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ANTROPOLOGIA E LETTERATURA: L’INCONTRO

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Redazione-Le scienze sociali hanno sempre avuto un fortissimo legame con la narrativa. L’antropologia in particolare si è sempre posta il problema della verità, di come rappresentare la realtà evitando alterazioni dovute all’osservatore – paradosso impossibile da risolvere – o in seguito, dei cambiamenti che la presenza dell’osservatore impone sul sistema osservato.

In tempi più o meno recenti si è arrivati alla conclusione che la narrazione è fondamentale anche nel contesto di scritti accademici, spingendo università estere a incoraggiare corsi di scrittura creativa per i nuovi ricercatori. Si possono trovare esempi della direzione presa in diversi contesti, tra cui la Queen’s University di Belfast, il Museum of Archaeology and Anthropology a Cambridge e questo panel del 2012 organizzato dalla American Anthropological Association.

La letteratura, necessariamente meno rigorosa, aveva già trovato un equilibrio tra vero e verosimile. E gli autori che hanno compiuto studi sociali con la loro narrativa sono molteplici. Si pensi, per esempio, a James Joyce e al tentativo di raccontare i suoi concittadini in Gente di Dublino. Le abitudini, la quotidianità dei personaggi sono rappresentati fin nei minimi dettagli nei vari racconti, ma attraverso le relazioni si mettono in luce anche i meccanismi sociali come, per esempio, i funerali o i matrimoni combinati. Nessuna di queste rappresentazioni è oggettiva, ammesso che sia possibile raggiungere un grado di oggettività, e Joyce non era né sociologo né antropologo, ma lo spaccato che offre sugli abitanti di Dublino è un punto di partenza accettabile. Osservare la quotidianità, le abitudini, i riti, i comportamenti con i pari, i superiori e gli inferiori dice molto di una società.

L’obiettivo di Joyce è rappresentare l’immobilismo forzato e l’infelicità che deriva dal non realizzare i propri desideri, portando quindi la sua narrazione a essere faziosa, almeno in senso accademico, ma non per questo il suo lavoro socio-antropologico, senza dubbio inconsapevole, perde di valore.

Un altro contesto in cui venne utilizzato il reportage su popoli fu quello della letteratura utopistica. Il primo esempio è forse L’Utopia di Thomas Moore, non a caso definito al momento della pubblicazione (1516) come un’opera di filosofia politica. Più recente è I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift: un resoconto di diverse popolazioni immaginarie, scritto con il preciso scopo di ridicolizzare la realtà sociale e politica dell’epoca, il tutto circa due secoli prima di Joyce.

In un’epoca successiva, la sociologia e l’antropologia divennero strumenti della narrazione fantastica per presentare un’analisi dei ruoli sociali, abbandonando intenti parodistici. Traslando in una realtà immaginata alcuni aspetti osservabili nella quotidianità, si possono isolare dinamiche sociali con grande precisione, e allo stesso tempo divulgarne la loro natura. Non si tratta di ragionamenti sulla morale, di cui pure un certo tipo di fantascienza abbonda, ma di questioni razziali o di genere.

Ursula LeGuin, una delle più grandi autrici di fantascienza e fantastico del novecento nonché figlia di antropologi, ha spesso utilizzato la sua narrativa per studiare le imposizioni della società reale nei confronti delle persone in base al genere. E del resto, LeGuin intendeva la fantascienza come un “esperimento mentale” utile a descrivere il mondo reale e attuale, non a predire il futuro.

Ovviamente non mancano gli antropologi che hanno deciso di confrontarsi con la fiction, e uno dei primi a farlo in Italia è Matteo Meschiari, poeta e scrittore, che ha da poco pubblicato il suo primo lavoro in prosa, Artico Nero, (Exòrma, 2016). Meschiari definisce il suo lavoro come Antropofiction. Ma leggendo il suo lavoro e parlandone con lui, da un punto di vista concettuale la differenza con la fiction “pura”, mi sia concesso il termine, è una sola: le sue storie sono vere.

