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SAPPIAMO “GUARDARE” CON GLI OCCHI DI CHI NON VEDE?

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Redazione-“L’essenziale è invisibile agli occhi” scriveva Antoine de Saint-Exupéry nel suo “Il piccolo principe” sebbene la vista sia l’organo di senso principale, in quanto ci permette di percepire in modo immediato la realtà esterna che viviamo, offrendoci esperienze coscienti vivide e ricche di informazioni.

Ma siamo in grado di metterci empaticamente nei panni di persone non vedenti? Pensiamo mai come affrontano la loro routine quotidiana?

Solo in tempi recenti, la Psicologia della Percezione ha diretto l’attenzione verso lo studio dei processi percettivi delle persone non vedenti; la letteratura disponibile ci informa che, in mancanza della vista, si attivano strategie adattive che permettono di dedurre gli indizi visivi  dagli altri canali sensoriali. Gli organi di senso, inoltre, sono solo porte che ci fanno affacciare al mondo, la conoscenza della realtà implica successivamente l’intervento delle funzioni cognitive superiori che elaborano lo stimolo e lo interpretano.  Le persone che hanno deficitaria la funzione sensoriale visiva, quindi, conoscono il mondo attraverso informazioni uditive, tattili e olfattive; le ricerche sul Mental Imagery (Cornoldi, Rocchi, De Beni anno 1992) hanno dimostrato, infatti, che è possibile  crearsi un’immagine mentale di qualcosa mai vista, attraverso rappresentazioni mentali plurisensoriali, specializzate in qualità olfattive, tattili, sonore. Mentre un vedente percepisce un oggetto al primo impatto nella sua interezza, diversamente un non vedente lo percepisce dapprima nelle sue singole parti, ovviamente con una capacità immaginativa più lenta; ne risulteranno differenti rappresentazioni mentali dello stesso oggetto, ma entrambe veritiere ed obiettive.

D’altro canto per le persone vedenti non è facile descrivere un qualcosa mettendo in luce l’essenzialità a chi non vede; non sappiamo usare un linguaggio semplice, non confondibile che permetta la creazione di un’immagine mentale, perché usiamo poco gli altri sensi di cui siamo dotati e ciò lo si riscontra nella carenza di termini verbali per descrivere le sensazioni olfattive (profumo di pane fresco, aroma del caffè, l’odore del mare).

Inoltre, il mondo in cui viviamo è a “misura di vedenti”: vige il mito della perfezione fisica equiparata all’efficienza, alla forza, come se essa fosse associata ad altre qualità, anche interiori, con il rischio di incorrere nell’effetto alone:  per cui si valuta l’altro in base ad un’impressione generale o a talune caratteristiche percepite che vengono poi estesi alla persona in toto, creando giudizi distorti cioè senza una reale base oggettiva.

Ma allora la “vista” può renderci ciechi?

Alle volte siamo noi, persone vedenti, a non guardarli davvero, perché tra noi e gli altri “diversi da noi” si frappongono dei pregiudizi che creano falsi miti, luoghi comuni dovuti alla “paura” e alla “mancanza di conoscenza reale” che rendono distanti e incomprensibili tali condizioni di vita. Il filosofo francese Nicolas Malebranche affermava che i “pregiudizi occupano una parte dello spirito e ne infettano tutto il resto”.

Comprendere ciò che non appartiene al nostro vissuto, accettandone la diversità, richiede uno sforzo da parte nostra, in quanto attacca le personali certezze che il sé tende a preservare in virtù di un proprio equilibrio. Ci limitiamo probabilmente a conoscere le realtà lontane dal nostro vissuto attraverso un approccio superficiale e riduttivo. Infatti è comune pensare che i ciechi non possono essere autonomi nella loro igiene, nel vestiario e nel vivere da soli, che sono adatti solo a lavori da centralinisti, che non possono essere professionisti, che non possono viaggiare e prendere mezzi pubblici da soli, che  non possono fare sport, che  non possono vedere musei, film, leggere libri, che  non sanno gestire il denaro o che non siano adatti a crescere un figlio. Un cieco, invece, può vivere da solo e fare tanto altro. L’ambiente domestico si adatta con accorgimenti che consentono una piena autonomia (disposizione delle stanze, arredamento, pavimento antiscivolo e piastrelle tattili, maniglie sui sanitari), esistono  lavatrici e lavastoviglie con scritte in braille e segnali acustici, forno a microonde, bilance, fornelli con indicazioni tattili e sonore.

