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DALLA COMUNICAZIONE ALL’APPROCCIO SISTEMICO

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“…quale struttura connette il granchio con

l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e

quattro con me?”

Gregory Bateson, “Mente e Natura”

 

Redazione-Quando parliamo di comunicazione, dobbiamo fare riferimento ad un sistema. Richiamando l’attenzione ai processi comunicativi, ai suoi elementi e agli assiomi, non va dimenticato come il termine stesso di  “comunicazione” derivi dal latino “communicatio” (comunicazione, partecipazione). Si tratta di  un vocabolo che indica propriamente il “mettere in comune”, il “far partecipi” altri di ciò che si possiede.  Infatti, il termine “comunic-azione” si compone di CUM che sta per insieme e di MUNUS che significa dono. Appare evidente che il termine comunicazione, originariamente va ad indicare proprio uno spazio integrato, ovvero “ un mettere in comune” attraverso la sussistenza dell’ulteriore legame etimologico tra il verbo communico, il sostantivo communio (comunione, condivisione) e l’aggettivo communis. Sappiamo che il sistema della comunicazione passa attraverso degli elementi che sono rappresentati dalla sorgente ( o emittente) dal messaggio (contenuto), dal  ricevente ( destinatario), dal canale  (mezzo) attraverso il quale il messaggio (contenuto)  viene trasmesso e  dal codice (sistema dei segni condivisi).

La società contemporanea, sempre più attua una comunicazione a doppio senso in cui la natura dialogica esprime scelte condivisibili.

E’ insito sia nel regno vegetale, animale che umano una natura dialogica. Quella che chiamiamo comunicazione efficace, si riferisce a tutte quelle opinioni  che vengono ascoltate e co/valutate per poter arrivare ad una scelta condivisa. L’esistenza dell’uomo (sia quella esteriore che quella interiore) è una profondissima comunicazione. Essere significa comunicare.[1] La comunicazione è profondamente radicata nel nostro essere nel mondo: qualunque siano le forme e gli strumenti che utilizziamo per comunicare, essa non è un evento che avviene fuori di noi, ma un processo nel quale siamo profondamente implicati, in quanto «sistemi viventi» che, attraverso una molteplicità di linguaggi, viviamo in «accoppiamento strutturale» gli uni con gli altri e con l’ambiente che ci circonda.[2] Oggi, le nostre possibilità d’interagire con gli altri si sono enormemente dilatate, grazie alla tecnologia che sta trasformando il nostro ambiente e noi con esso.

Ma, nonostante le trasformazioni che la comunicazione umana ha conosciuto, e presumibilmente conoscerà ancora, ciò che persiste nel tempo è il senso delle motivazioni profonde che hanno dato vita al dialogo e alla narrazione, le prime forme che l’essere umano ha costruito per rapportarsi ai propri simili e al mondo:

«si dialoga per organizzare insieme agli altri il proprio habitat; si racconta per conferire senso a eventi, situazioni, persone che altrimenti si disperderebbero in un universo dagli spazi e dai tempi indefiniti. La narrazione e il dialogo hanno ritmato da sempre l’esistenza umana e continuano a farlo attraverso i media vecchi e nuovi»[3]

Si può far risalire al dialogo la prima forma di comunicazione messa in atto dal genere umano: se la relazione tra individuo e ambiente si realizza in un processo continuo di «reciproche influenze», e se l’ambiente comprende anche tutti gli altri individui, l’origine della comunicazione umana non può che rintracciarsi nella forma comunicativa più idonea alla costruzione dell’ambiente sociale.

In ciò trova fondamento l’ipotesi di un’antecedenza del dialogo nello sviluppo del linguaggio il quale sorge, infatti, dall’esigenza originaria di cooperare per sopravvivere.

