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EDUCAZIONE E COMUNICAZIONE AL VAGLIO DELLE CORRESPONSABILITA’:DAL VUOTO AL CORAGGIO DEI CAMBIAMENTI

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Redazione-Nella società contemporanea, emerge un nuovo fenomeno legato alla  solitudine e alla mancata comunicazione tra gli individui. In parte è dovuto al rifugio nei media che sostituiscono le relazioni umane, in parte è dovuto ad una società sempre più dinamica incapace di recuperare legami funzionali.

Oggi più che mai è importante riappropriarsi di tutto quel sistema educativo imperniato necessariamente  sulla comunicazione vista come recupero delle relazioni umane e valoriali, tese a produrre un incremento di contenuti individuali e sociali.

Forte è oggi il senso di andare verso una nuova Paideia che consenta una comunicazione educativa e relazionale vissuta come arte dell’accompagnamento vissuta come orientamento verso un’azione che possa favorire il recupero dell’uomo, della sua eticità e dei suoi valori più squisitamente umani.

Nel  vecchio modello permissivo,  l’educatore si presentava come centralità del processo educativo, accompagnato dalle sue capacità di trasmettere contenuti produttivi preconfezionati ed indirizzati all’educando. Ne ricercava proposte e risposte più adeguate secondo una logica dei propri saperi.

Oggi, con la nuova Paideia, s’intende educare come arte di accompagnare in sinergia. Si vuole essere accanto agli educandi, essere ‘con’ per andare incontro alla costruzione del processo di autodeterminazione.

In questo processo l’educatore è “ad sum”, ed agisce con gli educandi e non per gli educandi, partendo dalle loro potenzialità residue, impregnando un’azione verso quelli che sono i loro obiettivi e i loro bisogni. Ne ricerca strumenti adeguati , cercando di renderli educativi e partecipativi.

Per  attuare ciò, è necessario stabilire una relazione capace di lasciare un segno favorevole alla vita dell’educando stesso. L’intervento diventa efficace se educando ed educatore considerano reciprocamente la dignità umana con la certezza che l’Altro abbia sempre qualcosa da comunicare, vissuto come arricchimento reciproco, capace di lasciare un solco profondo e positivo. E’ solo recuperando la comunicazione pragmatica che diventa possibile agire, è solo evitando di formulare giudizi e pregiudizi che aiuta a ritrovare un tratturo educativo.

La sfida educativa impone sempre più un modello partecipato, sinottico-relazionale. E’ necessario, in questa fase storica, fermarsi e riflettere sul ‘dove stiamo andando?’ E’ necessario porre l’attenzione ai tanti interrogativi delle famiglie disoccupate, alla crisi (non solo economica, ma valoriale e sociale). Osservare  e non guardare l’individualismo sfrenato  e narcisista che incomba sulle nostre vite, cercando di trovare nuovi strumenti capaci di aiutare.

Famiglia o scuola, restano le agenzie principi del processo educativo ed insieme è possibile recuperarne l’essenzialità. Oggi, ci troviamo ad assistere ad un fenomeno di famiglie con genitori ancora adolescenti, incapaci di gestire processi educativi e forme di comunicazione efficaci. I modelli comportamentali   non aiutano l’educazione dei figli. In parte questo fenomeno è dovuto alla presenza di famiglie fragili, sgretolate, ricostituite, allargate, con molti problemi difficili da affrontare senza essere supportate, in parte alla riduzione sempre più drastica di servizi sociali ed educativi capaci ai accompagnare le famiglie verso la costruzione di un mondo educativo in sinergia. Dall’altro lato, l’Istituzione scolastica si trova sempre più sola, delegata alle responsabilità educative in un vuoto incolmabile di processi ignoti della famiglia. Cosa fare per non naufragare? Cosa dire ai nostri bambini e adolescenti? Cosa fare per trasmettere e far partecipare? Una risposta possibile è che mancano le motivazioni in tutti i campi. SI vive  in un mondo sempre più virtuale con un mancato riconoscimento delle emozioni e una marcata  de-responsabilità. Questi processi inducono sempre più  verso una costruttiva riflessione del dover fare insieme.

