dall’impegno politico legato anche alla contemporaneità . Nelle sue canzoni Giovanna Marini racconta la nostra Storia . Tradizionalmente il canto popolare , ossia le melodie popolari vengono dopo la riscoperta della poesia popolare che apre la strada ad un percorso che appunto arriva ad una composizione che fonde insieme musica e parole e dà vita ad un repertorio vastissimo . Giovanna Marini nel suo repertorio mette assieme brani originali, canto popolare e canzoni di lotta che si intrecciano costituendo una finissima tela di sensazioni ed emozioni . Quelle emozioni che ti facevano sentire le sue canzoni .

Confesso che anch’io un po’ di emozione l’ho provata leggendo della sua scomparsa perchè ho conosciuto Giovanna Marini in anni lontanissimi. A quel tempo lavoravo al Centro di Servizi Culturali di Sulmona. Istituito nel 1967 e affidato alla gestione del Movimento di Collaborazione Civica presieduto da Ebe Flamini e da un gruppo di studiosi e intellettuali come Cecrope Barilli, Augusto Frassineti , Francesco Susi e altri all’interno di un grande progetto culturale nazionale. La Cassa per il Mezzogiorno, nell’ambito dello specifico Progetto di intervento che, fin dal 1967, ha interessato le regioni meridionali, istituì 90 Centri di Servizi Culturali (CSC) affidandone la gestione a diversi soggetti operanti in campo nazionale nel settore della promozione e dello sviluppo sociale e culturale. Al Movimento furono affidati i Centri di Servizi Culturali in Puglia (Canosa, San Severo, Brindisi); in Basilicata (Matera); nel Lazio (Cassino e Latina), in Abruzzo (Sulmona); in Calabria (Lamezia Terme e Villa San Giovanni). La stessa presidente Ebe Flamini in un convegno descrisse così il Movimento : “ «Si tratta di un Ente con un nome lungo e un poco difficile da ricordare: “Movimento di Collaborazione Civica” fondato nel dicembre del 1945. Le parole con le quali fu data vita al movimento: “Noi uomini e donne di diversa fede e di diversa opinione politica, raccolti in un momento nel quale il dolore e le sventure che si sono abbattute sull’Italia si congiunge alla soddisfazione per la recuperata libertà, riuniti nel sentimento del dovere di ogni italiano di adoperarsi perché l’Italia si sollevi dall’attuale stato di prostrazione e perché sia garantita la conservazione delle libertà democratiche, a così duro prezzo riconquistate, concordi nel comune riconoscimento dei valori che sono presidio e fondamento di una libera democrazia quali: il rispetto della personalità umana; il principio dell’uguaglianza fra gli uomini, al di sopra di ogni diversità di razza, di religione, di nazionalità, di lingua e cultura; il diritto dei cittadini di partecipare attivamente al governo della cosa pubblica; il superamento di ogni privilegio di nascita o di classe; l’esigenza che a ciascuno siano garantite uguali possibilità di vita e di sviluppo della propria personalità; il rispetto della verità e della libertà di informazione; la tolleranza di ogni fede e di ogni opinione; la libertà di pensiero, di stampa e di associazione; convinti che il popolo italiano possa raggiungere un più elevato livello di vita materiale e morale soltanto attraverso la formazione di una coscienza civica, nella quale gli italiani ispirandosi a quei valori ritrovino una migliore consapevolezza dei diritti e dei doveri che l’appartenenza ad una comunità politica conferisce al cittadino, desiderosi di unire gli sforzi per concorrere a questa opera di educazione civica, abbiamo convenuto di fondare a questo fine una Associazione denominata Movimento di Collaborazione Civica».

Di quella esperienza del Centro Servizi Culturali di Sulmona sono stato uno degli animatori dirigendolo dal 1969 al 1976 con programmi che si articolavano in iniziative per favorire e promuovere la pubblica lettura ( il Centro aveva una biblioteca con una dotazione iniziale di seimila volumi ) ,l’associazionismo e la formazione degli insegnanti. La sede in quegli anni era quella di Corso Ovidio nell’ex palazzo pretorio in attesa della realizzazione di una sua sede nel quartiere Cappuccini dove attualmente opera con la gestione ora della regione Abruzzo a cui dal 1977 la Cassa per il Mezzogiorno aveva ceduto l’intervento .

