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TRANSFERT E CONTROTRANSFERT NELLA PRASSI CLINICA

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Redazione-Diversamente dallo studio del transfert, più ancorato al retaggio freudiano, quello sul controtransfert ha avuto un ruolo determinante e innovativo nella teoria e nella prassi terapeutica contemporanea.

Hirsch (1994), nel ripercorrere sinteticamente la storia dell’uso terapeutico del controtransfert, ci ricorda che i primi a dare un contributo innovativo come Cohen (1952), Fromm-Reichmann (1950), Tauber (1954) e Thompson (1950), ebbero un ruolo di transizione tra i momenti psicoanalitici in cui il controtransfert era visto come un problema nevrotico che interferiva con il lavoro analitico a quelli in cui la consapevolezza controtransferale è considerata una significativa fonte terapeutica, per arrivare poi a una comprensione di “campo” dei fenomeni psicoanalitici.

Questi autori hanno tutti enfatizzato i problemi e le trappole del controtransfert almeno quanto il suo valore potenziale. Al riguardo, ci sembra interessante accennare  brevemente al pensiero di fondo di una delle autrici più influenti e innovative di quegli anni, cioè Clara Thompson.

Il controtransfert secondo la visione di Clara Thompson

Nella visione di Clara Thompson (1950, 1964), si possono distinguere nel controtransfert sentimenti sia razionali che irrazionali. Questi ultimi possono essere attribuiti alla personalità e ai valori dell’analista e portare a gravi punti ciechi nella visione analitica o a potenziali agiti. L’obiettivo dell’analista è quindi diventare consapevole di tutti i sentimenti e capire se sono aspetti della propria personalità (cioè reazioni nevrotiche, basate sull’ansia verso il paziente) o dati utili sul paziente stesso.

Come Clara Thompson (1964) indica, tutti gli analisti, nonostante analisi personali adeguate, hanno valori e caratteristiche di personalità che continuano ad avere un significativo impatto analitico che non può mai essere del tutto neutralizzato. L’antidoto è la consapevolezza vigile di tali caratteristiche invece del loro diniego.

Come Thompson anche Cohen (1952) suggerisce che gli analisti dovrebbero accogliere un’ampia gamma di sentimenti controtransferali evocati nel processo analitico. L’autore, ispirato dalle tesi sullivaniane sulla centralità dell’angoscia nelle relazioni interpersonali, considera il controtransfert come un problema legato all’ansia che può, grazie alla consapevolezza della sua inevitabilità, essere usato per controllare l’agito da parte dell’analista, così come per informare l’analista stesso su certe caratteristiche del paziente.

Transfert e controtransfert

Nell’attuale prospettiva interpersonale il controtransfert non può essere isolato dal transfert. La maggior parte degli analisti contemporanei della scuola interpersonale parlano del controtransfert come parte di un campo interpersonale dinamico o matrice transfert-controtransfert. Per esempio: Searles (1979);  Stern (1985);  Greenberg (1991); Mitchell (1993); Fiscalini (1994); Ogden (1994).

Il cambiamento di paradigma avvenuto nel pensiero psicoanalitico si deve all’introduzione del concetto sullivaniano di “osservatore partecipe” che presuppone nell’analista l’abilità di occuparsi e di valutare attentamente la propria partecipazione rispetto al paziente. Gli autori interpersonalisti hanno esteso questa preziosa intuizione fino a rivoluzionare l’uso terapeutico del controtransfert in modi che Sullivan (1954) stesso non aveva clinicamente portato avanti. Nel campo psicoanalitico il transfert e il controtransfert sono esperienze formate reciprocamente e create congiuntamente da entrambi partecipanti analitici, piuttosto che come espressioni esclusivamente endogene del mondo intrapsichico chiuso dell’uno o dell’altro partecipante.

