” AL MERCATO DI KANTAMANTO ” – DI VALTER MARCONE

Redazione-  Al mercato di Kantamanto, nella capitale del Ghana ,Accra, uno dei maggiori mercati di abiti usati al mondo, arrivano ogni settimana 15 milioni di indumenti di seconda mano scartati dal nord del mondo. Solo il 60% di questi 15 milioni di vestiti usati è riutilizzabile ,(alimentando imprese in Ghana che si dedicano al recupero di questi capi come lavaggio, stiraggio , rammendo ecc. ) mentre il restante 40% viene scaricato in mare nel Golfo di Guinea , uno dei tanti oltraggi ai quali è sottoposto appunto in generale il mare. .

Lo ha raccontato Report nella trasmissione su Rai Tre di domenica undici febbraio . Un racconto che, dopo aver esaminato alcuni aspetti e problemi della produzione di abiti nel settore della moda nel nostro continente , del loro percorso per così dire commerciale , ha aperto l’obiettivo sul mercato di Kantamando che si estende per circa sette ettari nel centro di Accra, con circa 5.000 negozi di abiti usati che danno lavoro a 30.000 persone. Proprio le considerazioni di un economista locale e l’intervista ad alcuni lavoratori , tra cui anche pescatori, hanno messo in evidenza come quello che economicamente sembrerebbe essere un business in realtà è una catastrofe ambientale e umana. Infatti è proprio l’aspetto umano che viene fuori dalla esposizione dei temi relativi a questo settore che pone interrogativi significativi.

Sulle nostre spiagge approdano i migranti; sulle spiagge da dove partono quei migranti approdano i rifiuti del nostro benessere che nel caso dei vestiti è un vero e proprio “shock globale” perchè rendono quelle spiagge discariche a cielo aperto. I vestiti usati scartati nei paesi europei sono passati da 550 mila tonnellate del 2000 a circa 1,7 milioni nel 2019; vestiti che finiscono per il 46% in Africa e per il 41% in Asia .

E’ dunque l’aspetto umano che propone riflessioni intense come in tutti i casi in cui la vita delle persone è legata allo stentato modo di procurarsi un sostentamento per vivere in un ambiente che spesso diventa ostile in quanto inquinato .

Ostile non solo per l’inquinamento ma anche per esempio, a causa della burocrazia come nel caso del mercato abusivo in un quartiere di i Palermo nato proprio a fianco di quello legale, caratteristico e famoso di Portobello, raccontato da Diego Bianchi in una puntata di Propaganda Live su La 7 attraverso interviste ai protagonisti . Nel reportage andato in onda venerdì 19 gennaio 2024 Diego Bianchi racconta la sua visita , con una levata mattutina alle 4, tra i “mercatari” dell’Albergheria: un gruppo di ambulanti che lotta per mantenere le proprie bancarelle di vestiti e oggetti di seconda mano al centro di Palermo. Il Comune vuole sgomberarli per riqualificare la zona, ma loro invece chiedono di essere regolarizzati e continuare a offrire merce a chi non può permettersi di comprare a prezzo di mercato.

Quindici milioni di capi di abbigliamento scartati , considerati rifiuti. Una cifra strabiliante per chi come me e certamente come per molti tra i lettori di queste riflessioni, è vissuto in un’ altra epoca con dimensioni completamente diverse. Ricordi personali che mettono un po’ di nostalgia. A cominciare da quel completo pantalone e giacca da ragazzino ( prima calzoni corti, poi al ginocchio e infine lunghi ) una volta all’anno per la festa della Pasqua o per la prima comunione e poi per tutti i giorni cappotti “ rivoltati ” , abiti di adulti raccorciati, colli e polsini delle camice rifatti, fino a quei pantaloni cuciti da mia madre senza la patta perchè non sapeva farla e quindi che dovevano essere “calati” per fare la “pipi” come le femminucce. E in generale l’abbigliamento nella secolare civiltà contadina del nostro paese che per secoli è stato prodotto in casa ; filati e tessuti con la lana di pecora che davano tessuti ruvidi ,spugnosi e rugosi , oppure con canapa e lino coltivati sugli argini dei fiumi . Un vestito all’anno e l’acquisto di un paio di scarpe per l’inverso con il ricavato della vendita di parte del raccolto ,sacrificato e sottratto alle necessità alimentari della famiglia , alla prima fiera autunnale dell’anno. Insomma generazioni con le “pezze al culo “ , spesso un vanto e un onore in una economia di sussistenza che non scartava niente ma proprio niente.

