” CONTRO LO SPRECO ” DI VALTER MARCONE

Redazione- La sensazione è quella di vivere in un paese confuso ed inerte. Quando si tratta di ridisegnare un modo di vivere non solo la quotidianità ma quello che è peggio l’insieme delle regole che governano i sistemi. Non solo al termine di una pandemia lunmga e perniciosa ma anche all’indomani di una vittoria elettorale. Un paese in cui i tentativi di cambiamento ( in peggio o in meglio è da vedere ) porteranno sicuramente a delle lacerazioni. Perchè già le statistiche spaccano quasi sempre in parti uguali i pro e i contro , i consensi e i dissensi in favore di una decisione, di un tema da esaminare . L’ eterno male di un paese sempre in bilico in cui poi i “ventenni” si susseguono ( fascista , democristiano, berlusconiano e forse meloniano ) e sono interminabili.. Un paese dove per molto tempo le maggioranze sono state risicate all’osso o frutto di compromessi estremi, simili a volta ad alchimie e che spesso combinano più danni e guai che non apportano benefici e che all’improvviso sono diventate compatte e inoppugnabili. Un paese in cui non si è riuscito per vent’anni ad avere una sana alternanza di governo ,dove per forza si sono verificate ammucchiate politiche grazie al fatto che le maggioranze non erano maggioranze e che ci servivano sempre le stampelle. Un paese con pochi simboli veramente efficaci, veramente degni di questo nome. Un paese senza scatti.

Era il 2 dicembre 1991 quando il prof Fernando Aiuti, virologo, baciava durante un convegno sull’HIV , che flagellava inesorabilmente centinaia di vite, alla Fiera campionaria di Cagliari, Rosaria Iardino, 25 anni, sieropositiva da sette. Con un gesto che voleva dire , nell’ Italia inizio anni Novanta, che le epidemie non solo sono un evento virale ma rivelano e condizionano la società. Una società che per quella infezione virale di AIDS ha contato 44 mila morti. Alla pari di un altro fenomeno che è stato ed è quello della tossicodipendenza che ha provocato 334 morti nel 2018 ..L’utilizzo di droghe, in Italia, miete quasi una vittima al giorno: 334 nel 2018, 38 in più dell’anno precedente. In media, una ogni 26 ore. Il 12,8% in più rispetto ai 296 dell’anno precedente, con una quota particolarmente rilevante (+92%) tra le donne over 40. Gli autori di reati connessi alla tossicodipendenza affollano le custodie cautelari dei carceri italiani.

Oggi probabilmente ci manca quel bacio , formidabile espressione di una vicinanza all’altro tanto da suggellare in un comune respiro un comune intento di resilienza e di resistenza . Ci manca perché in una emergenza che abbiamo attraversato ci siamo portati e ci portiamo ancora dietro e dentro paura e diffidenza per gli altri, quelli ,gli altri , che dovremmo appunto accogliere con un bacio. Un bacio impossibile perché infetto ,contaminato e contaminante. E allora se neanche un bacio può essere il simbolo di questa emergenza come lo fu per quella dell’Aids ,quale potrà essere per il coronavirus il simbolo di lotta , di contrasto , di opposizione. Durante il lockdown a lungo si è inneggiato a “tutto sarà diverso dopo” , “ saremo migliori”. La realtà purtroppo sta sconfessando clamorosamente questa aspirazione. Allora cerchiamo simboli per riconoscerci gli uni con gli altri in questo cammino che non è giunto ancora alla sua tappa finale e chissà se avrà una tappa finale nel senso classico della parola: punto e basta . Quasi sicuramente una affermazione ed una esortazione che ci ha regalato papa Francesco in una sua riflessione potrebbe essere questo simbolo. Sarebbe grave “sprecare “ questa esperienza. Il simbolo di questa pandemia potrebbe essere dunque la “ lotta allo spreco “.Ma appunto la lotta allo spreco potrebbe anche essere il simbolo efficace dei nostri giorni attuali, della vita di questo paese , insomma di questo nostro mondo che ci circonda in una situazione geopolitica caratterizzata da guerra alle porte dell’Europa, crisi energetica e climatica, inflazione.