La comunicazione virtuale, è una dei pericoli relazionali. Da una parte sembra essere comoda, dall’altra diventa scomoda, perché si educa senza educare. Abilità gli educandi ad essere lasciati soli  e disimpegna gli adulti dalle responsabilità. La vision di rimando educativo è quello di educare al vuoto, ad un buco nero e ad ignorare la bellezza delle relazioni umani.

La pedagogia del nuovo millennio s’interroga sul come evitare di impiegare i bambini all’ipertrofia, al cadere nel buco nero della solitudine, nell’oblio. Come riuscire a recuperare l’humus della vita di relazione?

Le riflessioni  più accreditate vanno verso quella dell’ emergenza educativa. Si tratta di lavorare in primis con gli adulti per recuperare la capacità introspettiva, la logica del narcisismo e la capacità di raccontarsi. Si tratta di superare il deficit di comunicazione onnipresente nelle famiglie, prima ancora che nella scuola e la società.  Il primo passo, dunque va spostato verso il sostegno alla genitorialità, verso la responsabilità educativa, verso un progetto sociale capace di riempire quel vuoto di solitudine e di isolamento.

Il ruolo dell’educatore, è quello di promuovere  una comunicazione autentica, un’identità che non si confonda, non inganna  e non si disperde ma consente di acquistare quella necessaria reciproca consapevolezza distintiva della propria alterità rispetto ad un altro.

Sempre più, è necessario operare attorno ad una comunicazione funzionale che permette  di guidare l’azione educativa verso relazioni efficaci. E ‘ necessario partire dal recupero di un ascolto empatico, tralasciando schemi personali  improduttivi per passare sia ad un’autoanalisi che ad uno studio oggettivo  ancora prima dell’agire educativo.È importante per questo lavorare su diversi livelli: Sapere, Saper Essere e Saper Fare:

SAPERE: vissuta come quel l’abilità di assimilare in modo critico e consapevole nuove informazioni che facciano da chiavi di lettura della realtà.

SAPER ESSERE: vista come  significato a  cogliere i propri atteggiamenti disfunzionali e modificarli acquisendo atteggiamenti più consoni

SAPER FARE: orientata verso  il far propri nuovi comportamenti che siano coerenti con le nuove informazioni e i nuovi atteggiamenti acquisiti.

Si tratta, dunque, di recuperare una comunicazione educativa, essenziale a quel clima relazionale, che è il risultato di più fattori che in ogni caso coincidono come punto di intersezione, interazione  e di incontro tra l’educando e l’educatore.

Sempre più risulta importante il “Cogliere l’Altro” , la sua persona in costruzione, il suo cosmo, per aiutarlo a proiettarsi in quel mondo sociale di un futuro propositivo.

La negazione o mancata visione di un futuro come promessa priva  gli educatori ad indicare la strada ad adolescenti difficili.

Come diceva Melucci Fabrini : «L’adolescenza non è una malattia (…), non è solo crisi e disagio, ma spinta vitale verso il cambiamento, appello al mondo adulto perché ascolti la parola del passaggio. Un’età dell’oro a cui attingere e da cui imparare».

Le co-responsabilità vedono alunno, scuola, genitori  e servizi impegnati in maniera reciproca  e responsabile  nella condivisione  di obiettivi e mete possibili da raggiungere nel medio e lungo termine.

Vedono ognuno impegnarsi verso il favorire di una crescita personologica e sociale per aiutare a costruire cittadini responsabili, capaci di osservare regole educative e sistemi di vita sociali condivise.

Tutto passa attraverso una relazione educativa efficace sui tavoli delle famiglie, della scuola e delle istituzioni, vista come relazione di aiuto volta soprattutto  a prevenire fenomeni di disagio.

La relazione educativa si compie come relazione di aiuto, cioè come un rapporto in cui una persona si attiva per facilitare la crescita e la maturità dell’altro che non si configura come soggetto da manipolare, ma come persona capace di autocompiacimento e di autorealizzazione per andare verso quel cambiamento educativo tanto ricercato!

Ma, insieme si può!

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