Quindici milioni di capi di abbigliamento scartati che rappresentano un macigno contro il gesto volontario di molti di noi che depongono qualche indumento ancora utilizzabile nei cassonetti gialli della raccolta di indumenti pensando magari anche di fare un’opera di beneficenza , insomma un gesto buono e solidale proprio contro lo spreco che è nel nostro ragionamento una vera e propria “ orgia di delirio”.

Un riciclo alimentato dalla frequentazione di mercatini dell’usato ma anche dei mercati settimanali di L’Aquila e Sulmona, che conosco di più, ma ce ne sono anche in altre città, dove per dieci euro puoi comprare anche indumenti di cachemire che comunque Cucinelli e altri ti offrono dai trenta euro in su e polo, giacche, camice , pantaloni ,a due euro .

Tornando alla vicenda del Ghana mi sembra interessante questa diagnosi fatta da Dario Prestigiacomo su Europa.Today.it nel giugno dello scorso anno riassumendo un articolo del Guardian così : “Si tratta di una montagna enorme di tessuti, che le autorità locali non riescano a smaltire in modo corretto. Tra il 2010 e il 2020, almeno dieci discariche legali hanno dovuto chiudere i battenti per aver raggiunto il limite di capienza. Attualmente, la discarica di Adepa, 50 km a nord di Kantamanto, riesce a gestire solo il 30% del totale dei rifiuti di abbigliamento che arrivano sul mercato locale. Il restante 70% “finisce in fossati e scarichi, rilasciando coloranti in mare e fiumi, e coprendo le spiagge con vasti grovigli di vestiti”, scrive il Guardian. Una “catastrofe ambientale” per la biodiversità marina e un danno economico per le attività di pesca, denunciano i commercianti giunti a Bruxelles per incontrare le autorità Ue”(1)

Ma non ci sono solo i rifiuti tessili ad inquinare il sud del mondo .

Per esempio nel settore della plastica. Un problema che riguarda direttamente il nostro paese .Scrive Greenpeace in un suo rapporto : “ll bando all’importazione di rifiuti introdotto dalla Cina nel 2018 ha riguardato anche i rifiuti plastici. Scarti di lavorazione, cascami, rifiuti industriali e avanzi di materie plastiche (riconducibili al codice doganale 3915), da un anno sono ormai respinti dalle

dogane cinesi. Questa decisione ha permesso di mettere in evidenza le numerose falle e criticità del sistema di riciclo della plastica a livello globale, tanto che oggi i rifiuti in plastica difficilmente trovano una collocazione sul mercato globale. Considerando che più del 90 per cento di tutta la plastica prodotta a partire dagli anni Cinquanta non è stata mai riciclata e data la crescita esponenziale della produzione globale di materie plastiche negli ultimi decenni, l’introduzione del bando cinese renderà ( ha reso ndr) più difficile la gestione dei rifiuti in plastica. Senza interventi urgenti che riducano la produzione rischiamo di essere sommersi dalla plastica.” (2)

Ecco dunque il delinearsi anche per il nostro paese la necessità di esportare rifiuti plastici. In questa classifica di esportatori l’Italia è dunque all’undicesimo posto . Ma non è solo la plastica che esportiamo . Plastica in Turchia ed Europa dell’Est, rifiuti elettronici e auto in Africa, scarti ferrosi in India e Sud-est asiatico. E poi container pieni di spazzatura mista fino agli angoli più inquinati del Pianeta. Solo per la plastica dunque nel 2018, sono stati spediti all’estero circa 200mila tonnellate di scarti .