Il male del corpo non è una colpa, E qui ci sarebbe da parlare moltissimo di come l’infezione sia stata sentita in questi anni e quali reazioni abbia sollecitato proprio rispetto alla possibilità di attribuirla come colpa ( l’untore) o come colpevolizzazione nel sentirsi impotenti ( nel caso della morte di persone vicine a noi) . E proprio all’interno della colpa si potrebbe pensare ad un altro simbolo di lotta che è quello della solidarietà,ossia la capacità di essere “ compagni” di sentirsi compagni. Che vuole anche dire condividere slanci , affermazioni di un destino comune inteso come “fratellanza” che è conquista più importante tra “ libertà” e “ uguaglianza”, parole a loro volta simboli di una rivoluzione di non molto tempo fa, si fa per dire , che ha cambiato “ qualcosa” nel mondo . Ma forse nemmeno la fratellanza è il simbolo adatto perché passate le cantate condominiali , le esecuzioni di musica sui balconi, terrazzi e sui tetti delle case ; messi da parte i buoni propositi tutto sembra stia tornando ,in questi giorni terribili di riavvio della “ normalità” ( l’autunno scorso poi ha innescato nuovi meccanismi con la recrudescenza del contagio ,e aprendo uno scenario di tempesta perfetta : disoccupazione, povertà, crescita delle disuguaglianze, guerra, crisi energetica, inflazione ecc. ) allo scenario precedente , anzi peggiorato appunto dalle previsioni. Ne è forse l’esempio più lampante quando si è trattato di riaccogliere Silvia Romano,liberata da una lunga prigionia che poteva essere veramente il simbolo della salvezza dalla morte , dall’imbarbarimento, dall’integralismo e molte altre cose . Anche qui cilecca . E allora c’è speranza ? Rimane valido un simbolo : contro lo spreco, contro lo sperpero.

C’è speranza di evitare lo sperpero frettoloso di esperienza e di memoria in un momento storico in cui c’è tanto da raccontare ? Nemmeno questo ci può aiutare . Perché quella narrazione dovrebbe scaturire dal silenzio. Quello di un lungo lockdown che avrebbe dovuto rafforzare la capacità di guardarsi dentro , di entrare a capo fitto dentro quello che siamo veramente in un momento in cui si ha più tempo , più possibilità riflessiva e di recupero di momenti di vita , manifestazioni del sé ,incontro con un Io che da tempo attende di essere considerato nella giusta luce. Ebbene anche qui il valore del silenzio è stato bruciato da quell’uso dei social dove sono affiorate le più spregevoli sembianze di un Io balordo,egemone e per molti fognario.

“…quando vi incontrerete, ciechi negli occhi e ciechi nei sentimenti, perché i sentimenti con i quali abbiamo vissuto e che ci hanno fatto vivere come eravamo sono nati perché avevamo gli occhi, senza di essi i sentimenti si trasformeranno, non sappiamo come, non sappiamo in quali…]

Anche se non puoi entrare, non allontanarti da me, tendimi sempre la mano anche quando non ti è possibile vedermi, se tu non lo facessi, mi dimenticherei della vita, o sarebbe la vita a dimenticarsi di me.”

Così scrive José Saramago, in “Cecità” edito da Feltrinelli nel 2013.Una metafora esemplare del nostro tempo come dice il risvolto di copertina. “ In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Chi è colpito da questo male si trova come avvolto in una nube lattiginosa e non ci vede più. Le reazioni psicologiche degli anonimi protagonisti sono devastanti, con un’esplosione di terrore e violenza, e gli effetti di questa misteriosa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. I primi colpiti dal male vengono infatti rinchiusi in un ex manicomio per la paura del contagio e l’insensibilità altrui, e qui si manifesta tutto l’orrore di cui l’uomo sa essere capace. Nel suo racconto fantastico, Saramago disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose su una base di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Ne deriva un romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza. “