L’interpretazione di Antropofiction che dà il modenese non è necessariamente quella originaria – per sua stessa ammissione. Fu Marc Augé il primo a usare il termine, intendendolo come una “simulazione antropologica” o, nelle parole di Meschiari, “una specie di modello antropologico, inventato ma verosimile, in grado di illustrare un’idea, un concetto, un’intuizione di portata antropologica”. A ben vedere, quella di Augé non è una definizione poi così lontana dall’idea di fantascienza proposta da LeGuin. Sembrano le due facce di una stessa moneta, ma Augé certo non proiettava le sue simulazioni su pianeti lontani.

L’Antropofiction risente delle dovute influenze degli autori del passato che più hanno fatto esercizio di antropologia nelle loro opere, Meschiari non cita Joyce ma fa i nomi di Tolstoj, Pasolini, McCarthy, Melville e altri ancora. Che autori di questa importanza possano avere influenzato concettualmente questa forma ibrida di narrativa, a metà tra scienza sociale e racconto, è innanzitutto una dimostrazione di quanto l’antropologia sia radicata nella narrazione e di come i due aspetti siano dipendenti l’uno dall’altro. Ma non potrebbe essere altrimenti: etimologicamente, l’oggetto di studio dell’antropologia è l’essere umano, dunque ogni narratore che mostra l’umanità nelle sue storie utilizza l’antropologia, per quanto in modo amatoriale e certamente non accademico.

L’esperimento mentale teorizzato da LeGuin o la simulazione antropologica di Augé prevedono l’immaginazione di una realtà altra ma, in Artico Nero, l’ambiente e i luoghi sono costruiti con precisione e i personaggi sono realmente esistiti. Si possono ritrovare i riferimenti bibliografici in fondo al libro, a indicare le fonti in cui sono comparsi per la prima volta. Meschiari definisce la sua raccolta di racconti “un esperimento di scrittura” nel quale ha usato sette stili per sette storie diverse. L’idea di partenza, dice l’autore, era “mostrare un universo complesso a partire dai margini, dai dettagli, dai singoli individui”. A ben vedere, non molto diverso da quanto fatto da Joyce in Gente di Dublino o Ursula LeGuin nella Mano Sinistra delle Tenebre.

In Artico Nero “si parte da fatti reali, da documenti, da dati testimoniati in qualche forma e tuttavia lacunosi, non più verificabili, lontani nel tempo, non più aggiornabili attraverso una ricerca sul campo. A questo punto l’antropologo-scrittore interviene per colmare le lacune, per accorciare le distanze, per ‘immaginare’, certamente non per inventare. Immaginare nel senso primario di restituire visibilità a ciò che non può essere visto”, dice sempre l’autore.

Basandosi sulle linee guide della letteratura e dell’antropologia, la narrazione può andare in direzioni diverse. Si può arrivare a una biografia ‘immaginata’ di un popolo – la letteratura è piena di biografie di re e imperatori, non sarebbe molto diverso – ma si può anche orientare la narrazione in senso politico, privando il colonialismo della patina commerciale che caratterizza le ‘riscoperte’ di territori colonizzati.

Forse l’Antropofiction è stata parte dell’antropologia sin dall’inizio: non è certamente rigorosa dal punto di vista accademico, ma è accessibile a tutti e permette a chiunque di accedere a fatti realmente accaduti senza il velo di verosimiglianza dietro al quale si nasconde ogni romanzo. È una forma di letteratura ibrida, ancora in fase di definizione, che sicuramente rappresenta una nuova frontiera letteraria: non ci sono limiti stilistici o di linguaggio e Meschiari stesso gioca con gli stili e con la lingua nei sette racconti che formano questo primo esempio italiano.

Non è una forma iper-letteraria o sperimentale, non è una narrazione pulp, è lo studioso, l’antropologo, che si fa narratore, unendo frammenti di vite reali per cogliere una storia più grande, sia essa quella di un popolo, una nazione, un territorio e di un determinato periodo storico. La cerchia accademica potrebbe sminuire questa forma di divulgazione, ma per tutti coloro che amano le storie, è sicuramente un modo diverso di approcciarsi a mondi ormai dimenticati.

Un modo meno verosimile e più reale.

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