“Il problema nasce tutto da lì, dal fatto che in Italia si premia la quantità e non la qualità della raccolta differenziata”. A dirlo Claudia Salvestrini, direttrice di Polieco, il consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti dei beni a base di polietilene, che vigila sul corretto riciclo dei rifiuti di plastica.«Possiamo anche raggiungere il 90 per cento di raccolta differenziata, ma all’atto

pratico si tratta spesso di plastica di bassa qualità, tanto che di quella raccolta differenziata posso avere più del 30 per cento di materiali eterogenei di plastica da scartare»E che fine facevano in Italia questi scarti della differenziata? «All’epoca, si spedivano in Cina in impianti fatiscenti, spesso inesistenti, e ancor più spesso privi dei sistemi di sanificazione e di lavaggio» continua Salvestrini che, a capo di un consorzio che conta 4 mila soci, è spesso stata costretta a mettere il naso negli affari della criminalità organizzata e dell’esportazione illegale di rifiuti”(3)

Dati aggiornati al 2021, (appena tre anni dipo la precedente stima sopra riferita) delineano una situazione anche peggiore : l’Italia ha esportato oltre 290 mila tonnellate di rifiuti in plastica, di cui 43 mila verso Paesi extra-europei. Nel 2022, questi ultimi sono aumentati ad oltre 55 mila tonnellate.

E poi c’è il problema allarmante dell’inquinamento da plastica del Mare Mediterraneo, un mare piccolo considerata la sua estensione in rapporto alla superficie oceaniche e e di altri mari ,alle porta delle nostre case . Con 247 mila brandelli di plastica, circa il 7% della microplastica marina in una Europa da record in quanto è al secondo posto come produttore mondiale di plastica.

La situazione è descritta dal report del Wwf “Stop the flood of plastic” (fermate il diluvio di plastica).Una situazione allarmante perchè ogni anno si stima che finiscano nelle acque marine dai 4,8 ai 12,7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici. (4)

Un mare che è stato la culla di molte civiltà storiche e che ancora oggi svolge una funzione determinante per i rapporti che hanno tra di loro i paesi frontalieri che si affacciano sulle sue rive. Un mare su cui sono state scritte pagine e pagine da riempire chilometri di biblioteche. Basti solo ricordare il Breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic edito da Garzanti (5) e Il Mediterraneo di Ferdinand Braduel edito da Bompiani (6)

Per quello che riguarda i mari poi c’è anche un altro tipo di inquinamento :gli incidenti che si verificano durante le trivellazioni petrolifere offshore e il trasporto di petrolio.

Per non parlare ancora di inquinamento dovuto al cambiamento climatico che sta infliggendo gravi danni ai paesi del sud del mondo che proprio all’ultima Cop 29, la conferenza Onu sul clima, hanno fatto richiesta di un indennizzo. Tanto che Euronews a questo proposito scrive così :“La richiesta è dunque quella che le economie più sviluppate paghino per le loro responsabilità legate alla crisi climatica: “L’Africa contribuisce a meno del 3% dell’inquinamento responsabile del cambiamento climatico, ma è la più colpita dalla crisi che ne consegue – ha dichiarato William Ruto, presidente del Kenya – È quindi giusto e opportuno che questa conferenza prenda le misure necessarie per riconoscere le esigenze e le circostanze particolari dell’Africa”. (7)

Ma tanto per continuare l’elenco di rifiuti scaricati nei paesi del sud del mondo in un cajer de doleance va ancora menzionato il Ghana dove ad Agbogbloshie, si trova la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo, causando un enorme impatto sia sui lavoratori che ambientale. .

Sulla gestione dei rifiuti urbani nella Eu il sito Tematiche del Parlamento europeo esamina ampiamente la questione offrendo anche infografiche esplicative e significative .Gli scarti domestici rappresentano la maggior parte dei rifiuti urbani in Europa .All’interno dell’UE, ogni anno vengono prodotte 2,2 miliardi di tonnellate di rifiuti. Più di un quarto (27%) è rappresentato da rifiuti urbani: detriti quotidiani raccolti e trattati dai comuni, generati prevalentemente dalle famiglie. I dati rivelano che la quantità di rifiuti e le modalità di gestione variano notevolmente tra i vari paesi dell’UE, ma si è osservato un trasferimento verso un riciclaggio più intensivo e un minor conferimento in discarica.(8)

