” ELISABETTA FARNESE, DUCHESSA DI PARMA, REGINA DI SPAGNA ” – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO

Redazione-  Molte furono le donne che nel passato esercitarono direttamente il loro potere da grandi legittime regnanti. Si pensi a Elisabetta Tudor in Inghilterra, a Caterina II in Russia, a Maria Teresa in Austria, al lungo regno di Vittoria di Hannover sull’Inghilterra e su il suo impero coloniale, e che dire poi in merito a Elisabetta II Windsor, la quale ha impresso il suo prestigio e la sua personalità durante un lunghissimo regno, attraversando due secoli di storia anche nel mondo globalizzato!

Vi furono tuttavia donne che esercitarono il loro potere e la loro regalità non di diritto ma di fatto, sebbene in modo apparentemente subalterno ai loro coniugi.

Fra loro ricordiamo Elisabetta Farnese, la quale, erede del ducato di Parma e Piacenza, si ritrovò ancora giovanissima regina consorte di Spagna.

Elisabetta, descritta dai suoi contemporanei come una principessa dolce, di buon cuore, intelligente, ma anche decisa e determinata, ebbe una vita da fiaba. Nacque a Parma nel 1692 da Dorotea Sofia di Neuburg e da Odoardo II° Farnese. Quando questi morì prematuramente, la madre sposò il cognato, Francesco Farnese, il quale divenne padre adottivo della piccola Elisabetta.

Crebbe educata nel migliore dei modi. Le sue letture erano quasi esclusivamente di carattere religioso. Studiò danza e canto, nonché molte lingue: il latino, il tedesco, il francese. In seguito imparò anche lo spagnolo. Studiò lettere, filosofia e storia, discipline che tuttavia non amava tanto, poiché fu più incline nelle arti, in particolare nella musica e nella danza. Praticò anche la pittura tanto che ci restano alcuni suoi dipinti. Tali doti resero Elisabetta particolarmente desiderabile agli occhi di un potenziale marito.

La duchessa aveva solo nove anni quando il re di Spagna, Carlo II d’Asburgo, morì senza successori, causando una guerra in cui si contesero la sua eredità il figlio dell’imperatore Leopoldo I, Carlo, e Filippo d’Angiò, nipote del re di Francia, Luigi XIV.

L’esito del conflitto finì per assegnare il trono di Spagna a Filippo, che divenne Filippo V, ponendo fine al dominio degli Asburgo sulla penisola iberica. Mentre alla morte di Leopoldo I, Carlo si ritirò dalla contesa, ottenendo il titolo imperiale del padre, come Carlo VI.

La guerra di successione spagnola cambiò radicalmente i rapporti fra gli stati europei e anche il ducato di Parma e Piacenza, dove nel 1713 il trattato di Utrecht decretò la fine dell’influenza francese, fu attratto nell’orbita degli Asburgo.

Come ultima erede dei Farnese, oltre ai diritti sul ducato di Parma, Elisabetta poteva ambire alla successione di Gian Gastone, granduca di Toscana, il quale non aveva avuto figli, essendo discendente di Margherita de’ Medici, moglie di Odoardo I Farnese. Il suo tuttavia era pur sempre un piccolo ducato, seppure strategico data la posizione geografica e i vincoli parentali. Nonostante tutto, grazie al carattere, all’intelligenza, all’ambizione e, soprattutto grazie alle politiche matrimoniali della sua famiglia, Elisabetta divenne regina consorte di Filippo V di Spagna.

Colui che più di tutti si adoperò a favore di Elisabetta e del suo matrimonio con il re di Spagna fu l’abate piacentino Giulio Alberoni, divenuto successivamente cardinale, il quale, quando Filippo V cercò nuovamente moglie, essendo rimasto vedovo della legittima consorte Maria Luisa, presentò Elisabetta come “candidata perfetta”, essendo ella “una buona lombarda, senza fiele, tutta cuore, di un genio naturale dolce e maneggevole”. Servirono le migliori qualità diplomatiche dell’astuto abate a convincere l’intera corte borbonica sulla bontà di quelle nozze, da preferire ad altre. E tutto accadde nel giro di poco tempo. Infatti nel febbraio del 1714 Filippo V di Spagna aveva soltanto trentun anni, quando perse la prima moglie, Maria Luisa di Savoia, ammalatasi di tubercolosi.

