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SIAMO VERAMENTE LIBERI? DI FEDERICO MARTELLI

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Redazione-“L’ uomo è nato libero e ovunque è in catene” afferma Jean Jacques Rousseau nel Contratto sociale Già nel diciottesimo secolo il filosofo svizzero aveva decretato l’ inevitabile fine della libertà individuale. Solo nello “stato di Natura”  l’uomo poteva essere libero in quanto  guidato dall’ istinto e dalle proprie pulsioni, ma nella Natura è difficile sopravvivere  per un singolo individuo. La Natura rappresentava un pericolo e quindi gli uomini hanno dovuto collaborare e cooperare per dominare sulla Natura, è la cosiddetta socialità. Nella società si è dovuta sacrificare parte della libertà individuale per avere più sicurezza. Progressivamente la società si è evoluta e la relazione libertà-sicurezza si è direzionata a favore della seconda, arrivando al culmine con l’ avvento della modernità. Questa tipo di società è rappresentato dal concetto di panopticon.

Questo termine deriva da un gigante con un migliaio di occhi della mitologia greca, Argo Panoptes, e letteralmente significa <<che fa vedere tutto>> inteso come un sorvegliante osserva (= opticon) tutti (= pan) senza permettere a questi di capire se sono sorvegliati o meno. Jeremy Bentham utilizza questo termine per un carcere in grado di “ottenere potere sulla mente in maniera e in quantità mai vista prima”. L’idea centrale di Bentham è che i detenuti, a  forza di sentirsi osservati in ogni ora della giornata, per anni ed anni, finiranno per introiettare una tale angoscia e per subire un così forte condizionamento psicologico, tanto da comportarsi “bene” in maniera automatica, per il solo fatto di sapere che ogni loro eventuale infrazione potrebbe essere vista e, quindi, punita.

Michel Foucault in Sorvegliare e punire, partendo dalle precedenti definizioni, intende il panopticon come metafora di un potere invisibile, come paradigma della società moderna, che pervade la società da dentro e si costruisce in una serie di relazioni di potere, attraverso un controllo invisibile. Secondo Foucault, la maggior parte delle strutture sono centri di controllo e quindi più drasticamente prigioni, come per esempio le fabbriche, le scuole, le caserme e  le strutture ospedaliere, … Esempi di sistemi di questo tipo possono essere trovati nei lavori di Orwell, Nineteen Eighty-Four e La fattoria degli animali, ma anche  nella storia, in particolare nel nazismo, nel fascismo, nello stalinismo, … Durante quest’ era il potere è dello Stato e il rapporto tra popolo e Stato, tra sorvegliati e sorveglianti può essere ancora accostato alla relazione libertà – sicurezza.

Ma nel passaggio dalla modernità alla post-modernità il potere si è concentrato, ancor di più, nelle mani di pochi individui al comando di multinazionali e forze supernazionali che controllano e condizionano indirettamente le scelte dello Stato. La grande sicurezza ottenuta dall’ umanità si sta trasformando in un’ arma a disposizione delle varie potenze che possono controllare e sorvegliare senza essere viste (controllo informale). I sorvegliati, quindi non sanno di essere controllati, ma, al contrario del passato, vivono pensando di essere liberi, senza la consapevolezza che ogni scelta è pilotata. Perciò questa inconsapevolezza evita contrasti che porterebbero a cambiamenti. Adesso lo Stato è combattuto tra il garantire la sicurezza (quindi i diritti e i doveri) dei cittadini e acconsentire alla richieste delle multinazionali e degli enti supernazionali che detengono il potere. Non si potrà più utilizzare la relazione precedente valida per l’ era moderna ma si avrà un rapporto tra popolo e enti multinazionali e quindi una relazione tra libertà e potere.

Prima di andare avanti  è necessario  fare una distinzione tra controllo formale e controllo informale nonché dare una definizione di potere. Il potere (dei sorveglianti) è basato sul controllo della comunicazione e dell’informazione; il contropotere (dei sorvegliati) si basa sulla capacità di infrangere quel controllo. Inoltre l’affermarsi e l’estendersi del processo di burocratizzazione dai grandi organismi statali o comunali, alle grandi imprese economiche, pubbliche e private, nazionali e internazionali, ai partiti, ai sindacati, ai diversi gruppi di interesse, un processo che è inarrestabile e di fronte al quale chi si pone il problema delle future forme di organizzazione politica non può non chiedersi se, e in che modo, sia ancora possibile salvare qualche residuo di una libertà di movimento in qualche senso individualistica e non può non manifestare il timore che si vada incontro ad uno Stato che sia una gabbia d’acciaio che paralizzi la vita sociale e disumanizzi la vita privata.