Ne è testimonianza la contemporanea comparsa nella storia della civilizzazione umana di due tipi di artefatti, materiali e linguistici, che sono all’origine della nostra separazione dal mondo animale:

            «… quando l’homo faber comincia a fabbricare i primi utensili, egli avverte contemporaneamente la necessità di ‘comunicare’ ciò agli altri per avere la loro collaborazione e di ‘tramandare’ ai più giovani la tecnica acquisita affinché non vadaperduta. (…) l’homo loquens è più o meno contemporaneo dell’homo faber»[4]

 

La comunicazione sottende sempre un dialogo, dunque la presenza di un altro (compreso l’altro che è dentro di noi), e la possibilità di una risposta alla quale Michael Bachtin[5] attribuisce la funzione caratterizzante del linguaggio: parlare è sempre rivolgersi a qualcuno e, di conseguenza, andare incontro ad una risposta.

La nostra esperienza di parlanti è pervasa dalla dialogicità, dal nostro essere implicati in una trama comunicativa, da sempre iniziata e mai interrotta, nella quale nessuno è mai il primo a parlare:

«il nostro discorso, cioè tutte le nostre enunciazioni (comprese le opere creative), è pieno di parole altrui»[6]

 

La nostra esperienza di parlanti trova dunque la sua ragione d’essere nel legame con gli altri, nel nostro essere immersi in una infinita «catena dialogica», dove ogni anello è legato all’altro, sia a livello sincronico (nella contemporaneità) sia a livello diacronico (nella doppia proiezione verso il passato e verso il futuro). Nessuno di noi è un «centro autosufficiente», ma esiste e si definisce attraverso il dialogo, che è anche dialogo con se stessi e con i testi che il linguaggio ha creato e sedimentato nel corso dei secoli:

  • è attraverso il dialogo che costruiamo il comune orizzonte di senso in cui siamo immersi e nel quale acquistano significato le nostre azioni;
  • è sul dialogo che si fonda la conoscenza, intesa nella duplice accezione del «comprendere» e del «comprenderci».

A tale proposito, Piromallo Gambardella sostiene che la conoscenza può edificarsi solo in una dimensione relazionale, che preesiste a noi e «si perpetua in quelli che vengono dopo di noi – come è stato per noi rispetto al passato – in quanto, anche dopo l’estinzione della vita di ciascuno, di un gruppo, di una cultura, tutto ciò che è stato continua a circolare come tacita comunicazione che in genere chiamiamo ricordo, eredità spirituale, tradizione e che continua ad alimentare l’infinito albero della vita e del sapere»[7].Se la dimensione dialogica ci ha consentito all’inizio di sopravvivere, quella narrativa ci è servita – e ci serve – per vivere, perché è attraverso questa che si compie la ricerca di senso del nostro essere nel mondo, ovvero la nostra esperienza fondamentale della conoscenza: la narrazione è stata, infatti, la prima forma mediante la quale l’essere umano ha cominciato a cercare e trovare una risposta alle sue inquietanti domande di senso sulla propria esistenza nel mondo. Possiamo collegare l’origine del narrare e del narrarsi all’irruzione dell’immaginario nella storia della civilizzazione umana.

            Come ci ricorda Edgar Morin[8], la nascita dell’homo sapiens è contemporanea al rito della sepoltura e alla comparsa dei primi segni pittorici nelle caverne, che proiettano l’essere umano in un’altra dimensione (immaginaria) nella quale, per la prima volta, egli può sfuggire all’angoscia della morte e dare vita alla rappresentazione simbolica della realtà.

            Il racconto nasce pertanto da una sorta di «spaccatura antropologica» segnata dall’avvento dell’immaginario e, con esso, della possibilità di raccontare e raccontarsi.

Ciò trova conferma anche nella tesi di Jerome Bruner[9]circa la presenza di due tipi di pensiero nello sviluppo del processo cognitivo umano: quello logico-scientifico e quello narrativo.