Il Centro Servizi Culturali era frequentato da studenti, insegnanti, ricercatori , studiosi ,lettori comuni che poteva usufruire dei servizi della biblioteca , associazioni e gruppi che a volte proponevano iniziative in diversi settori attraverso per esempio il ciclo di “ Incontri politici e culturali” al fine di presentare un panorama di temi e problemi culturali e politici. Tra questi per esempio i primi passi del Movimento radicale con un incontro con lo stesso Pannella . Oppure l’organizzazione del primo convegno nazionale sull’obiezione di coscienza quando gli obiettori di coscienza venivano incarcerati come avvenne per esempio per Mario Pizzola. Dunque tra i frequentatori del Centro c’era il professore Franco Cercone che nella sua attività di demoantropologo aveva per esempio riordinato da biblioteca del sulmonese Giovanni Pansa . Franco era amico di Alfonso Maria di Nola un antropologo molto conosciuto che in quel periodo si stava interessando di alcune espressioni di cultura subalterna in Abruzzo , ricerca confluita in un volume dal titolo “ Aspetti magico religiosi di una cultura subalterna”. Un libro in cui sono interpretati tre campioni del patrimonio religioso e magico dei ceti rurali italiani: il culto dei serpenti e i suoi rapporti con quello di san Domenico a Cocullo; l’allevamento sacrale del maiale di sant’Antonio abate nella Marsica; il rituale del bue genuflesso, tutti appartenenti a una cultura abruzzese : frammenti di articolate visioni del mondo sorte dal retroterra economico e politico della società contadina centro-meridionale.

Un anno,il primo maggio , di ritorno da Cocullo , dove avevano assistito alla processione di San Domenico , mi ricorda Arpino Gerosolimo , Alfonso Di Nola si fermò a Sulmona da Franco Cercone. In quell’occasione era accompagnato da Giovanna Marini che promise di tornare a cantare nella sala del Centro Servizi Culturali. Una promessa mantenuta perchè dopo qualche mese all’interno del suo tour incluse Sulmona. In quell’occasione ebbi modo di conoscerla e di parlare a lungo della sua attività ma anche di quella che si svolgeva al Centro . Qualche tempo dopo Giovanna Marini delle esperienze di quel suo tour ne fece un libro dal suggestivo titolo “ Italia mia quando sei lunga” .Milano, Mazzotta – Istituto Ernesto De Martino, 1977, 16mo (cm. 16,5 x 12,5) brossura con copertina illustrata a colori, pp. 126 (Quaderni di Cultura e Classe, 15) . .In una pagina di quel libro descriveva il nostro colloquio ed esprimeva una sua opinione sull’attività del Centro e sulla figura ( opinione lusinghiera ) del giovane animatore di quelle attività, il sottoscritto che chiamava “ segretario “

Nel ricordare Giovanna Marini con questo episodio personale mi piace sottolineare qui e mettere in evidenza il suo rapporto con Pier Paolo Pasolini grazie al quale scoprì il canto popolare e tutta la ricchezza del lessico popolare . Per molto tempo dialogarono attraverso la lingua friulana, originaria di Pasolini con quale aveva scritto le sue prime poesie contenute nella raccolta Poesie a Casarsa (1942),Volevano fare un disco insieme tratto dalle poesie de La meglio gioventù, ma non ebbero il tempo di realizzarlo.

Nel 1975, per la morte improvvisa e tragica del poeta, che l’ aveva colpito moltissimo Giovanna Marini i scrisse una delle sue canzoni più famose, Persi le forze mie, contenuta nell’album I treni per Reggio Calabria. Il titolo sarebbe poi stato mutato nel più incisivo Lamento per la morte di Pasolini, inserito nell’album successivo Correvano coi carri.