Il controllo formale è basato sulle norme, quello informale è basato su veri o finti valori. Il potere formale, tipico dell’ era pre-moderna, “è ciò che si vede, ciò che si mostra, ciò che si manifesta e, in modo paradossale, trova il principio della sua forza nel gesto che la ostenta” – afferma Foucault – come nelle fastose cerimonie in cui si celebrava il sovrano dell’assolutismo. Viceversa “il potere disciplinare (informale) si esercita rendendosi invisibile; e, al contrario, impone a coloro che sottomette un principio di visibilità obbligatorio. Nella disciplina sono i soggetti a dover essere visti […]. È il fatto di essere visto incessantemente, di poter sempre essere visto, che mantiene in soggezione l’individuo disciplinare”. In questa società c’è la possibilità costante di esser controllati, ma mai la consapevolezza. Chi è sottoposto a questo sguardo, «è visto ma non vede». Il sistema del panopticon nella nostra era è “l’ occhio elettronico” –  usando l’ espressione di David Lyon – che osserva incessantemente. Tutti siamo sottoposti a questo processo di individualizzazione e isolamento nelle nostre celle (tornando al carcere ideato da Jeremy Bentham) che siamo noi stessi a creare. Noi stessi siamo gli artefici del nostro isolamento. Le nostre “celle” sono i “non-luoghi” in cui non socializziamo, ovvero “uno spazio privo delle espressioni simboliche di identità, relazioni e storia: esempi tali di ‘non luoghi’ sono gli aeroporti, le autostrade, le anonime stanze d’albergo, i mezzi pubblici di trasporto […]. Mai prima d’oggi nella storia del mondo i non luoghi hanno occupato tanto spazio.” – come  afferma Zygmunt Bauman. “Anthropos physei politikon zoon”, ovvero l’ uomo è di natura un animale sociale in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società, come scrive Aristotele nella sua Politica.

Foucault ricostruisce in termini storici il passaggio dalle istituzioni totali, il cui modello archetipico è appunto il panopticon, che hanno costituito il principale laboratorio di organizzazione sociale dall’epoca proto moderna (l’età classica), all’epoca moderna, nel quale, tramite la tecnologia, il sistema del panopticon si è accentuato. Ebbene, il potere di cui parla Foucault è la forza normativa delle istituzioni che si basa sull’ osservazione, l’ identificazione, la classificazione e l’ analisi di tutti gli individui della società, ovvero fondato sulla conoscenza, confermando  così la tesi baconiana che afferma: “sapere è potere”.

Nella nostra era, la “modernità liquida” (termine di Zygmunt Bauman) o post-modernità,  ovvero un periodo di transizione con conseguenze ancora tutte da capire, il concetto di panopticon si è accentuato. Con l’avvento della post-modernità è aumentato il controllo informale che prevale sul controllo formale. Questo è stato possibile “a causa della tecnologia”; afferma Gary T. Marx: “sta crollando una delle ultime barriere che ci separano dal controllo totale”.  Ad esempio i social network sono formidabili strumenti di controllo sociale: qualsiasi cosa facciamo sulla rete, lascia una traccia elettronica permanente che può essere utilizzata da chi vi ha interesse per le ragioni più disparate. Si tratta di una rinuncia alla privacy, alla libertà individuale per sottoporci volontariamente all’asservimento di oscuri padroni delle nostre vite. La facilità di accesso alla rete dà l’impressione di una grande libertà d’azione e di comunicazione. Lo scrivono Zygmunt Bauman e David Lyon nel libro “Sesto potere: la sorveglianza nella modernità liquida” dedicato al nuovo Panopticon della società moderna, ossia la rete. Questo potere invisibile è capace di controllare il comportamento, le opinioni, i desideri, le inclinazioni e il pensiero di milioni di persone senza essere visto e di tenerne conto al momento opportuno. La sottomissione volontaria al nuovo Panopticon, tuttavia, non è dovuta al bisogno di trasparenza e razionalizzazione, come era stato per Bentham nel Settecento, ma al desiderio di ritrovare la comunità perduta, ovvero quella condizione di calore, contatto e soddisfazione che è venuta a mancare nella società liquida per effetto dell’indebolimento dei legami personali e familiari di cui abbiamo bisogno per sentirci vivi, per sapere che esistiamo. È la voglia di comunità, la voglia di far parte di un tutto e di essere riconosciuti come individui che ci spinge a ricercare nella rete ciò che è andato perduto nella realtà quotidiana.