            È attraverso quest’ultimo che gli esseri umani cominciano «a venir fuori dal magma indistinto del puro istinto di sopravvivenza», a prendere coscienza della concatenazione temporale degli eventi e a trovare nelle storie collettive il senso del loro agire e del loro essere nel mondo: raccontando e raccontandosi, essi  «definiscono la gamma dei personaggi canonici, delle situazioni in cui operano, nonché delle azioni consentite e comprensibili, e perciò… una mappa di ruoli e di mondi possibili in conformità ai quali azione, pensiero e definizione di sé sono consentiti (o desiderabili)». La fondamentale dialogicità che pervade la nostra esperienza di vita emerge anche nella narrazione la quale non è una semplice descrizione di eventi, pensieri, sentimenti, ma il luogo d’incontro nel quale «il tema si fa sentire attraverso molte e diverse voci»[10].): nell’intreccio dei discorsi che svelano le persone l’una all’altra la narrazione, intesa come messa in scena di più voci, si configura come «luogo privilegiato in cui una coscienza si proietta verso l’esterno e s’incontra con l’altra e solo qui trova la sua ragione di esistere».[11]Tale concezione rinvia ad una idea di comunicazione, secondo la quale attraverso «la parola liberamente scambiata» la nostra coscienza può aprirsi alla coscienza degli altri e noi possiamo reciprocamente riconoscerci come persone.

            Questa idea richiama quella di comunità, intesa come luogo ideale in cui la parola riuscirebbe a realizzare pienamente la sua «vocazione comunicativa», che è quella «di essere udita e di avere una risposta»[12],come spazio d’interrelazione dove l’incontro delle diverse voci «spezza la chiusura dei monologismi e permette lo svolgimento di quel “dialogo incompibile” che è la vita umana». come spazio d’interrelazione dove l’incontro delle diverse voci «spezza la chiusura dei monologismi e permette lo svolgimento di quel “dialogo incompibile” che è la vita umana».[13]

Il sistema, in ambito scientifico, è:  “qualsiasi oggetto di studio che, pur essendo costituito da diversi elementi reciprocamente interconnessi e interagenti tra loro e con l’ambiente esterno, reagisce o evolve come un tutto, con proprie leggi generali” .

Giulia Romito[14],  evidenzia il concetto di sistema come sistema di elementi in relazione tra loro e in interazione tra loro con  il sistema stesso.

“ Da insiemi di elementi in relazione tra loro (relazioni date da rapporti quantitativi, sincronizzazione, posizione geometrica) a insieme di enti astratti o concettuali strettamente coordinati, anche se non necessariamente dipendenti uno dall’altro. La condizione necessaria per costituire un sistema è che gli elementi interagiscano tra loro”.

In questa logica, G. Romito, ritiene che possiamo avere:

“1.insiemi, 2.insiemi con relazioni strutturali tra i loro elementi,  3.sistemi costituiti dall’interazione tra gli elementi, 4.eventuali sottosistemi.”

Il sistema,“nel suo significato più generico, è un insieme di elementi o sottosistemi interconnessi tra di loro o con l’ambiente esterno tramite reciproche relazioni, ma che si comporta come un tutt’uno, secondo proprie regole generali.”

Giulia Romito  incasella il concetto di sistema dentro quattro esempi portanti. Inoltre, mette in risalto come il sistema veda spendersi in molti ambiti.

1.L’Insieme, ha una vision che spazia su più fronti; (componenti elettronici elencati  previste in una lista prevista del progettista  che includa le  componenti elettroniche, ma visti anche nel mondo del sistema naturale come ad es. le cellule o, ad es. nel mondo del sistema musicale (orchestra).

A partire da questo concetto di ‘insieme’, si procede verso gli altri tre concetti.