Davide D’Alessandro, da Il foglio – 18 dicembre 2017 “Dovette morire, Manlio Sgalambro perché La cura, il capolavoro che affidò nelle mani di Franco Battiato, tornasse prepotentemente sulle pagine culturali dei nostri stanchi quotidiani, a dirci di due siciliani veraci, di una coppia feconda e luminosa, di un’arte raffinata che non andrà perduta. Se è vero, ed è vero, che “nomen omen”, il destino che risiede in Manlio Sgalambro è di qualcosa che sta di traverso, di sghimbescio, che suona irregolare e perciò singolare, a tratti unico. Se ti chiami Manlio Sgalambro e la terra che ti ha visto nascere si chiama Lentini, sotto la luce impietosa dell’isola bedda, il resto viene da sé. “

Battiato dice : “Perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te è una canzone che ha un quid insondabile di ispirazione. C’è una grande differenza tra il comporre canzoni come mestiere e avere ispirazioni. La Cura è una di quelle che è arrivata come da una cellula superiore. È arrivata come una piccola luce a toccarmi e mi è bastata per scrivere questo pezzo. Il testo poi lo abbiamo scritto a quattro mani con Sgalambro, però la cellula è stata di amore veramente universale.”

E lo stesso Sgalambro : “Per parlare di “amore” bisogna parlare di qualche altra cosa. Noi abbiamo fatto una canzone considerata unanimemente d’amore, parlando di cura, di protezione, di mani che accarezzano i capelli come trame di un canto. “

Evitare lo spreco significa tener in massimo conto quello che abbiamo imparato dalla pandemia di Covid 19. La cura innanzitutto ma ne parlo più avanti come punto centrale di questa riflessione. Anche se gli avvenimenti successivi al picco della pandemia (anni 2019-2022 ) hanno accelerato così tanto gli eventi e fatto registrare cambiamenti importanti per esempio in Europa. Dove dopo decenni di pace si deve assistere oggi ad una guerra sanguinosa e distruttiva tra popoli quasi “fratelli , per usare un eufemismo , anche se tra fratelli ci sono sempre dissidi e sono sempre i peggiori. Si guardi per esempio la lunga stagione dell’intifada e della guerra israelo palestinese messa in atto da fratelli, forse cugini. Parlo per quello che riguarda l’Europa della guerra russo-ucraina, un evenienza scoppiata se non proprio all’improvviso ma comunque alla fine di un lungo periodo di incertezze dovute appunto agli effetti e poi alle conseguenze della pandemia. Una guerra che non ha nulla a che fare con la pandemia ma che ne approfondisce i disagi ,le incertezze, e ne ostacola la ripresa Una evenienza che, come ho detto altre volte, insieme all’inflazione e quindi alla stessa pandemia costituisce una tempesta perfetta. Una tempesta che sta lentamente cambiando i rapporti geopolitici in Asia per esempio tra Russia e India , tra Russia e Cina.

Ecco allora la pandemia ci ha insegnato la necessità della cura. E quando parlo di cura la intendo in senso largo non solo in termini sanitari.

Una pandemia che ha dimostrato di essere al passo con i tempi, sembra uno scherzo ma purtroppo non lo è ,entrando di prepotenza nei ritmi e nelle velocità di una società globalizzata, con implicazioni che non si limitano al piano della gestione di un’emergenza sanitaria internazionale in tempi stringenti, ma che travolgono la dimensione economica, comunicativa, sociale e culturale di un mondo interconnesso . Anche di questo aspetto non possiamo sprecare l’evidenza ma soprattutto la certezza che oggi, in un mondo così fatto, non solo la pandemia è in grado di promuovere cambiamenti epocali ma anche qualsiasi altro avvenimento seppure localizzato. ,

Intanto però va detto che abbiamo constatato che lo sviluppo tecnologico della medicina ha evitato altre morti oltre quelle che ci sono state grazie a vaccini e uso delle terapie intensive, ma ha anche innescato un processo che mai si era visto finora: fatto di rapidità sorprendente e ricco di contraddizioni. Basti solo pensare ai no vax.