Il re, rimasto vedovo e già con due figli: Luigi, il primogenito, e Ferdinando, aveva a quel punto bisogno di un’altra moglie e in tale ricerca l’abate Alberoni, come anticipato, ebbe un ruolo determinante.

In quell’epoca Elisabetta aveva ormai ventidue anni, allora età considerata avanzata per maritarsi. In verità i genitori, nonostante pretendenti importanti come Vittorio Amedeo di Savoia e Francesco d’Este, principe ereditario di Modena, avevano preferito indugiare sulla scelta del futuro marito della figlia a causa della guerra di successione spagnola  e del timore di una decisione avventata che, a guerra conclusa, avrebbe potuto arrecare danni irreparabili al piccolo ma importante, ricco ducato di Parma. Quand’ecco che dalla Spagna arrivò una notizia insperata per Dorotea e Francesco Farnese: la morte della moglie del re.

Non fu semplice però combinare quel matrimonio, poiché presso la corte di Filippo V, del ramo spagnolo dei Borbone, tuttora regnante, era arrivata, come prima cameriera della defunta regina consorte Maria Luigia di Savoia, la principessa Orsini, Maria Anna de la Trémouille. Fu lo stesso re Luigi XIV, zio di Filippo V – come sopra scritto – a designarla al momento delle nozze del nipote, tanto da divenire la longa manus del re di Francia in Spagna. Infatti tutte le decisioni e le scelte di Filippo erano filtrate, se non manipolate, dalla potente principessa. Pertanto accadde che anche la scelta della nuova moglie, futura regina consorte di Spagna, passò attraverso il vaglio della principessa Orsini.

Elisabetta certamente era stata educata secondo gli orientamenti della corte Farnese, corte che, nonostante la vivacità culturale che la contraddistingueva, non era in grado di competere con altre dinastie europee ben più prestigiose, che rivendicavano le loro principesse sul trono di Spagna. Eppure la giovane duchessa, nonostante di piccolo casato, le cicatrici lasciatele dal vaiolo che le avevano deturpato il viso e le spalle, riuscì non solo a sposare Filippo V, re di Spagna, ma anche a contrastare la supremazia asburgica in Italia, usando a vantaggio dei propri figli quei margini di manovra che il marito le concesse, una volta sposata. Inoltre fu capace di cogliere al volo tutte le occasioni storiche che l’instabilità politica della prima metà del settecento determinò. Del resto Filippo V di Borbone era un uomo debole, soggetto a crisi depressive, libidinoso, che si risposò per il fervore religioso che gli impose il vincolo matrimoniale per non soffocare l’ingordigia di libido.

E artefice della scelta nuziale definitiva fu Giulio Alberoni, già umile prelato a Piacenza, il quale, dopo essere stato al servizio dello zio di Elisabetta, Francesco Farnese, nonché fra i più ascoltati consiglieri di Filippo V, riuscì ad imporre la giovane duchessa di Parma alla potente e anziana favorita del re, millantando la docilità e l’ignoranza della giovane promessa sposa ed esagerando sia sulla sua mancanza di spirito sia sulla mancanza di avvenenza.

Dal suo canto l’onnipotente principessa Orsini, rassicurata sull’indole docile ed arrendevole della giovane Farnese, certa di poterla facilmente manipolare, la preferì ad altre candidate, di gran lunga più prestigiose, come una principessa del Portogallo, una figlia del principe di Baviera, o Maria Vittoria o Isabella Luigia di Savoia.

L’abate Alberoni era riuscito ad insinuare nella dama francese la convinzione che la Farnese, cresciuta ed educata in una corte ai margini della grande politica, fosse la candidata ideale per mantenere intatta la sua influenza sul re di Spagna.