2.Insiemi strutturati; (componenti elettronici catalogati e pronti per l’assemblaggio su una scheda, cellule per tipo, Musicisti considerati per lingua naturale, o ordinati per età)

  1. Sistemi; ( Dispositivo elettronico come un amplificatore di segnale, Corpo vivente, Orchestra)
  2. Sottosistemi, (Gestione del segnale in ingresso, amplificazione, elaborazione del segnale, Organo, Musicisti raggruppati per strumento musicale)

3.sistemi costituiti dall’interazione tra gli elementi;

4.eventuali sottosistemi.

Il paradigma sistemico-comunicazionista

A partire dal pensiero di Piromallo Gambardella[15], un esempio rappresentativo, nella società contemporanea, è rappresentato dai media.

Egli sostiene che:

le tecnologie non intervengono dall’esterno a determinare le modalità con cui comunichiamo, ma interagiscono simbioticamente con il nostro ambiente e quindi con noi… lungo una linea evolutiva di cui non possiamo conoscere gli esiti, ma di cui sicuramente conosciamo le premesse”.

La tecnologia è una produzione umana che, in quanto tale, fa parte dell’ambiente nel quale viviamo e al quale siamo strutturalmente legati. Perciò, anche se lo sviluppo tecnologico ha progressivamente trasformato il nostro ambiente di vita, noi stessi e le nostre pratiche comunicative, i media non determinano dall’esterno i modi in cui comunichiamo ma costituiscono solo una modalità diversa di comunicare con i nostri Non vi è dubbio, tuttavia, che lo spostamento di prospettiva indotto dall’utilizzo di strumenti comunicativi diversi da quelli tradizionali (il gesto e la parola), oltre a porre nuove questioni relative al senso dell’azione comunicativa, e più in generale al nostro essere nel mondo, contribuisce anche ad alimentare una sterile contrapposizione tra comunicazione e informazione che «non avrebbe motivo di sussistere, non perché i due termini siano sinonimi» (1), ma perché il concetto d’informazione, metodologicamente utile per distinguere il livello digitale-informazionale da quello analogico-comunicazionale, è incluso in quello di comunicazione.simili, con noi stessi e con il mondo, all’interno dello spazio culturale che essi tendono, sempre più, a dilatare.[16] La relazione analogico-digitale costituisce il fondamento teorico del paradigma sistemico-comunicazionista[17],la cui produttività innovativa consiste nella possibilità di applicare la teoria di sistemi allo studio della comunicazione. Secondo tale approccio, ogni sistema scambia al suo interno e con il suo ambiente flussi di comunicazione mediante due differenti modalità: quella analogica e quella digitale. I due termini[18] risalgono agli anni Cinquanta del secolo scorso con riferimento a due tipi di calcolatore che funzionano in modo differente l’uno dall’altro: la modalità analogica è tipica di uno strumento che opera su processi e quantità reali continue e che, nella misura in cui intrattiene un rapporto con la realtà rappresentata, può essere considerato relativamente concreto, e dunque più appropriato per tutto ciò che investe il campo della simulazione;

la modalità digitale è tipica, invece, di uno strumento che opera per scale discontinue sulla base di elementi discreti e che, intrattenendo un rapporto puramente arbitrario con la realtà rappresentata, può essere considerato astratto, anche se, grazie alle delimitazioni fornite dagli elementi discreti che possono essere variamente selezionati e combinati tra loro, esso ha una precisione pressoché infinita che lo rende più adatto al calcolo.