Abbiamo imparato che a causa delle varianti bisognerà convivere con questo virus per anni. Siamo ancora in cerca di spiegazioni sull’evoluzione di questo visrus che sono appunto le varianti,l’origine, la diffusione. Per quanto alcune linee di chiarezza scientifica in merito alla sua evoluzione sono ormai patrimonio comune. Un patrimonio condiviso che ha rappresentato, durante la pandemia un altro sforzo. Quello di poter avere a disposizione da parte di tutti dati importanti . Questo metodo per esempio non va sprecato.

IL processo di condivisione permette a tutti, e soprattutto agli addetti ai lavori di avanzare nuove ipotesi, verificare errori sperimentali ,organizzare e approntare strumenti di ricerca ulteriori e pianificare gli studi futuri. La disponibilità integrale dei dati risultanti dalle ricerche è oggi una consapevolezza che deve crescere sempre più. E’ ancora scarso l’approccio quantitativo; non sono ancora disponibili vere e proprie analisi del grado e delle modalità di condivisione dei dati nei principali campi di ricerca . Nuove e più efficaci strategie di condivisione occorrono per non sprecare i risultati a cui faticosamente si è giunti.

Nella risposta collettiva all’epidemia di COVID-19 si è dunque assistito a un fenomeno positivo: gli scienziati di tutto il mondo hanno condiviso in tempo reale dati e informazioni sulle caratteristiche biologiche, epidemiologiche e sulla gestione clinica del nuovo coronavirus .

Andrea Meneganzin scrive nel 2020 : “Le pandemie non aspettano la peer-review. Il processo di “revisione tra pari” – passaggio obbligato di ogni ricercatore che voglia vedere la propria ricerca pubblicata su una rivista scientifica, e che comporta diversi round di revisione e integrazione del manoscritto originale prima della validazione finale da parte dei revisori e dell’editore (i “pari” dell’autore) – richiede diversi mesi, e non di rado si supera l’anno(1). La revisione paritaria delle pubblicazioni scientifiche è una forma di controllo della qualità dei risultati prodotti e di auto-critica interna alla comunità scientifica, ma è un processo laborioso e dispendioso, anche in termini economici: sulle riviste più prestigiose e selettive “ad accesso libero” (open access) i costi di pubblicazione arrivano a tre zeri(2)
In presenza di un’emergenza sanitaria, la comunicazione e la collaborazione tra i ricercatori non può permettersi di seguire il “business as usual”, con gruppi di ricerca che custodiscono per sé importanti dati di rilevanza pubblica in attesa che vengano pubblicati ufficialmente su una rivista ad alto fattore d’impatto, dopo i tempi flemmatici di una revisione tra pari, e nel timore che una condivisione precoce acceleri il lavoro di gruppi concorrenti. Nel 2018 l’epidemiologo di Harvard Marc Lipstich (T.H. Chan School of Public Health) ha osservato come i preprint (letteralmente, le “prestampe”), articoli scientifici in attesa degli esiti di una revisione paritaria formale che vengono caricati su apposite piattaforme, abbiano fornito un modello di pubblicazione che ha accelerato la disseminazione dei dati durante le epidemie di Zika (2015-16) e di Ebola in Africa occidentale (2014-16)(3). Questi preprint, che contenevano nuove analisi e nuovi dati, erano stati resi disponibili oltre 100 giorni prima della loro pubblicazione da parte di una rivista scientifica. Nonostante il loro incremento e gli evidenti vantaggi per l’accelerazione delle misure preventive e di contenimento, la pubblicazione dipreprint non superava il 5% del volume totale di pubblicazioni su Zika e Ebola. (4)

Dal 31 gennaio 2020, cento riviste e istituzioni scientifiche (5)firmatarie del Wellcome Trust statement(incluso il colosso olandese Elsevier) hanno deciso di attivare diversi protocolli di emergenza e di collaborare per rendere immediatamente a libero accesso tutte le pubblicazioni relative a COVID-19, impegnandosi a condividere con l’OMS tutte le informazioni rilevanti, concedendo la pubblicazione preliminare degli articoli sottomessi su server preprint, e favorendo la pubblicazione di risultati parziali e ad interim.