Così, sicura di poterla facilmente “condizionare”, la principessa Orsini scelse Elisabetta fra le tante candidate ben più titolate.

Le nozze avvennero per procura. Una volta ricevuto l’assenso del re di Francia alle nozze, la principessa Orsini inviò il cardinale Acquaviva a Parma e il 25 agosto 1714, solo dopo pochi mesi dalla morte della prima moglie, Filippo V concluse l’accordo matrimoniale.

Intanto Luigi XIV, al fine di “sondare” la veridicità della descrizione sulla natura docile di Elisabetta, aveva inviato un suo fiduciario. La promessa sposa, ben istruita dal cardinale Alberoni, recitò egregiamente il ruolo di brava ragazza padana “impastata di butirro e di cacio”, una “sempliciotta” di campagna che sarebbe stata dispostissima a farsi guidare in tutto e per tutto dall’anziana principessa Orsini.

Ormai sposata da Filippo V per procura, le imposizioni della dama francese sul trasferimento di Elisabetta alla corte di Madrid, furono tassative: il viaggio in nave della sposa avrebbe dovuto avvenire in forma privata, con pochissimi dignitari italiani al seguito, rapidamente e senza soste, sicché la giovane non potesse essere influenzata da nessuno, tranne che dalla stessa Orsini.

L’arguta Elisabetta approfittò di un’improvvisa tempesta per cambiare il machiavellico piano della principessa, longa manus di Luigi XIV. Sbarcata a Genova, reclamò di viaggiare per terra. Tale scelta comportò che fosse omaggiata da tutti come regina di Spagna attraverso il lungo viaggio, che durò ben tre mesi e che fu così tortuoso da non tralasciare nessuna corte di rilevanza.

Durante il viaggio verso la Spagna fra la regina Elisabetta e la principessa Orsini, favorita del re, vi fu uno scontro continuo, contraddistinto da comandi imperiosi inviati dalla principessa e da plateali manifestazioni d’insofferenza da parte della Farnese.

Una volta arrivata in Spagna, Elisabetta fu raggiunta a Pamplona dal cardinale Alberoni, il quale le rimase al fianco come ottimo consigliere. La novella sposa fece arrestare ed esiliare dalla Spagna la rivale prevaricatrice.

Nel 1716 Alberoni fu nominato primo ministro. L’anno successivo, al culmine della sua scalata, fu insignito della carica cardinalizia dal pontefice. Sotto la sua avveduta guida Elisabetta fu artefice della politica del regno. Il re Filippo V si adeguò rapidamente alla nuova condizione.

Il successo delle nozze fra Elisabetta Farnese e Filippo V di Borbone fu legato alla sottovalutazione della determinazione e dell’oculatezza della duchessa di Parma. La giovane parmense, appena incoronata, rivelò tutte le capacità ed abilità nei giochi di potere al fine di ottenere dai potenti dell’Europa del tempo notevoli benefici a vantaggio dei suoi figli: Carlo e Filippo. Elisabetta fece di tutto per compensare il loro status di figli di secondo letto, ai quali non sarebbe toccata l’eredità del regno, se non fosse intervenuto il Destino! …. Quindi cercò di sconvolgere in ogni modo l’assetto politico italiano per creare una collocazione adeguata per loro.

Intraprese due spedizioni navali contro la Sardegna nel 1717 e contro la Sicilia nel 1718 che colsero di sorpresa le diplomazie europee. Le due imprese però non ebbero successo, avendo le maggiori potenze europee creato una coalizione contro Alberoni, il quale pagò caramente la sconfitta con il licenziamento da parte del re in persona e con l’allontanamento forzato dalla Spagna.

Elisabetta, che non poté perorare per lui, riuscì tuttavia nei propri intenti anche senza i consigli del cardinale. Infatti, prossima l’estinzione sia dei Medici (con Gian Gastone) sia dei Farnese (con Antonio), entrambi senza eredi,  il granducato di Toscana e il ducato di Parma furono assegnati al primogenito Carlo, evitando lo scoppio di una nuova guerra in Italia.