Eppure a lungo si è parlato e si continua a parlare di una possibile soluzione a questo problema dello smaltimento dei rifiuti in modo per così dire virtuoso che tratterebbe i rifiuti di ogni paese in casa propria evitando inquinamento ed esercizi a volte criminali delle esportazioni illecite di materiale inquinante. Parlo della raccolta differenziata e le conseguenti azioni per il riciclo che i di cui si interessa l’Ispra ( 9 ) che in suo report dice :”Il dato medio sul riciclo italiano, come quello europeo, comprende grandi differenze a seconda dell’area geografica: il paese più virtuoso nel riciclo è la Germania (66 per cento), mentre agli ultimi posti ci sono Malta (8 per cento) e Romania (15 per cento). In Italia sono più virtuose le regioni settentrionali con il 64,2 per cento di rifiuti urbani riciclati rispetto alla produzione totale; il dato scende al 48,6 per cento nel centro e al sud si riduce ulteriormente al 37,6 per cento”

Lunedì 16 aprile 2023 gli eurodeputati hanno discusso del pacchetto sull’economia circolare, che stabilisce nuovi obiettivi giuridicamente vincolanti per il riciclaggio dei rifiuti e la riduzione dello smaltimento in discarica con scadenze prestabilite. Il pacchetto stabilisce due obiettivi comuni per l’Unione europea. Il primo è il riciclo di almeno il 55% dei rifiuti urbani entro il 2025. Questa quota è destinata a salire al 60% entro il 2030 e al 65% entro il 2035. Il secondo obiettivo è il riciclo del 65% dei rifiuti di imballaggi entro il 2025 (70% entro il 2030) con obiettivi diversificati per materiale, Le nuove regole riguardano anche le discariche e prevedono un obiettivo vincolante di riduzione dello smaltimento in discarica. Entro il 2035 al massimo il 10% del totale dei rifiuti urbani potrà essere smaltito in discarica. (10)

Nell’Unione europea si producono ogni anno più di 2,2 miliardi di tonnellate di rifiuti. L’UE sta aggiornando la legislazione sulla gestione dei rifiuti per promuovere la transizione verso un’economia circolare, in alternativa all’attuale modello economico lineare. A marzo 2020 la Commissione europea ha presentato, sotto il Green deal europeo in linea con la proposta per la nuova strategia industriale, il piano d’azione per una nuova economia circolare che include proposte sulla progettazione di prodotti più sostenibili, sulla riduzione dei rifiuti e sul dare più potere ai cittadini, come per esempio attraverso il ‘diritto alla riparazione‘. I settori ad alta intensità di risorse, come elettronica e tecnologie dell’informazione e della comunicazione, plastiche, tessile e costruzioni, godono di specifica attenzione.

Nel febbraio 2021 il Parlamento europeo aveva già votato per il nuovo piano d’azione per l’economia circolare, chiedendo misure aggiuntive per raggiungere un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale, libera dalle sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050. Chiedendo anche norme più severe sul riciclo e obiettivi vincolanti per il 2030 sull’uso e l’impronta ecologica dei materiali.

(1)https://europa.today.it/ambiente/discarica-vestiti-europa-disastro-ambientale.html

(2)https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/2019/04/b7485886-le-rotte-globali-e-italiane-dei-rifiuti-in-plastica_def.pdf

(3)PolieCo è il Consorzio nazionale per il riciclaggio di rifiuti di beni in polietilene, chiamato a non avere scopo di lucro ed è retto dallo statuto di cui al d.m. 23 Maggio 2019 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 11 Luglio 2019); per legge ed in particolare ai sensi e per gli effetti dell’articolo 234 del d. lgs. 152/2006, con riferimento ai beni a base di polietilene, sono obbligati ad aderire al Consorzio, al fine di adempiere alle loro obbligazioni ambientali, i produttori e gli importatori, gli utilizzatori ed i distributori, i riciclatori ed i recuperatori di rifiuti, oltre i soggetti che intendano essere coinvolti nella gestione dei rifiuti stessi di beni a base di polietilene; allorquando saranno poi resi dal Legislatore attuabili i sistemi di cui al comma 7 dell’articolo 234 del d. lgs. 152/2006 – gli stessi soggetti alternativamente potranno farsene carico, fermo restando nel frattempo l’obbligo di partecipazione al Consorzio stesso.

