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NOTE PSICOANALITICHE SUL ROMANZO “IL CIMITERO DEGLI DEI” DI CLOE MEZZALUNA(SECONDA PARTE)

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Redazione- La Dott.ssa Maria Rita Ferri rivolge alcune domande all’Autrice dell’Opera:<<

Nei personaggi da lei tratteggiati emerge un conflitto fra Sé e il mondo,

ma ancor di più fra sé e un Sé più antico, di chi li generò e chiese loro di divenire Altro da sé. In Genitorialità questo punto è molto esplicito, ma è altresì presente in numerosi altri passaggi.

Può parlarci di tale aspetto, e cioè di quanto influisca secondo lei sull’evoluzione del Sé nei giovani una richiesta più o meno esplicita da parte delle generazioni precedenti di colmare ad esempio propri vuoti o risolvere propri limiti?

Si sente spesso dire che le nuove generazioni siano svogliate, incuranti, pigre, egoiste. A me pare piuttosto che esse lo siano diventate di riflesso, a furia di sentirselo ripetere continuamente. Chi si prodiga per i propri progetti spesso viene additato come “ingenuo”, “sognatore”, “immaturo”. Allora perché faticare se nessuno riconosce tali sforzi?

Le generazioni precedenti chiedono ai giovani di contribuire allo sviluppo della società ma non ascoltano le loro aspirazioni o intuizioni. Pretendono che rinnovino una dimora con strumenti di seconda e terza mano.

Con ciò non voglio giustificare la pigrizia troppo diffusa nelle nuove generazioni, ma vorrei sottolineare quanto la disillusione generale nei loro confronti di certo non aiuti a dissiparla. Le strade precedenti non funzionano più, ci vogliono nuovi sentieri o almeno nuovi occhi con cui guardare quelli già esistenti. E le generazioni precedenti, per quanto spesso in buona fede, non concedono neanche il beneficio del dubbio ai giovani.

La cosa più deleteria, a mio parere, è il falso mito dell’eccellenza subito. Non si può sbagliare. Se ci si arrischia in una carriera, o subito ci si dimostra geniali oppure si ricevono mille pressioni per rivolgersi a impieghi più “sicuri” (se esiste qualcosa di sicuro nel mondo attuale e se davvero vale la pena rinunciare a un po’ di fatica per vivere in una monotonia paralizzata e paralizzante). Pubblichi un’opera? O sei Leopardi o sei nessuno, e allora perché diavolo non vai a iscriverti a giurisprudenza o a medicina così puoi campare?

Invece tra l’essere il migliore e l’essere lo scarto esistono molteplici livelli intermedi, tutti degni di essere occupati e tutti necessari.

Ritengo personalmente che la pigrizia diffusa di cui parlavo prima derivi in gran parte dalla paura più profonda di scoprire di non essere all’altezza dell’obiettivo che ci si prefigge. Ma bisogna ricordare che è proprio da giovani che si può sbagliare! Da giovani più che in qualunque altra età si ha la forza di risollevarsi e trarre insegnamenti per tentar meglio la volta successiva. Invece il terrore della fallibilità nutrito dalle vecchie generazioni turba ancor di più gli animi dei giovani, già dalla nascita saturi del senso di precarietà.

Credo che sia necessaria una collaborazione maggiormente comunicativa, in cui i giovani effettivamente possano sperimentare, declinare le loro potenzialità in modi variegati, per capire bene dove ognuno riesca a ottimizzarle. Bisogna ricordare che “hai sbagliato” non significa “sei sbagliato”. Quindi se si scopre che una strada non fa per noi se ne può cercarne, serenamente, un’altra. Bisogna guardare alla ricchezza del nostro mondo iperconnesso non in un’ottica di sfida perpetua (in cui non vinceremo mai) ma di perpetua opportunità (in cui anche noi possiamo incappare).

Il dramma dei giovani è che sentono di non desiderare assolutamente alcuno dei posti “riservati” per loro nella società, e che viene loro negata la possibilità di rinnovarli e adattarli alle nuove esigenze e sensibilità.

Io sostengo fermamente che concedendo più fiducia alle battaglie delle nuove generazioni, alla loro fruttifera creatività, esse troverebbero il coraggio, e il piacere, di farsi avanti come cittadini attivi. E restituirebbero tale speranza ad altri come loro, in un circolo virtuoso.

Colpisce nel testo un valore importante che Lei coglie nella dimensione del tempo, che è tempo della cura e del far venire alla luce gli oggetti, tempo della creazione e del pensiero.

Come legge lei nel sociale la presenza o il venir meno di questo concetto da lei così profondamente colto, ovvero del tempo del comprendere e costruire se stessi nel mondo?

L’aspetto più interessante della contemporaneità riguardo al tempo è, a mio parere, il rapporto con la noia. Io mi annoio raramente, oserei dire quasi mai, se per noia intendiamo “non sapere cosa fare”. Ho sempre qualche progetto in testa e cerco di cogliere insegnamenti e stimoli in ogni situazione io stia vivendo. Non è affatto semplice né spontaneo come atteggiamento, questo deriva da un allenamento. Vorrei sottolineare ciò. Una delle cose più tremende che mi capita di sentire quando parlo o scrivo a qualcuno è il chiedere “Che fai/che hai fatto oggi?” e sentirmi rispondere “Niente”. Niente. È una prospettiva desolante.

Come si può star sereni sentendo di aver trascorso un giorno che non ha lasciato in noi nessuna traccia? Infatti queste persone sono quasi sempre disilluse, scoraggiate, spente.

Io penso che ci sia rimedio a questo modo di pensare, attraverso la giusta educazione al tempo.

Il “niente” che viene affermato in realtà è soggettivo. Non è vero che queste persone non facciano niente, è che loro sono convinte della futilità del loro agire. Allora ci sono due dirette soluzioni: insegnare a questi individui a riconoscere la preziosità anche dei loro gesti quotidiani e, se ciò non li soddisfa appieno, spronarli ad andare a fare “qualcos’altro”. Qualcosa che li faccia sentire più dentro la vita.

Il maggiore ostacolo da superare è il timore della fatica. La fatica non è qualcosa da fuggire, tutt’altro. Personalmente sono convinta che essa sia una ricchezza. Quanto è bello, a fine serata, coricarsi stanchi, appesantiti nel fisico e nella mente perché per tutto il giorno “si è fatto qualcosa”. Quel senso di schiacciamento, se deriva dall’essersi dedicati a lavori e impegni a cui teniamo davvero, non ci soffoca, anzi fa aderire di più il corpo all’animo. La fatica ci fa sentire di star vivendo, di essere proprio noi lì, in quel momento, ci fa capire che la nostra vita ci appartiene.

Credo sia necessaria maggior consapevolezza di quanto possiamo compiere col nostro tempo, ci vuole più fiducia nel suo valore. Seneca avrà sempre ragione sostenendo che quello che fa la differenza non è la quantità di tempo, ma la sua qualità.

C’è bisogno del desiderio di costruire. Costruire per sé, prima di tutto, ma anche per la comunità con cui condividiamo

questo tempo>>.

Dott.ssa Maria Rita Ferri

Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,

Spec. Psicoterapia Familiare.

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