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PERCEZIONE VISIVA: QUALE E’ IL COLORE DELLA REALTA’?

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Redazione-Chi conosce la tragedia shakespeariana di Macbeth sicuramente ricorderà la particolare violenza con cui si sviluppa quell’opera: lo stesso protagonista – una volta commesso l’omicidio del re di Scozia, a metà del secondo atto – rientra in scena completamente ricoperto di sangue affermando che, se anche solo provasse a lavarsi, tingerebbe di rosso l’intero oceano.

Questa immagine, per quanto estrema, ci aiuta bene a comprendere la ferocia con cui Macbeth commise il suo crimine, dal momento che per tutti noi il colore del sangue è proprio il rosso.

Eppure, il sangue non è affatto rosso!
Può sembrare controintuitivo, ma il colore non è una proprietà fisica degli oggetti che ci circondano: è una creazione della nostra mente, la quale recepisce ed elabora le informazioni provenienti dall’ambiente già a partire dalle prime cellule poste sulla retina. Ciascuno di noi discrimina infatti le differenti tonalità cromatiche grazie alle vie nervose che, dall’occhio, si diramano fin verso i centri superiori posti nel lobo occipitale; la domanda, alla luce di questa considerazione, appare più controversa che mai: persone diverse, con menti diverse, percepiscono anche colori diversi?

Yves Klein disse che “i colori sono degli esseri viventi, degli individui molto evoluti che si integrano con noi e con tutto il mondo; i colori sono i veri abitanti dello spazio”. Da un punto di vista puramente fisico, l’artista francese non era neanche poi così lontano dalla realtà: la percezione del colore infatti non è che il risultato dell’analisi, da parte del nostro intero sistema visivo, della gamma percepibile delle onde riflesse nello spazio; tali lunghezze determinano lo spettro del visibile, al di fuori del quale non siamo in grado di percepire alcunché, e sono appena comprese tra i 450 e 700 nanometri!

Se puntiamo un raggio luminoso su di una mela, ad esempio, la sua superficie assorbirà alcune onde  mentre ne rifletterà altre: chiaramente, più onde luminose verranno assorbite, più la superficie risulterà scura. Le onde che vengono riflesse e che raggiungono il nostro occhio, al contrario, vengono convertite in uno specifico segnale nervoso da una serie di cellule specializzate: tale segnale verrà poi processato fino alle aree associative della corteccia visiva, dove la sua elaborazione determinerà la sensazione di colore ‘rosso’ che normalmente associamo ad una bella mela matura.
Eppure, quelle che il nostro sistema visivo capta attraverso lo spazio sono solamente le onde riflesse dall’oggetto, non quelle assorbite: se volessimo essere precisi, dunque, dovremmo dire che una mela è di tutti i colori, tranne che rossa!

Vediamo tutti gli stessi colori? No

Nonostante l’ontogenesi del sistema visivo sia soggetta a vincoli biomolecolari molto rigidi, alcuni difetti congeniti possono determinare, talvolta, una alterata percezione dello spazio cromatico.
Sullo strato più interno della retina si collocano i fotorecettori, i neuroni specializzati nel percepire e convertire le onde luminose in impulso elettrico; tra queste, alcune cellule specializzate sono coinvolte – tra le altre cose – in una precoce discriminazione del colore: senza di esse sarebbe impossibile distinguere le differenze di tinta (rosso dal verde, ad esempio), ma solo quelle di luminosità (chiaro da scuro).

Questi recettori, chiamati ‘coni’ per via della loro peculiare fisionomia, rispondono massimamente solo a lunghezze d’onda specifiche: i coni che rispondono con maggior intensità alle lunghezze d’onda corte hanno un picco di attività quando la luce che percepiamo ci appare blu, mentre i coni che rispondono alle lunghezze d’onda intermedie dello spettro visibile modulano la propria attività favorendo le luci di colore verde; i coni che rispondono alle frequenze d’onda più alte percepibili, infine, mostrano una preferenza per le luci che ci appaiono di colore rosso.

Nel momento in cui si manifesta un difetto a carico del gene che codifica uno dei recettori, la percezione dei colori appare irrimediabilmente compromessa; se nella sua accezione più generica questo deficit prende il nome assai comune di daltonismo, da un punto di vista fisiologico si presenta attraverso differenziazioni ben più complesse ed articolate.
Nel caso in cui il deficit impedisca la produzione di coni sensibili alle lunghezze d’onda intermedie, ad esempio, si parla di deuteranopia: i soggetti con tale anomalia risulteranno incapaci di discriminare il rosso ed il verde, e percepiranno il mondo principalmente attraverso sfumature di giallo. Il rosso rubino di un Chianti, per un deuteranopo, assomiglia di fatto ad un ben meno invitante verde-oliva.
Talvolta il deficit congenito può determinare l’assenza dei coni selettivi per le lunghezze d’onda corte (tritanopia), altre volte per le lunghezze d’onda lunghe (protanopia): in casi molto più rari, queste alterazioni si possono presentare combinate in soggetti con cecità cromatica ai colori, i quali percepiscono il mondo unicamente attraverso mere scale di grigio.
Difetti di questo tipo si riscontrano circa nell’8% della popolazione mondiale, sebbene in alcune aree l’incidenza del daltonismo sia decisamente maggiore rispetto che in altre (data la sua natura genetica non c’è da stupirsi troppo); per una fetta consistente di persone, dunque, il mondo si tinge incredibilmente di colori differenti.