Sfumature più sottili dell’impostazione di fondo appena vista si rilevano in Wolstein (1959) e Searles (1979) per i quali transfert e controtransfert sono reciprocamente agiti, poi osservati da una delle due parti e infine analizzati. Questa radicale concezione dell’analisi controtransferale deve molto agli iniziali contributi di Tauber e Green (1959).

Questi due autori furono i primi a fornire la ormai ampiamente accetta ma storicamente originale idea che sia l’analista che il paziente rispondono inconsciamente l’uno all’altro. Ogni manifestazione controtransferale come sogni, lapsus e così via, non riguardano solo l’analista che li sperimenta ma anche il paziente.

Coerentemente con questa visione della situazione analitica, le esperienze controtransferali vengono trattate allo stesso modo di quelle transferali e cioè accettate, esaminate ed esplorate. Il controtransfert rappresenta sempre un indizio che informa su importanti dati analitici che potrebbero stare al di fuori della consapevolezza sia del paziente che dell’analista.

Da analoghe rilevazioni parte il citato lavoro di Wolstein del 1959 che definisce i modelli di interazione generati da paziente e analista come “interconnessioni transfert-controtransfert”:

Tali interconnessioni paratassiche o collusioni inconscie si verificano quando analista e paziente si relazionano e comunicano in modo tale che il movimento in avanti del processo inconscio di un partecipante è automaticamente intercettato da un processo inconscio dell’altro. In questa circostanza nessuno dei due processi emerge senza l’emergere correlativo dell’altro (Wolstein, 1959, p.133).

Secondo l’autore la reciproca elaborazione di queste interconnessioni è l’evento interpersonale più illuminante e terapeuticamente valido sia per il paziente che per l’analista.

Dello stesso avviso è anche Searles (1979) che sviluppa l’idea del “paziente come terapeuta dell’analista” (Searles, 1979, p.203) inserendola nella sua visione profondamente co-creativa del processo analitico. L’autore descrive una forma di reciprocità in cui può avvenire un’identificazione dell’analista con gli aspetti più sani della personalità del paziente “secondo una modalità che comporta crescite stabili e costruttive della nostra personalità” (Searles, 1979, p.57).

Per concludere questa breve panoramica sull’attuale concezione “co-creativa” (Silvestroni, 2009) dei fenomeni analitici, vorrei citare un autore, Ogden, che ben interpreta lo spirito fortemente interattivo e co-partecipativo tipico della comprensione contemporanea dei fenomeni controtransferali.

Ogden considera la matrice entro cui si generano i significati della situazione analitica come una: “terza soggettività generata inconsciamente dalla coppia analitica” (Ogden, 1997, p.10). In questo contesto il transfert- controtransfert non sono più ritenuti entità separabili, nate ciascuna in risposta dell’altra, ma costituiscono piuttosto: “un’unica dimensione, sono aspetti di una singola totalità intersoggettiva che viene vissuta separatamente (e individualmente) da analista e analizzando” (op.cit., p.180).

Ogden considera il “terzo analitico intersoggettivo” come un terzo soggetto creato dallo scambio inconscio tra analista e paziente. Ne consegue la necessità per l’analista di rimanere aperto, disponibile e sensibile verso “una recettività inconscia che implica la (parziale) consegna della propria individualità separata a […] una terza soggettività” (op.cit., p.10). Tuttavia le soggettività individuali non vengono annullate e anzi si trovano in una tensione dialettica con il terzo analitico che permette a entrambi i partecipanti di vivere l’esperienza generatasi in modo diverso. Secondo Ogden la creazione del terzo analitico riflette l’asimmetria della situazione analitica che implica il privilegiare l’esperienza inconscia dell’analizzando quale tema principale (anche se non esclusivo) del dialogo analitico.

Mi pare della massima suggestività il modo in cui Ogden (1997) sottolinea la naturale e spontanea capacità di “sovrapposizione” degli inconsci all’interno della situazione analitica e ci ricorda, citando Winnicott, che

“la psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta” (Winnicott, 1971, p.79, cit. in Ogden, 1997, p.38).

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