Si può ritenere che i social network  abbiano l’obbiettivo di collegare le persone di tutto il mondo. In altre parole gli individui, utilizzando le piattaforme sociali,  aspirano ad essere presenti in ogni dove in uno stesso momento, ovvero ad essere un “individuo onnipresente” come un Dio. L’effetto ottenuto è il perfetto contrario perché fisicamente si resta sempre seduti davanti ad un monitor. Prendendo in prestito le parole di Marc Augé, i social network sono “non luoghi” intesi come luoghi virtuali inesistenti, che non aiutano l’individuo a relazionarsi e a facilitare l’entrata nella società, ma solo a renderlo solo. Di fatto il voler essere “individuo onnipresente” risulta, in partenza, un fallimento, perché questi due termini sono opposti e quindi tutta l’affermazione risulta un paradosso. Gli smartphone hanno decretato la fine della libertà individuale. Essi sono diventati oggetti quotidiani, da portare sempre e ovunque con sé, da poter consultare in ogni momento e quindi sono diventati oggetti anteposti alle persone, nel peggiore dei casi relazioni virtuali vengono preferite e sostituite a relazioni reali. A differenza, ad esempio, di un  paio di scarpe, anch’ esso un oggetto della quotidianità,  lo smartphone sottrae tempo per socializzare trasportando metaforicamente l’ individuo in un luogo virtuale inesistente, in un “non luogo” come detto precedentemente.

L’ uso degli smartphone e della rete hanno portato anche notevoli vantaggi, hanno velocizzato la comunicazione, reso l’informazione accessibile  a tutti, aiutato le persone nelle questioni più disparate grazie alle numerose applicazioni; ma hanno anche eliminato l’ esistenza della privacy e della libertà individuale favorendo, così, le grandi multi-nazionali a controllarci e pilotarci; hanno incrementato il livello di stress; hanno reso gli individui sempre localizzabili;  hanno dato “parola a legioni di imbecilli”, usando un’ espressione di Umberto Eco; hanno reso gli individui ancora più soli e meno sociali; hanno procurato problemi visivi e possibili effetti dannosi per la salute a causa delle radiazioni prodotte dalle onde elettromagnetiche. L’ ago della bilancia pende dalla parte degli svantaggi e ogni essere umano si dovrebbe porre la domanda: <<Sono io che utilizzo la tecnologia o è lei che utilizza me?>>.

Quindi le soluzioni che i sorvegliati hanno a disposizione contro questa forma di controllo invisibile sono la consapevolezza di vivere dentro questo sistema sociale, l’ informazione vera ottenibile tramite letture impegnative e la partecipazione attiva alle questioni sociali. (Come vedremo, questa è la stessa soluzione usata da Winston Smith per cercare di uscire dal sistema sociale rappresentato da George Orwell in Nineteen Eighty-Four). La domanda che mi sono posto è una domanda ricorrente tra i pensatori e i filosofi del passato, ovvero “Quis custodiet ipsos custodes?”, “Chi controllerà i sorveglianti stessi?”. Una domanda labirintica se immaginata in modo lineare (ovvero un sorvegliante che controlla altri che a loro volta vigilano su altri … e così via), che trova una soluzione nella circolarità (ovvero il sorvegliante controlla i sorvegliati che

 vigilano sul sorvegliante).

Bibliografia:

Carlo Bordoni, (2012), Attenti al nuovo Panopticon, Il Fatto Quotidiano.

Michel Foucault, (1976), Sorvegliare e punire.

Zygmunt Bauman, (2002), Modernità liquida.

Marc Augè, (2009), Nonluoghi.

Jean Jacques Rousseau, (1762), Contratto sociale.

Zygmunt Bauman e David Lyon, (2014), Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida.

George Orwell, (1949), Nineteen Eighty-Four.

Umberto Eco, (1992), Secondo diario minimo.

George Orwell, (1947), La fattoria degli animali.

David Lyon, (1997), L’occhio elettronico. Privacy e filosofia della sorveglianza.

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