I non vedenti possono praticare diverse attività sportive, sia a livello amatoriale che agonistico: le paraolimpiadi sono vetrina planetaria di ciò. Quindi, inconcepibile che a volte nelle scuole si voglia far saltare l’ora di educazione fisica agli alunni non vedenti, venendo meno ai principi della rivoluzione tiflopedagogica attuata da Augusto Romagnoli: “La cecità quando costituisce motivo di autodifferenziazione e di isolamento, impedisce il realizzarsi dell’umanità integrale dell’individuo”. Ma perché privare, magari per iper-protezione, il non vedente di occasioni di crescita personale?

I ciechi possono come tutti avere degli hobby, leggere libri, prendere mezzi pubblici da soli, studiare, laurearsi, fare musica (Steve Wonder,  Bocelli e Aleandro Baldi tanto per citare qualche esempio) e tanto altro: tutto ciò grazie alle tecnologie assistite che rendono loro accessibili i prodotti informatici, grazie alla sintesi vocale (riproduzione artificiale della voce umana), agli screen reader (applicazione software che identifica ed interpreta il testo sullo schermo di un computer), a tastiere parlanti per cellulari e penne magiche che codificano in suono la scrittura.

E quel “ bastone bianco”?  Esso è riconosciuto in tutto il mondo, ed è alla stregua di prolungamento degli arti dei non vedenti per orientarsi negli ambienti, arginare i molti ostacoli (marciapiedi alti, parcheggi selvaggi, buche) e per essere autonomi a volte è coadiuvato dal cane guida e in alcune città da  mappe tattili, indicatori sonori ai  passaggi pedonali, ai  semafori e alle fermate autobus. L’orientamento spaziale risulta, infatti, essere fondamentale e si basa sulla costruzione di una mappa mentale, formata dalle sensazioni uditive, tattili, cinestetiche. La maggiore sicurezza nei movimenti consente ai ciechi di allargare il proprio “ spazio vitale” non solo spostandosi con dimestichezza tra le mura domestiche, ma anche nell’ambiente esterno: con la ripetuta esperienza e la pratica forma una memoria dei percorsi, della localizzazione di arredi urbani, di negozi che emanano particolari odori o suoni.

Siamo smentiti anche quando diciamo “vado a vedere un film” e ci stupiamo quando lo dicono  i non vedenti che vanno al cinema o guardano la televisione, perché grazie alla multimedialità possono ascoltare le audio descrizioni o app sullo smartphone.

É evidente che noi, persone cosiddette “normali”, in un mondo a misura di vedenti  e non conoscendo in modo realistico le loro potenzialità, spesso fatichiamo anche a relazionarci con loro, non sapendo bene quali “misure” adottare, dovutamente alla loro diversità, come se li descrivesse in primis. Eppure il concetto  di “disabilità” è mutato nel tempo: l ’Oms ( Organizzazione Mondiale della Sanità) nel 2001 la  definisce come “l’incapacità di svolgere le normali attività della vita quotidiana a seguito della menomazione e definisce l’handicap come  lo svantaggio sociale che ne deriva”. Con questa concezione si valorizza la persona ponendo l’accento sul ruolo dell’ambiente circostante, fattore importantissimo che può ostacolare o facilitare il processo di autonomia e di sviluppo. Infatti,  la minorazione visiva, indipendentemente dall’età in cui insorge o dai motivi che l’abbiano  causata, origina modalità differenti di reazione :  può generare paura, frustrazione, angoscia, spingere alla dipendenza passiva, oppure voglia di rivalsa, di superare i propri limiti imposti dal deficit. Ovviamente, l’autonomia è personale ed esperienziale, un lungo percorso che dipende dal carattere, dalla voglia di mettersi in gioco, dalla caparbietà, dal senso pratico che unito all’ambiente di vita ( famiglia, gruppo dei pari, scuola, colleghi) può permettere di  affrontare al meglio la quotidianità.

E’ innegabile che, sia legislativamente e che tecnologicamente, siano stati fatti passi avanti nei confronti dei non vedenti, ma è pur vero che le persone con disabilità in Italia – a fronte di sovvenzioni economiche – gradirebbero maggiori servizi “funzionanti” e adeguati ad una qualità di vita il più paritaria possibile, così come sancito dalla Carta Costituzionale. Inoltre, culturalmente e socialmente, per cogliere davvero empaticamente e senza pregiudizi chi vive in differenti condizioni dalle nostre, si rende necessario fare uno sforzo ed aprire gli occhi, quelli “della mente”: solo in questo modo sapremo guardare a ciò che si discosta e diversifica da noi senza timore, piuttosto con dignitoso interesse.

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