In sostanza “Oggi l’emergenza COVID-19 ha riportato i riflettori sulle modalità di pubblicazione e di accesso alla letteratura scientifica e fornisce un contesto ideale per ripensare i modelli di pubblicazione basati sul profitto. La transizione a una scienza completamente libera è ancora lontana dall’essere compiuta. L’abbattimento dei sistemi paywall (l’accesso ai contenuti scientifici previa sottoscrizione di un abbonamento) garantito dagli editori accademici in queste ultime settimane è ancora una misura temporanea: si calcola che oggi, a 16 anni dalla fondazione del movimento Open access, solo il 27-28% di tutti gli articoli scientifici pubblicati su riviste sia ad accesso libero(6), a fronte di un 72% accessibile solo su pagamento. Si discute molto della realizzabilità del cosiddetto “Piano S”, sottoscritto nel settembre 2018 da 11 organizzazioni scientifiche europee e dal Consiglio europeo della Ricerca (ERC)(7), che si propone di rendere ad accesso libero tutte le ricerche finanziate da enti pubblici europei a partire dal 2021, chiedendo anche agli editori accademici maggiore trasparenza sui costi di pubblicazione e il loro impiego (che andranno sostenuti, ove applicabile, dai finanziatori e dagli istituti di ricerca). “

E’ del 2020 l’intervista a Giovanni De Gaetano, Presidente dell’IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) Istituto Mediterraneo Neuromed, che in questi mesi ha pubblicato diversi studi scientifici e meta-analisi sul Covid 19 di rilievo internazionale, ripresi dagli Stati Uniti alla Cina,apparsa su sanità informazione.it .

Nell’intervista Giovanni De Gaetano ci aiuta a capire che differenza c’è tra studio osservazionale e studio clinico controllato e randomizzato e qual ‘è il più affidabile. Oltre a informarci di cosa si occupano, esattamente, virologi, infettivologi e immunologi.

Dice De Gaetano «Per valutare l’efficacia dei farmaci, tra i quali i vaccini, lo standard riconosciuto unanimemente dalla comunità scientifica internazionale è il randomized clinical trial (RCT, lo studio clinico controllato e randomizzato). “ E naturalmente spiega il metodo per arrivare a questo controllo,. Ma soprattutto alla domanda : “Oltre gli RCT ci sono altri tipi di studi scientifici. Cosa è uno studio scientifico “osservazionale”? “ Risponde : «Nella piramide ideale della validità, ai RCT seguono subito dopo gli studi cosiddetti osservazionali: si tratta di indagini, generalmente di carattere epidemiologico, che fotografano una situazione esistente o ne osservano l’evoluzione in real life, nella realtà quotidiana: ad esempio, il farmaco non viene assegnato a random, ma secondo il criterio e la scelta del clinico che ha in gestione la cura del paziente; si formano sì, spontaneamente, un gruppo trattato e uno di controllo, che possono però risultare di numerosità diversa, con prevalenza diversa di uomini e donne, giovani e anziani e così via. Gli statistici hanno elaborato opportune tecniche per ovviare o comunque mitigare notevolmente le eventuali differenze tra gruppi, limitando la possibile influenza dei cosiddetti fattori confondenti (come le differenze tra i due gruppi nel numero di pazienti diabetici o ipertesi, nelle condizioni socio-economiche, nella prevalenza dei fumatori, ecc). Malgrado la robustezza della statistica, i risultati degli studi osservazionali non vengono considerati sufficienti per l’approvazione di un nuovo farmaco o vaccino oppure per l‘uso nuovo di un farmaco già in commercio».L’intervista poi affronta altri temi e si può leggere al link in nota ( 8)

Però abbiamo anche imparato che, nonostante tutte le dichiarazioni di buona volontà, alla pandemia mondializzata non corrisponde nessun serio desiderio da parte degli stati nazionali di adottare strategie effettivamente comuni. Abbiamo ascoltato gli appelli dell’organizzazione mondiale della sanità , abbiamo constatato la guerra dei vaccini intesa come ammissione ed esclusione degli stessi, sospensioni e infine il grande business delle case produttrici.

