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LE PROSPETTIVE DI RICERCA PEDAGOGICA

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Redazione-Eccoci oggi con una davvero interessante opera saggistica che apre notevoli squarci di riflessione attorno ai destini di questa spesso tormentata nostra contemporaneità. “Prospettive di ricerca pedagogica” il titolo del volume, edito da Progedit. A vergarne le interessanti pagine uno degli intellettuali e studiosi bitontini più stimati, Giuseppe Elia, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale al dipartimento di Scienze della Formazione all’università di Bari. Autore di diverse pubblicazioni di ricerca nell’ambito della storia della pedagogia, della valutazione e formazione dei docenti, collabora il corso di laurea in Scienze della formazione primaria. Elia vanta anche una presenza non certo secondaria nelle istituzioni. Già candidato sindaco con una lista civica nel 1994 e poi consigliere comunale, è stato assessore dal 1998 al 2003 nella prima giunta targata Nicola Pice. È poi stato, per sette anni, presidente dell’istituto Maria Cristina di Savoia. Anni produttivi ma anche difficili e con al centro numerose polemiche. Tra i suoi saggi, “La complessità del sapere pedagogico tra tradizione e innovazione” (edito da Franco Angeli) e “I giovani e l’educazione. Saggi di pedagogia” (Guerini e Associati). Per Progedit ricordiamo “A scuola di cittadinanza. Costruire saperi e valori etico-civili”.

Con Elia siamo dunque pienamente nella grande tradizione della scuola di pedagogia bitontina. Non a caso, il professore ha anche studiato la figura di Giovanni Modugno, introducendo la riedizione Laterza dello storico saggio su Förster.
Il volume al centro del nostro pezzo si caratterizza per l’approccio multidisciplinare scelto dall’autore. Ma non si tratta certo di una opzione meramente editoriale. Siamo invece di fronte ad una precisa volontà scientifica di Elia che riconduce il suo sforzo in un ambito che ampiamente esula dai ranghi specialistici della pubblicazione settoriale per approdare ad una vera opera di studio, oltre che di particolare e sfaccettata lettura culturale, della attuale realtà sociale. Ne emerge così la profonda ed eclettica cultura di un pedagogista detentore di una lente d’indagine attenta e variegata. Non solo un saggio di pedagogia e di metodologia di approccio, piuttosto davvero delle “prospettive di ricerca”. Una ricerca, appunto, “pedagogica”, attraverso cui il professore soddisfa i diversi nuclei tematici presentati nei capitoli del testo. La pedagogia, in questa maniera, sperimenta la sua “adattività”, si apre cioè al mondo, accettandone le sfide educative. Questa scienza in un certo senso scaturisce dalla società e dunque ad essa si rapporta. Ecco allora i riferimenti di Elia alla sociologia, alla filosofia, alla letteratura, all’arte. E poi alla storia e alla politica, dimensioni e tempi in cui la pedagogia è inevitabilmente inserita. Non è facile riassumere i capitoli del volume, gli spunti che lo studio ispira ad ogni pagina. Possiamo garantire il gusto pieno di una lettura estremamente piacevole, densa di riferimenti e corrispondenze, comprensibile, per i motivi già addotti, non solo al lettore specialista. Il testo richiede semmai un lettore colto, ma nel senso di non sterilmente erudito, non stantio o compiaciuto nelle sue nozioni, capace invece di continue curiosità e costanti confronti e rimandi. Di confronti, del resto, si nutre la pedagogia di Elia. È la pedagogia che lo studioso definisce “scienza pratico-progettuale”, disponibile al dialogo con i saperi. Sono proprio queste le ragioni per cui il libro di Elia si è guadagnato, nel 2016, il “Premio Italiano di Pedagogia”, prestigioso e ambito riconoscimento. Nelle motivazioni si riconosce al pedagogista bitontino “riflessività critica e problematica”. L’azione educativa è dunque radicata nella storia e nella cultura. Per questo, l’opera approfondisce alcuni capisaldi del comune agire socioculturale: la ricerca pedagogica stessa, la famiglia, la comunicazione, l’educazione interculturale, la solidarietà, l’educazione alla politica.
È nel primo capitolo che l’autore insiste nel definire il concetto di scienza pratica e sapere pratico, anche sulla scorta di precedenti lavori di Loretta Fabbri. Si passa poi al complesso rapporto tra solidarietà e verità, con il filosofo Maurizio Ferraris in soccorso con il suo “Manifesto del nuovo realismo”. Ecco poi la famiglia, legatisstima al concetto di politica, in quanto luogo di inizio ai valori democratici e poi “micro comunità empatica”. La famiglia è sociale, fa capire chiaramente Elia. Non è un astorico e avulso microcosmo. Tutt’altro. Particolarmente interessante il capitolo sul ruolo della comunicazione oggi come spazio a evidente valenza educativa: non si dà comunicazione senza etica (anche il giornalismo, diceva Pippo Fava, o è etico o non è). Non solo. “Una comunicazione, affinché possa dirsi autentica – scrive Elia – necessita di conferma e accettazione tra gli uomini, nonché di superare l’apparire rispetto all’essere”. Dunque, la prospettiva di una sana pedagogia della comunicazione non potrà che consistere in una “coscienziosa attitudine ad un trasferimento (qualitativo) di informazioni condotto a scopo educativo”.
Dice poi già tutto il titolo del quinto capitolo: “Educazione interculturale e formazione degli immigrati: tra diritti e partecipazione“. Un tema, si capirà, drammaticamente attuale, affrontato nelle promesse anche a livello storico, stanti le peculiarità italiane di Paese prima di emigrazione e oggi di immigrazione. Sono tematiche, come si vede, che già singolarmente impiegherebbero lo spazio per il nostro pezzo. Molte le suggestioni. Nell’intercultura il ruolo della scuola è ben delineato: “la scuola-comunità è luogo di incontro, promuove la partecipazione”. Anche la città ha grande spazio in questo senso, una città pedagogica, “educante”, annota Elia richiamando su questo anche Italo Calvino.

La politica domina il sesto e ultimo capitolo. L’autore si appella, tra i tanti passi degni di nota, alla riflessione di Hannah Arendt circa “l’esigenza che la politica debba riguardare tutti gli uomini che si muovono dalla condizione di individui a quella di cittadini nella misura in cui sentano ed esercitino la responsabilità politica alla quale si addiviene attraverso la partecipazione che diviene la cifra della socialità all’interno della comunità”. Determinante, infine, “evitare quel professionismo deteriore del fare politico che purtroppo tende a delegittimare la valenza costruttiva insita nel coinvolgimento e nell’impegno nella vita pubblica per la realizzazione dei valori di democrazia e di promozione della partecipazione”.
Anche il cittadino, dunque, o è attivo o non è.

Un messaggio culturale e civico irrinunciabile, questo.

Fonte:bitontolive.it

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