(4)https://www.focus.it/ambiente/ecologia/plastica-ecco-chi-inquina-il-mediterraneo

( 5)Come si legge sul risvolto di copertina di Breviario mediterraneo , questo libro è un «Trattato poetico-filosofico», «romanzo post-moderno», «portolano», «diario di bordo», «libro di preghiere», «midrash», «raccolta di aforismi», «antologia di racconti-saggio», «cronaca di un viaggio»: sono queste alcune delle definizioni che hanno accolto Breviario mediterraneo, un libro che le accetta tutte e insieme le trasgredisce, in una sfida ai generi letterari che affonda le sue radici nel saggismo classico. In pagine sempre dense e appassionanti, Predrag Matvejević ricostruisce la storia di una parola – «Mediterraneo» – e rievoca gli infiniti significati che essa include, guidando il lettore verso mille scoperte: lo stile dei porti e delle capitanerie, l’addolcirsi dell’architettura sul profilo della costa, i concreti saperi della cultura dell’olivo e il diffondersi di una religione, le tracce permanenti della civiltà araba ed ebraica, i destini e le storie nascosti nei dizionari nautici e nelle lingue scomparse, i gerghi e le parlate che cambiano lentamente nel tempo e nello spazio. Come scrive Claudio Magris nella sua prefazione, Breviario mediterraneo «è un racconto che fa parlare la realtà e innesta perfettamente la cultura nell’evocazione fantastica… È un libro geniale, imprevedibile e fulmineo». Questa edizione del Breviario mediterraneo, la settima, riprende il titolo originale del volume e accoglie un’ampia serie di aggiunte messe a punto in occasione delle diverse traduzioni (oltre venti) approntate in questi anni. È la nuova versione rivista e arricchita di un libro che è già diventato un classico.

(6)Fernand Braudel, con la collaborazione di un altro insigne storico, Georges Duby, e noti studiosi di varie discipline come Roger Amaldez, Maurice Aymard, Filippo Coarelli, Jean Gaudemet, Piergiorgio Solinas, ha realizzato questo grandioso affresco del Mediterraneo.
Come scrive nell’Introduzione: ”Quel che abbiamo voluto tentare è un incontro costante di passato e presente, l’ininterrotto trascorrere dall’uno all’altro, un concertato senza fine liberamente eseguito a due voci. Se tale dialogo, con i suoi problemi che si riecheggiano reciprocamente, anima la sua opera, potremo dire di aver conseguito lo scopo. La storia non è altro che una continua serie di interrogativi rivolti al passato in nome dei problemi e delle curiosità – nonché delle inquietudini e delle angosce – del presente che ci circonda e ci assedia. Più di ogni altro universo umano ne è prova il Mediterraneo, che ancora si racconta e si rivive senza posa. Per gusto, certo, ma anche per necessità. Essere stati è una condizione per essere.”

(7)https://it.euronews.com/2022/11/08/cop27-la-denuncia-del-sud-del-mondo-chi-inquina-di-piu-paghi

(8)https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20180328STO00751/statistiche-sulla-gestione-dei-rifiuti-in-europa-infografica-con-fatti-e-cifre

(9)L’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) è ente pubblico di ricerca, dotato di personalità giuridica di diritto pubblico, autonomia tecnica, scientifica, organizzativa, finanziaria, gestionale, amministrativa, patrimoniale e contabile.
L’ISPRA è sottoposto alla vigilanza del Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE). Il Ministro si avvale dell’Istituto nell’esercizio delle proprie attribuzioni, impartendo le direttive generali per il perseguimento dei compiti istituzionali.
Fermo restando lo svolgimento dei compiti, servizi e attività assegnati all’Istituto ai sensi della legislazione vigente, nell’ambito delle predette direttive sono altresì indicate le priorità relative agli ulteriori compiti, al fine del prioritario svolgimento delle funzioni di supporto al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE).

(10)https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20170120STO59356/pacchetto-sull-economia-circolare-nuovi-obiettivi-di-riciclaggio-dell-ue

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