Carlo dal suo canto non lasciò un buon ricordo dei suoi due anni di governo nel ducato, da cui si allontanò per perseguire e portare a compimento la conquista del regno di Napoli, che gli spagnoli stavano contendendo agli imperiali. Il 18 novembre 1738 il regno gli fu assegnato definitivamente da una clausola del trattato di Vienna, con cui fu decretata la fine della guerra, iniziata cinque anni prima per l’assegnazione del trono di Polonia.

In merito a Parma il duca Carlo, divenuto poi re di Napoli e di Spagna come Carlo III, lasciò una brutta fama. Fu determinante la cattiva impressione dei sudditi di essere stati usati come strumenti dei suoi “giochi” politici. Al duca non perdonarono di aver spogliato il ducato della propria identità e memoria, avendo il futuro re di Napoli sottratto e portato con sé le opere d’arte più significative che avevano abbellito i palazzi e le pinacoteche dei Farnese a Parma e a Piacenza, nonché il loro archivio.

Nel 1740, alla morte dell’imperatore Carlo VI, si aprì una nuova crisi politica internazionale e, per contrastare la successione della sua erede Maria Teresa, fu combattuto un lungo conflitto che coinvolse di nuovo le potenze europee e che ebbe ripercussioni anche sul ducato e sulla sorte dei figli di Elisabetta Farnese, in particolare su Filippo.

Nel corso di quella guerra la Francia e la Spagna strinsero ulteriormente i loro rapporti e nel 1743 Luigi XV di Francia s’impegnò ad aiutare Filippo, il secondo figlio di Elisabetta, regina di Spagna, nella conquista della Lombardia e di Parma e Piacenza.

La pace di Aquisgrana del 18 ottobre 1748, che pose fine alla guerra, sancì la successione di Maria Teresa come regina d’Asburgo, mentre il titolo imperiale venne attribuito al marito Francesco Stefano. Ad Aquisgrana tuttavia furono ridimensionate le pretese di Filippo. Questi ottenne soltanto il ducato di Parma e Piacenza, con Guastalla incorporata.  Mentre, dopo la morte di Gian Gastone, con cui si estinse la dinastia Medici, il granducato di Toscana era già stato assegnato nel 1737 a Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa d’Austria.

Elisabetta suo malgrado accettò le nuove condizioni imposte. E poiché i rapporti con i figliastri erano tesi ed era divenuta bersaglio di continue umiliazioni, si allontanò da Madrid per rifugiarsi nel castello di Sant’Ildefonso, tanto amato dal marito, ormai morto. Vent’anni più tardi fu nuovamente “baciata” dalla sorte, quando nel 1756 il re di Spagna, Ferdinando VI, figlio di primo letto di Filippo V e figliastro di Elisabetta, morì senza eredi dopo essere rimasto vedovo e senza fratello. Ferdinando lasciò esplicite disposizioni testamentarie a favore della matrigna, in attesa dell’arrivo di Carlo, suo fratellastro, dal Regno di Napoli. Anche Filippo, duca di Parma, Piacenza e Guastalla, fu beneficiato dalla morte di fFerdinando, e dall’ascesa al trono di Spagna di suo fratello Carlo III. Lasciò pertanto Parma per il regno.

Per Elisabetta gli avvenimenti presero ben altra direzione. Si sbagliò nel pensare di tornare a Madrid e di potere nuovamente influire sul regno. Il figlio Carlo, ora Carlo III, nuovo re di Spagna, non era debole come il padre! E per nulla disposto a cedere le redini del comando! Sicché la convivenza a corte fra Elisabetta, il figlio e la nuora Amalia di Sassonia si rivelò insostenibile tanto da costringere la regina a tornare nuovamente al suo isolamento a Sant’Ildefonso, dove rimase fino a che morì il 20 luglio 1766.

F.to Gabriella Toritto

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