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LA MEMORIA DEL PRIMO COLLOQUIO NELLA CLINICA DELL’ANORESSIA-BULIMIA: L’ESPERIENZA DI UN SEGNO “-” AL TERRORE DI COSE NUOVE”

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RedazioneIl limite che incontra la cura dell’anoressia-bulimia è dato dalla modalità dissociata del soggetto di fare esperienza. La sua incapacità di legare il tempo agli affetti lo lascia sospeso nella dimensione autistica della ripetizione sintomatica. Con il colloquio clinico si fa posto alla possibilità di un tempo presente in cui il soggetto può imparare a stare insieme al proprio corpo.

Il soggetto anoressico-bulimico è capace di una domanda di aiuto e non di cura e il sintomo assume per lui una funzione vitale perchè è la sola strada che conosce per mettere a tacere l’angoscia.

A fare sintomo per il soggetto anoressico-bulimico è il vissuto della dipendenza dalla patologia.

Se in un primo momento il sintomo alimentare lo ha illuso di poter esercitare il controllo (sul proprio corpo e sull’altro da cui dipende), successivamente il soggetto si scopre in balia della pulsione e soggiogato alla violenza della ripetizione della pratica pulsionale.

La perdita del controllo che comporta l’abbuffata bulimica e il senso di colpa espiato attraverso l’autoinduzione ripetuta del vomito impongono al soggetto la necessità di una domanda che non richiede l’estinzione del sintomo ma la richiesta allucinata di un ripristino della pre-esistente onnipotenza della condizione anoressica. La domanda di aiuto dovrà trasformarsi in domanda di cura. La responsabilità verso la possibilità di intraprendere un percorso di cura parte sin dalla prima telefonata al centro che deve essere fatta dal soggetto stesso.

Il primo colloquio, in cui si valuterà se per il soggetto è più adatta una psicoterapia individuale o di gruppo, è un’opportunità per fare un’esperienza nuova di un Altro che rifiuta di dare una risposta che ingozza e che assume la posizione di un accompagnatore psichico che sospende tale domanda.

L’importanza che viene riconosciuta alla memoria del primo colloquio nell’approccio alla cura dell’anoressia-bulimia deriva dal rapporto che la memoria ha con le categorie del tempo e dell’Io.

Viene interrogata quella relazione mente-corpo che nei disturbi del comportamento alimentare risulta degenerata e irrisolta nella forma della dissociazione psicosomatica, considerata il nucleo psicopatologico.

“Avere memoria” implica la disponibilità di uno spazio in cui l’esperienza sia registrata, dove tempo ed affetti possono essere trasformati in ricordo e dove i vissuti possano essere richiamati, evocati e ripresi per sostenere il resoconto della propria storia.

Nella clinica dell’anoressia-bulimia, i fenomeni dissociativi comportano una grave compromissione della funzione autobiografica che garantisce la possibilità di collocarsi in una dimensione di continuità storica ed emozionale che consenta lo strutturarsi dell’identità e dell’essere persona.

Per Damasio, lo sviluppo del Sè autobiografico dipende dalla facoltà della coscienza nucleare. Tuttavia, se è vero questo, è vero anche che la sua maturazione nell’individuo non è dovuta unicamente a quanto predisposto dalla genetica e dalle caratteristiche biologiche ma è anche regolata dall’ambiente e influenzata dalla cultura.

Il soggetto anoressico-bulimico ha acquisito dei difetti, nel corso dello sviluppo, in relazione a due abilità che sostengono la funzione della coscienza estesa: la capacità di imparare dal passato e la capacità di riattivare tali ricordi in modo che questi possano generare il senso di un sé che conosce.

Il soggetto anoressico-bulimico sembra conservare una memoria implicita che sostiene reazioni emozionali automatiche; ma le memorie esplicite hanno invece bisogno di spazi vuoti dove si possa originare il pensiero e la creatività; dove ricordare non sia semplicemente una ripetizione ma dove ci sia anche un’elaborazione di ciò che di “non metabolizzato” c’è stato ed è rimasto.

Freud in “Ricordare, ripetere e rielaborare” introduce il concetto di coazione a ripetere, in relazione alla tendenza che ha l’analizzato di ripetere tutti i suoi sintomi durante il trattamento: “l’analizzato ripete anziché ricordare”. La reiterazione della condotta anoressico-bulimica può essere letta come un patologico modo di ricordare.

La funzione autobiografica della memoria implica che l’individuo venga ricondotto ad eventi, persone, luoghi e sentimenti dimenticati, riattualizzando ciò che è stato e rileggendolo attribuendogli nuovi significati. Nella clinica dell’anoressia-bulimia, il sintomo alimentare preserva e protegge il soggetto dall’angoscia che tutto ciò comporta. Chi soffre di disturbi del comportamento alimentare manca dell’esperienza del sentirsi sognato, pensato e contenuto nella mente di un altro che gli consenta di rendere l’assenza sopportabile. Il rifiuto e l’abbandono da parte dell’altro accudente può legarsi quindi alla scelta del sintomo alimentare. Nel rapporto viene ricercato un supporto morale piuttosto che l’esperienza dell’amare o dell’essere amati.

Il tempo del primo colloquio mette a disposizione uno spazio in cui il soggetto può entrare in contatto con il dolore, condividendolo con un Altro che ascolta attentamente ed è capace di restituire coerenza al racconto. Nella clinica dell’anoressia-bulimia, quello che manca ed è dimostrato dalla dissociazione psicosomatica, è la possibilità per il soggetto di sentirsi dentro al proprio corpo, di esperire il senso di continuità nel tempo.

Luigi Onnis definisce come trasmissione di un’eredità psichica” quel processo per cui ciò che si trasmette non è necessariamente qualcosa che accade, ma qualcosa che manca. Ad essere trasmessa è l’elaborazione mancata di eventi traumatici di perdita. Il soggetto ha difficoltà nel riconoscere, rappresentare e comunicare i propri stati emotivi, difettando della funzione riflessiva.

Nello spazio-tempo dell’incontro, il senso di vuoto del soggetto è accolto in uno spazio vuoto capace di contenerlo e in cui il terapeuta non dà consigli ma presta ascolto.

Questa funzione dell’analista viene tradotta da Bwnjamin e Kathleen Kilborne con l’espressione keep in touch. Nell’ascolto è necessario avere tatto, perchè è proprio nel tatto che, secondo i Kilborne, risiede quell’azione trasformativa della risposta tossica di vergogna prodotta dal trauma in ciò che la rende umana.

Nel primo colloquio  dovrà essere rappresentato al soggetto come si può anche cadere in pezzi ma senza mai cessare di esistere. Si realizzerà la paura di confrontarsi con cose nuove, estinguendo il debito dell’abbandono e la colpa di chi si sente inadeguato per non aver ancora occupato

un posto nel mondo.

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