Vediamo tutti gli stessi colori? Sì

Ad eccezione degli individui che presentano difetti congeniti di vista come il daltonismo, generalmente le prestazioni in compiti di discriminazione cromatica effettuati sulla popolazione sana mostrano risultati molto simili tra loro.

Se trascuriamo gli effetti dell’invecchiamento come l’ingiallimento del cristallino, che riduce sensibilmente la capacità che la luce blu raggiunga la retina (non è un caso che i pittori, con l’avanzare degli anni, utilizzino sempre di più proprio questo colore), tutti noi dovremmo essere in grado di percepire in egual modo le differenti lunghezze d’onda.

Questo potrebbe anche portarci a giustificare il complesso vocabolario cromatico che adoperiamo per indicare le sfumature che ci circondano: fin dalla nascita siamo proiettati in un mondo che ci abitua a catalogare i colori attraverso scale molto complesse, che vanno ben oltre la dicotomia colore primario/secondario; siamo infatti in grado di distinguere il rosso dal porpora, il blu dal ciano, il giallo dall’ocra, il rosa dal lilla. Questa osservazione ha portato in passato all’affermarsi di una visione nota come relativismo culturale: gli studiosi che sostenevano questa corrente ritenevano che le esperienze percettive di base fossero, almeno in parte, mediate dal contesto culturale; nel caso specifico, il relativismo culturale supportava l’ipotesi che ciascuna popolazione fosse in grado di definire, in maniera completamente arbitraria, il proprio personale spazio cromatico. Secondo questa logica, le persone vedono gli stessi colori a patto che condividano lo stesso contesto culturale.

A cavallo tra gli anni sessanta e gli anni settanta, tuttavia, alcuni antropologi scoprirono una popolazione in Nuova Guinea – i Dani – che utilizzava solamente due termini di base per indicare i colori: mili, per i colori scuri e freddi, e mola, per i colori chiari e caldi. Secondo i principi del relativismo culturale, i Dani avrebbero dovuto presentare marcate difficoltà nel discriminare correttamente due tonalità poste all’interno della loro stessa categorizzazione culturale (ad esempio il verde scuro ed il blu, entrambi definiti semplicemente mili). I risultati ottenuti dalla psicologa Eleanor Rosch, la quale sottopose ai Dani alcuni semplici compiti di discriminazione cromatica, al contrario evidenziarono come le prestazioni degli indigeni fossero migliori quando i colori presentati erano suddivisi dai medesimi confini cromatici che normalmente definiamo noi occidentali: i Dani infatti erano in grado di discriminare correttamente il rosso scuro dal marrone, ma presentavano le nostre stesse difficoltà nel discriminare il rosso scuro dal porpora – entrambi concettualmente assimilabili alla semplice dicitura ‘rosso’.

Data l’enorme risonanza che questi risultati ebbero sulla comunità scientifica, venne immediatamente accantonata l’ipotesi che la percezione dei colori fosse in qualche modo influenzata dalla cultura di appartenenza: il rosso ed il marrone venivano infatti percepiti come categorialmente differenti dai Dani, anche se la loro lingua non presentava nessun termine specifico per esprimere tale differenza.

Vediamo tutti gli stessi colori? Forse
Sempre in Nuova Guinea, alla fine degli anni Novanta la psicologa Debi Roberson risalì il fiume Sepik per studiare un’altra popolazione indigena, la cui lingua era il Berinmo. Come per i Dani, anche chi parlava il Berinmo aveva a disposizione un numero ridotto di parole per indicare i colori; a differenza di questi ultimi, però, chi parlava il Berinmo poteva adoperare dei termini in grado di delineare nuovi confini all’interno dello spazio cromatico: ad esempio i termini nol e wor, che noi indicheremmo in entrambi i casi come verde, venivano utilizzati dai nativi per distinguere il colore del fogliame vivo da quello del fogliame morente.
Sottoposti al solito test di discriminazione cromatica, gli indigeni testati dalla Roberson risultarono essere decisamente più abili nel distinguere il nol dal wor, piuttosto che il blu dal verde; lo stesso compito, eseguito da un campione di lingua inglese, produsse risultati prevedibilmente opposti.

Può dunque la nostra cultura di appartenenza influenzare la percezione che abbiamo del mondo e, nello specifico, determinare il modo in cui vediamo le sfumature che colorano la realtà circostante? Per molti anni si è pensato di no; dopo gli studi della Roberson, non ne siamo più così sicuri.

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