Lo sviluppo dell’informatica ed il successo dei calcolatori digitali hanno contributo a caricare di significati pervasivi quest’ultima modalità di comunicazione, che si è trovata ad assumere, così, un valore (pragmatico e conoscitivo) superiore a quello della modalità analogica cui, invece, non sembra più essere riconosciuta alcuna generatività euristica: l’uso e l’abuso del termine “digitale” ha fatto quasi disperdere il senso della sua provenienza e del suo completamento, l’“analogico”, il quale, pur rimanendo fondamentale in numerosi settori operativi, sembra non avere più la capacità di orientare il pensiero e l’azione. Non è qui in discussione l’utilità del modello digitale in alcuni ambiti specifici di sua competenza e applicabilità (informatica, cibernetica, robotica, telematica), ma esso non può essere assunto come modello ideale di rappresentazione di tutta la realtà, se non altro perché molte delle irriducibili contrapposizioni che esso propone (per esempio, quelle tra ambiente e sistema, corpo e mente, emozione e pensiero, gesto e parola, natura e cultura, arte e scienza, società e individuo, maschile e femminile) «non sono veramente opposizioni tra termini dello stesso tipo logico, ma contraddizioni gerarchiche»[19]. Infatti, se l’ambiente (da quello inorganico ed organico a quello ecologico e sociale) è organizzato secondo ordini di complessità crescente, il discreto non può che essere generato a partire da un continuum originario; pertanto, l’analogico è di un tipo logico superiore al digitale la cui potenziale esistenza è compresa nel primo e da questo generata e vincolata. A tale proposito, Fritjof Capra afferma:

«Per quanto ci addentriamo nella materia, la natura non ci rileva la presenza di nessun ‘mattone fondamentale’ isolato, ma ci appare piuttosto come una complessa rete di relazioni tra le varie parti del tutto»[20]

 

Nell’esperienza della visione, la distinzione tra visibile e invisibile viene a cadere e, con essa, anche quella tra vero e falso:

«l’occhio può spaziare liberamente dappertutto e con esso l’immaginazione che spinge la nostra mente oltre i confini del reale»[21]

 

Internet rafforza, pertanto, la tesi di una struttura che connette i diversi livelli dell’esperienza comunicativa, la cui complicazione è quanto mai palese nella sua struttura reticolare, la quale come sostiene P. Gambardella[22]:

«riflette non solo la struttura della società ma anche quella della mente che, attraverso l’esteriorizzazione dei processi di apprendimento, diventa sempre più visibilmente interagente con l’attuale ambiente tecnologico che, a sua volta, introdurrà mutamenti graduali

nelle stesse mappe cognitive dei soggetti».

[1] Michael Bachtin

[2] Maturana H., (1993), Autocoscienza e realtà, Raffaello Cortina Editore, Milano.

[3] Piromallo Gambardella A., (2001), Le sfide della comunicazione, Laterza, Roma-Bari. p. XI.

[4] Piromallo Gambardella A., (2001), op. cit., p. 42.

[5] Bachtin M., (1988), L’autore e l’eroe, Einaudi,Torino.

[6] Bachtin M., (1988), op. cit., p. 278.

[7] Piromallo Gambardella A., (2001), op. cit., pp. 52-53.

[8] Morin E., (1974), Il paradigma perduto. Che cos’è la natura umana?, Bompiani, Milano

[9] Bruner J., (1993), La mente a più dimensioni, Laterza, Roma-Bari

[10] Bachtin M., (1988), op. cit., p. 192

[11] Piromallo Gambardella A., (2001), op. cit., p. 60

[12] Bachtin M., (1988), op. cit., p. 333

[13] Piromallo Gambardella A., (2001), op. cit., p. 60

[14] Giulia Romito, dal quaderno delle lezioni , Biennio Specialistico, Isia Roma, 2015-2016

[15] In Op. cit.

[16] Piromallo Gambardella A., (2001), op. cit., p. 5.

[17] ) Wilden A., (1978), Comunicazione, «Enciclopedia», vol. 3, Einaudi, Torino.

[18] Fileni F., (1984), Analogico e digitale. La cultura e la comunicazione, Gangemi, Roma

[19] Coe R.M., Wilden A., (1978), Errore, «Enciclopedia», vol. 5, Einaudi, Torino,

[20] Capra F., (1984), Il punto di svolta, Feltrinelli, Milano, p. 81.

[21] Piromallo Gambardella A., (2001), op. cit., p. 96.

[22] Piromallo Gambardella A., (2001), op. cit., p. 118.

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