I vaccini cinese e russo, più che come risorse nella lotta, sono trattati come strumenti della Guerra fredda. L’unico nascosto e indicibile motore di solidarietà è quello che tiene unita l’internazionale dei ricchi contro i poveri.

Abbiamo imparato la retorica di “ non ci si salva da soli “ ma poche sono le azioni per condividere farmaci ed altre risorse per combattere la pandemia in questo caso e la malattia in generale.

Abbiamo imparato che discipline come la statistica e il calcolo delle probabilità non godono di buona stampa anche perchè pochi sono in grado di decifrare appunto i dati raccolti e comunque discutere come sono stati raccolti e come vengono esposti.

Al, 9 febbraio 2023, sono 672.328.018 i casi di Covid-19 in tutto il mondo e 6.849.019 i decessi. Mappa elaborata dalla Johns Hopkins CSSE. Oggi in Italia il totale delle persone che hanno contratto il virus è di 25.488.166 (5.558 in più rispetto a 8 febbraio ). Il numero totale di attualmente positivi è di 227.985. I deceduti sono 187.272 (48 in più rispetto a 8 febbraio). Il numero complessivo dei dimessi e guariti è di 25.072.909.

Abbiamo ascoltato a proposito dei vaccini l’esposizione (fantasiosa?! ) di teorie di manipolazioni genetiche e progetti di sostituzione etnica e misteriosi microchip installati sottopelle.

E poi abbiamo visto la spettacolarizzazione delle conseguenze del virus come la morte e lo strazio delle persone colpite da decessi familiari. Tutte cose che dimostrano che l’emergenza è il momento peggiore per ragionare. Che la didattica a distanza estremizza le diseguaglianze . Il lavoro a distanza ci ha insegnato che è possibile lavorare in un altro modo e che molti lavori del ceto medio non saranno più come prima: mentre i nuovi poveri dovranno accettare l’inaccettabile, gli white collar potranno porre condizioni più affabili e flessibili.

Ma ci siamo dimenticati che “Nonostante i numerosi studi fatti in passato e in corso, non si è ancora ottenuto un vaccino completamente efficace contro la tubercolosi. Questo è un problema di portata globale, perché attualmente due miliardi di persone, più di un quarto dell’umanità, è infetto dal micobatterio della tubercolosi che uccide quattromila persone al giorno. Duecentocinquanta milioni di persone si ammalano ogni anno di malaria, infezione dovuta a parassiti del genere Plasmodium trasmessa da una zanzara. Ogni anno oltre un milione di persone, soprattutto bambini, muore di malaria. Anche contro la malaria non si è ancora riusciti a mettere a punto un efficace vaccino preventivo, benché promettenti vaccini siano attualmente in corso di sperimentazione. Nel mondo più di 35 milioni di persone sono infette dall’Human Immunodeficiency Virus (il virus HIV), con 2,3 milioni di nuove infezioni ogni anno e con oltre 1 milione e seicentomila di persone che muoiono di AIDS. Le attuali terapie basate sulla combinazione di farmaci anti-retrovirali sono efficaci ma economicamente fuori portata per gli abitanti delle nazioni più povere. Nonostante le numerose scoperte, i finanziamenti e le pressioni dei malati, trent’anni non sono bastati per ottenere un vaccino contro il virus HIV, virus che si difende cambiando in continuazione. “ (9 )

Tante cose abbiamo imparato .Ma per tornare al nostro tema, ancora non abbiamo imparato a non sprecare . E ci sono molti sprechi, ossia molti modi di sprecare e in molti campi , in quello culturale, alimentare , ecologico, sanitario, sociale, umano .