Questo il testo :

Persi le forze mie, persi l’ingegno
La morte m’è venuta a visitare
“E leva le gambe tue da questo regno”
Persi le forze mie, persi l’ingegno

Le undici, le volte che l’ho visto
Gli vidi in faccia la mia gioventù
Oh Cristo, me l’hai fatto un bel disgusto!
Le undici, le volte che l’ho visto

L’undici e un quarto, io mi sento ferito
Davanti agli occhi ho le mani spezzate
E la lingua mi diceva: “È andata, è andata”
L’undici e un quarto, io mi sento ferito

L’undici e mezzo, mi sento morire
La lingua mi cercava le parole
E tutto mi diceva che non giova
L’undici e mezzo, io mi sento morire

Mezzanotte m’ho da confessare
Cerco perdono dalla madre mia
E questo è un dovere che ho da fare
Mezzanotte m’ho da confessare

Ma quella notte volevo parlare
La pioggia, il fango e l’auto per scappare
Solo a morire, lì vicino al mare
Ma quella notte volevo parlare

E non può, non può, può più parlare, può più parlare
E non può, non può, può più parlare, può più parlare
E non può, non può, può più parlare, può più parlare

Persi le forze mie, persi l’ingegno
E la morte m’è venuta a visitare
“E leva le gambe tue da questo regno”
Persi le forze mie, persi l’ingegno

L’aveva incontrato per la prima volta l’11 febbraio 1958 in un attico vicino a Piazza di Spagna, al calar della sera. A quell’evento dedicò persino una canzone Il mio primo incontro con Pier Paolo Pasolini. Una canzone che racconta come la Marini si trovò a suonare Bach in quel contesto, una musica che solo Pasolini stava ad ascoltare . Un Pasolini che la indirizzo verso le edizioni di Avanti e le fece conoscere Leydi uno degli animatori di quella iniziativa. Leydi la invitò a cantare in un circolo milanese e la Marini che aveva studiato musica colta in quell’occasione cantò due pezzi di musica musicale che ebbero qualche successo tra il pubblico . A lungo coltivò il progetto di mettere in musica le poesie di Pasolini e per qualcuna compì un vero e proprio prodigio come per quelle delle Ceneri di Gramsci .

Questi alcuni versi de “Il mio primo incontro con Pier Paolo Pasolini

Era il 1958, quando finalmente trovai un bel lavoro a Roma

Si trattava di andare a suonare la chitarra,

rigorosamente classica

Nelle case dell’intellighenzia romana

E così, una sera mi trovo in una di queste

Vicino a piazza di Spagna

Do un’occhiata alla gente lì riunita e mi dico:

“Qua ci vuole Bach” e mi metto a suonare

Suono, suono, suono, suono

Dopo un paio d’ore sento che c’è uno che mi ascolta

Sollevo lo sguardo e vedo

Un giovane con un bellissimo sorriso

La testa leggermente inclinata

Che ascolta molto attentamente

Questo mi infervora, suono ancora di più

E tutt’a un tratto lui dice: “Ma non smetterai mai?”

Dico: “No, è il mio lavoro

Posso continuare tutta la notte, se serve”

Lui continua ad ascoltare e dopo un po’ dice:

“E se tu cantassi qualche cosa?”

E io penso: eccolo là, sempre!

Queste riunioni intellettuali

Mentre io suono Bach, arriva uno e mi dice:

“Ci canti Casetta de Trastevere?”

Un testo che si puà leggere per intero insieme a molti altri testi della Marini su https://lyricstranslate.com/it/

Fondatrice della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, ispiratrice di numerosissime iniziative per far conoscere e valorizzare quelli che possono chiamarsi i canti degli “ultimi” divenne popolare dopo aver cantato nel disco “Il fischio a vapore”, progettato, scritto e interpretato insieme a Francesco De Gregori. Un album che raccoglie brani dedicati alla storia e alla poesia del nostro Novecento, dall’attentato a Palmiro Togliatti alla vicenda di Sacco e Vanzetti, dai treni di Reggio Calabria al “lamento” per la morte di Pier Paolo Pasolini. Tra le sue collaborazioni e interessi vanno ricordate le composizioni create con la “cantane contadina” Giovanna Daffini, o della tradizione sarda dei Pastori di Orgosolo. Collaborò con l’Istituto Ernesto De Martino, per il quale catalogò da etnomusicologa tutti i canti popolari da lei scoperti, conobbe Italo Calvino, Dario Fo e mise in scena opere teatrali insieme a Marco Paolini e Ascanio Celestini.

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