Dice Papa Francesco “Siamo diventati insensibili ad ogni forma di spreco, a partire da quello alimentare, che è tra i più deprecabili”. Lo scrive il Papa nella sua terza enciclica, Fratelli tutti , lanciando ancora una volta – sulla scorta della Laudato si – un appello a superare questa forma di “cultura dello scarto” che divide l’umanità in due categorie: quelli che hanno troppo e quelli che hanno troppo poco. ( 10 )

Proprio in riferimento ad uno spreco che desta indignazione a di poco quello alimentare . “Lottare contro la piaga terribile della fame vuol dire anche combattere lo spreco. Scartare cibo significa scartare persone. È scandaloso non accorgersi di quanto il cibo sia un bene prezioso e di come tanto bene vada a finire male”. Come pure lottare contro lo spreco è mettere in atto tutte quelle azioni che permettono di preservare il nostro pianeta . Gli argomenti sarebbero tanti ma qui è il caso di chiudere questa riflessione sullo spreco che non è solo lo sperpero di esperienza e memoria ma è anche l’indifferenza di fronte allo scarto. A tutto questo è forse il caso di opporsi con forza perchè dalle esperienze di questi anni nasca una nuova visione dell’essere e dell’esserci in un futuro che non è nostro ma delle nuove generazioni alle quali bisogna preparare il cammino .

Ultima ma non per importanza,tra le considerazioni che abbiamo affrontato e che trasversalmente riguardano molti aspetti della nostra vita, è dunque appunto quello della cura che dipende dal sistema sanitario nazionale, che soffre di un impoverimento delle sue capacità e che negli anni ha accumulato esperienze , saperi e capacità di gestione che non vanno sprecate. Malgrado a volte si parli di mala sanità per alcuni avvenimenti che hanno avuto l’onore delle cronache, il sistema sanitario nazionale rimane un modello di intervento nella diagnosi e cura e rappresenta una conquista in confronto di altri sistemi sanitari vigenti in altri paesi. Purtroppo nel documento integrale della Nota di aggiornamento del Def varato dal Governo peggiora ancora il quadro della spesa sanitaria per il prossimo futuro anche a causa del peggioramento delle stime del Pil. Nel 2025 addirittura la spesa scenderà a quota 129,4 mld, oltre 4 mld in meno rispetto al 2022 dovuto in parte alle minori spese per la pandemia. Nel triennio 2023-2025 si segna una crescita complessiva della spesa sanitaria di 736 mln rispetto alle previsioni del Def, ma con una marcata decrescita in rapporto al Pil che si attesterà al 6,1% (nel 2022 è al 7,1%). Rispetto al Def di primavera la spesa sanitaria per il 2022 sale a quota 133,998 mld (nel Def era 131,710 mld) pari al 7,1% sul Pil (nel Def era il 7%). Anche la Nadef conferma il calo nel 2023 con una spesa che scenderà a 131,724 mld, pari al 6,7% del Pil (Nel Def era al 6,6%). Calo ancora più vertiginoso nel 2024 dove la spesa scenderà a 128,708 mld pari al 6,2% del pil (nel Def era al 6,3%). Nel 2025 una lieve crescita a quota 129,428 mld pari però al 6,1% del Pil (era il 6,2% nel Def). (11)

Una situazione particolarmente preoccupante soprattutto per le regioni. Infatti durante il 2021, per effetto della pandemia, le Regioni italiane hanno speso 8,3 miliardi in più rispetto all’anno precedente, ricevendo dallo Stato una copertura di poco superiore ai quattro miliardi di euro. Nel 2022, le spese extra sono proseguite e a queste si è aggiunto un ulteriore esborso di 1,4 miliardi di euro per i maggiori costi energetici, di fatto rimborsati dallo Stato per circa la metà. Infine, pende sulle Regioni la questione del payback, la cui entità è ancora parzialmente sconosciuta: per far fronte a bilanci regionali in rosso e per la spesa sanitaria pubblica, la legge di Bilancio prevede ora solo un incremento di tre miliardi a cui aggiungere un miliardo circa per il payback destinato quest’ultimo, nella sostanza, a coprire il 50% delle maggiori spese in attrezzature sanitarie. (12)

Una situazione che non fa sperare bene e che non ha bisogno di molti commenti ,perchè “l’indirizzo verso il quale questa condizione tende a muovere la sanità – scrive Alessandro Volpi su altreeconomie.it – è tuttavia assai esplicito. Un recente studio di Mediobanca mette in luce, con chiarezza, il recente rafforzamento della sanità privata. Nel 2021, 24 operatori sanitari privati hanno realizzato in Italia un fatturato di 9,2 miliardi di euro, in forte, e continua, crescita rispetto al passato. Una simile crescita è stata, in buona misura, trascinata dalla diagnostica. Lo stesso rapporto indica con didascalica evidenza che tale crescita dipende moltissimo dalla decisa frenata della spesa sanitaria pubblica i cui numeri sono, davvero impietosi, secondo quanto emerge dal recente Def. Come accennato in apertura, la spesa sanitaria pubblica, infatti, è prevista in ulteriore riduzione dal 6,7% del Pil nel 2023 al 6,3 nel 2024 fino al 6,2 nel 2025. Peraltro, occorre ricordare che si tratta di una spesa più bassa di quella della Germania, dove risulta pari al 10,9% del Pil, della Francia, dove è pari al 10,3, e della Spagna dove supera di poco il 7,8%. È evidente verso quale modello stiamo andando. “

[1] https://www.nature.com/news/does-it-take…

[2] Qui l’esempio di eLife, una nota rivista di scienze della vita e biomedicina: https://elifesciences.org/inside-elife/a058ec77/what-it-costs-to-publish

[3] https://journals.plos.org/plosmedicine/a…

(4)https://pikaia.eu/coronavirus-quando-lemergenza-sanitaria-promuove-una-nuova-cultura-della-ricerca/

(5)https://wellcome.ac.uk/press-release/sha…

6)https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/article…

[7 https://www.coalition-s.org/

(8)https://www.sanitainformazione.it/salute/covid-19-e-infodemia-il-vademecum-per-districarsi-in-un-oceano-di-informazioni/

(9 )https://www.neodemos.info/?author_name=redaneo1&ID=358&print=print-search

(10 )Al tema della riduzione dello spreco alimentare, un anno fa, la Pontificia Accademia delle Scienze ha dedicato una apposita Conferenza, svoltasi in Vaticano presso la casina Pio IV, per rimarcare che lo spreco e la perdita di cibo sono una questione morale ma anche fenomeni dannosi per il pianeta, a causa delle emissioni di gas serra e dello spreco dell’acqua e dei terreni utilizzati per produrre questi alimenti, che si riflettono soprattutto sulle popolazioni più povere il cui lavoro viene dissipato e i cui mezzi di sostentamento vengono compromessi. Pochi mesi prima, nel discorso rivolto il 18 maggio 2019 ai membri della Federazione europea dei banchi alimentari, Francesco aveva spiegato che lottare contro la piaga terribile della fame vuol dire anche combattere lo spreco: “Lo spreco manifesta disinteresse per le cose e indifferenza per chi ne è privo. Lo spreco è l’espressione più cruda dello scarto. Mi viene in mente quando Gesù, dopo aver distribuito i pani alla folla, chiese di raccogliere i pezzi avanzati perché nulla andasse perduto (cfr Gv 6,12). Raccogliere per ridistribuire, non produrre per disperdere. Scartare cibo significa scartare persone. E oggi è scandaloso non accorgersi di quanto il cibo sia un bene prezioso e di come tanto bene vada a finire male”. Un tema, quello dello spreco di cibo nei Paesi opulenti ai danni dei più poveri del pianeta, presente in tutti i discorsi tenuti da Papa Francesco nelle sue tre visite alla sede della Fao – il 20  novembre 2014, il  16 ottobre 2017 e il 14 febbraio 2019 – cui va aggiunta la visita al Programma alimentare mondiale del 13 giugno 2016.

https://www.agensir.it/chiesa/2020/12/26/papa-francesco-siamo-diventati-insensibili-ad-ogni-forma-di-spreco/M Michela Nicolais Papa Francesco: “Siamo diventati insensibili ad ogni forma di sprecco 26 Dicembre 2020

(11)https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=107695

(12)https://altreconomia.it/sanita-pubblica-senza-risorse-lindirizzo-e-chiaro-privatizzare/

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